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Un avventura in automobile


martedì 15 gennaio 2008 di Pietro Fabbricatore



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Negli anni ’60 Pietro Fabbricatore (nella foto), napoletano, era uno dei tanti lavoratori italiani in Germania. Questo é il ricordo di un viaggio estivo di vacanze.

La redazione ha il piacere di ospitare questo testo di un pensionato napoletano, ex programmatore, che si interessa ora un po’ di tutto, ma con una passione per la meccanica e il modellismo. E dichiara di amare anche, non riamato, l’elettronica, ma non sa cucinare.

Guida inesperta

Tutti sanno cosa sono le stragi del sabato sera: si tratta di incidenti stradali provocati per lo più da giovani.

L’opinione corrente é che questi incidenti siano causati da abuso di alcool e droga, ma nessuno pensa ad un altro fattore importante: l’inesperienza alla guida! Infatti, pur nelle stesse condizioni di guida, gli anziani (i sopravvissuti ?) grazie alla loro lunga pratica, anche di vita, riescono ad evitare un maggior numero di incidenti.

Racconterò di un mio viaggio in auto tra Napoli e Colonia, di quando avevo 27 anni, al cui ricordo rabbrividisco ancora pensando ai pericoli a cui esposi me stesso e gli altri, e questo senza aver bevuto né aver assunto droghe.

Ero semplicemente inesperto.

Tuttavia devo ricordare che in quei tempi la situazione per i temerari era molto più favorevole: la popolazione mondiale era circa la metà di oggi, e le auto sulle strade erano circa sei volte in meno di adesso. Inoltre né la rete di autostrade era così sviluppata come ora, né le auto erano veloci come oggi.

In Germania

Nel 1965 io lavoravo in Germania e nelle ferie di agosto ero tornato a Napoli in automobile. Avevo comprato infatti da un collega una vecchia Mercedes 180B nera della seconda metà degli anni ’50, molto bella ai miei occhi, con la stella a tre punte sulla punta del cofano e con la radio Blaupunkt a valvole, e con i sedili comodissimi.

Quest’auto mi dava una grande soddisfazione, soprattutto per la stella a tre punte che sembrava un mirino di mitragliatrice, e per l’effetto che produceva sugli altri. Per me era solo una macchina come le altre.

Io non avevo nessuna conoscenza tecnica di automobili ed avevo al mio attivo già la fusione del motore della mia macchina precedente (VW bus) per non aver pensato a cambiare l’olio.

Fatte le mie vacanze a Napoli, dove mi fu rubata la stella a tre punte, ripartii per la Germania un sabato mattina, perché il lunedì successivo alle ore otto dovevo essere in ufficio a Colonia.

L’autostrada del sole era stata costruita di fresco ed era semivuota: potei divertirmi a correre all’impazzata con la mia nuova-vecchia macchina.

Tanto veloce che nessuno poté avvertirmi che la marmitta strisciava a terra. Infatti in una stazione di servizio a Bologna mi accorsi che si era staccata e che si era quasi mezzo consumata strisciando sulla strada.

Un signore sopravvenuto a far benzina mi disse che mi aveva invano inseguito fin da Roma, cercando di segnalarmi il guasto con i fari e con il clacson, ma non era riuscito a raggiungermi.

Legai la marmitta alla meglio e proseguii. Nelle vicinanze di Milano pernottai in un motel Agip.

Una domenica particolare

Il mattino seguente, domenica, partii molto presto. Alla frontiera svizzera di Chiasso presi con me una coppia di giovani coniugi olandesi, miei coetanei, che facevano l’autostop (in quegli anni sereni si faceva ancora l’autostop).

In quel tempo la Svizzera non si era ancora dotata di autostrada e quindi bisognava perdere molto tempo per girare attorno a tutti quei laghi e quelle montagne per arrivare a Basilea.

Giunto al S.Gottardo, decisi di percorrere su per la montagna il passo, che era aperto per l’estate, invece che farmi portare dal treno sotto il famoso traforo ferroviaro (il traforo autostradale invece é stato inaugurato solo nel 1980).

Giunto alla sommità pensai che avrei potuto risparmiare benzina spegnendo il motore, dato che dal passo del Gottardo in giù la strada era tutta in discesa, e così feci. Ma il pericolo era in agguato.

La macchina aveva i freni a tamburo (i freni a disco non erano ancora di uso comune) e perciò per le continue frenate lungo tutta la discesa della montagna, a causa del calore generato dall’attrito si dilatarono aumentando di diametro, così che, quando ad un tratto davanti a me si presentò un ostacolo, il freno non rispose alla prima pedalata.

Sfiorai delle persone a gran velocità e devo ringraziare Dio per avermi concesso di non uccidere nessuno. Scansati fortunosamente i pedoni, mi resi conto che il freno rispondeva pigiandolo due o tre volte, per compensare la maggiore corsa del pistone a causa dei tamburi dilatati. Allora accesi il motore e camminai solo in seconda o in terza, frenando con il solo motore, per far raffreddare i tamburi dei freni, sicché consumai più benzina di quanto ne avessi risparmiato nella discesa.

In Svizzera

Tra i meandri delle strade provinciali svizzere il tempo passava e la nostra fame aumentava.

Verso le tre del pomeriggio finalmente trovammo una miserabile locanda svizzera ancora aperta, dove potemmo mangiare affamatissimi un ancor più miserabile wurst bollito, con senape e crauti (non c’era altro).

I miei ospiti olandesi mi confessarono di aver avuto paura durante il viaggio e mi pregarono di andare più piano. Il viaggio proseguì senza intoppi fino al confine tedesco a Basilea, e anche dopo, perché in Germania già esisteva la grande rete autostradale gratuita costruita da Hitler prima della guerra.

Ad un distributore di benzina il benzinaio controllò l’olio e mi disse che era necessario cambiarlo: non gli diedi nessuna importanza.

Così dopo un centinaio di chilometri, con un gran rumore di ferraglia il motore si fermò ed io dovetti accostare e fermare la macchina sulla corsia laterale. I miei ospiti olandesi erano costernati: erano contenti di aver trovato un passaggio fino a Colonia, ed ora se lo vedevano sfumare. Io scesi e guardai nel bagagliaio, che era strapieno di cose italiane da portare in Germania, e riuscii a trovare una corda di canapa, con la quale farmi trainare. Poi mi misi sul bordo della strada a cercare passaggi con il classico segno dell’autostop, cioè con il pollice verso l’alto.

I miei olandesi abbattutissimi mi dissero che ero pazzo: essi, che avevano pratica di autostop, sapevano che si poteva stare fermi tantissime ore prima di avere un passaggio.

Fortunato

Invece la fortuna mi aiutò.

Dopo pochi minuti si fermò un piccolo camion tedesco e mi trainò con la mia corda per circa 150 chilometri fino alla sua destinazione e quindi mi lasciò all’interno di una grande stazione di servizio sull’autostrada, con ristorante e parcheggio.

Ero ancora a circa 160 chilometri di distanza da Colonia, e perciò incominciai a chiedere ai grossi camion (oggi si chiamano TIR) se mi volevano trainare fin là.

A questo punto gli autostoppisti olandesi mi abbandonarono e se ne andarono. Io trovai un TIR italiano con rimorchio, con autisti del Nord, forse veneti o lombardi, che accettarono di trainarmi.

Poiché era ora di cena, e c’era l’autogrill col ristorante, offrii loro il pranzo, accompagnato dal vino che avevo portato con me da Napoli e passammo allegramente insieme un’oretta.

Era tardi, ma il giorno era ancora chiaro per la lunghezza delle giornate estive e per l’ora legale. Fui legato con la corda al rimorchio e partimmo.

Ci eravamo accordati che nel caso la corda si fosse spezzata, io avrei segnalato con le forti trombe, e loro si sarebbero fermati.

Ed infatti durante il percorso ciò avvenne un paio di volte. La corda riannodata diventava sempre più corta, e la mia macchina si avvicinava sempre più al rimorchio a cui ero legato.

Al principio il camion andava piano, ma poi gli autisti, forse rinfrancati dal mio vino, incominciarono a correre, e il rimorchio sbandava di qua e di là come una bandiera al vento.

Io, solo, al volante della mia povera Mercedes, non avevo nessun altro mezzo di controllo che il freno, per evitare di tamponare il rimorchio, e così si ripresentò l’effetto dei tamburi dilatati.

Ma per fortuna ora sapevo come fare: bastava pompare due o tre volte sul pedale per raggiungere la frenata.

Ancora problemi

Finché ci fu la luce del giorno tutto andò bene. Ma i guai incominciarono quando venne la sera.

Infatti per vedere il rimorchio innanzi a me, dovetti accendere i fari, e poiché il motore era fermo, la batteria incominciò a scaricarsi e la luce diventò fioca. Allora spensi i fari e mi ridussi a scorgere il rimorchio solo con le luci di posizione, sia mie che del TIR. Per molti chilometri tutto procedette bene, anche perché in quella domenica d’agosto l’autostrada era completamente deserta, finché non venne a piovere. Era una di quelle pioggerelle estive del nord, con gocce piccole simili alla nebbia, ma insistente e fitta, che con la polvere e gli spruzzi del rimorchio mi sporcava tutto il parabrezza.

Allora azionai il tergicristallo, che funzionò per un po’, ma che poi diede il colpo di grazia alla batteria, e si fermò del tutto.

Ora anche le mie luci si spensero e non si vedeva più niente. Potevo distinguere a malapena le luci del rimorchio, che sbandava paurosamente.

La mia macchina nera e senza luci era appesa a un filo precario dietro a questo mezzo, ed io non avevo fiducia dei miei freni, e così mi tenevo costantemente spostato sulla sinistra in modo che se fossi andato a sbattere sul rimorchio – così pensavo – almeno avrei potuto salvarmi, urtando solo con la parte destra dell’auto.

A circa 60 chilometri da Colonia il filo si spezzò, ed io accostai sulla corsia di sosta, ma il mio segnale acustico non uscì dalle trombe, perché ormai la batteria era esaurita.

Vidi il TIR allontanarsi nella notte in un turbinio di acqua, finché le sue luci scomparvero del tutto. Io rimasi solo sulla corsia di emergenza di un’autostrada deserta, nella mia macchina nera e senza luci, in quella notte piovosa e fresca di un agosto tedesco.

Solidarietà italiana

Naturalmente non sapevo che fare, e non so quanto tempo passò: fatto sta che a un tratto vidi all’orizzonte il TIR italiano con rimorchio che tornava a marcia indietro sulla notturna, piovosa, deserta autostrada tedesca per recuperarmi.

Essi accostarono, mi riagganciarono e mi trainarono fino all’altezza dell’uscita di Köln-Mülheim (cioé l’uscita nord di Colonia) dove finalmente ci salutammo cordialmente.

Essi proseguirono il loro viaggio, ed io, dopo aver messo un cartello "guasto" sulla macchina, mi avviai a piedi sul raccordo per raggiungere la città.

Dopo sei o sette chilometri trovai un taxi che mi portò a casa. Erano circa le quattro e mezzo di notte. Dormii un po’ ed il lunedì mattina alle ore otto ero in ufficio a lavorare.

Lo stesso giorno mi misi d’accordo con un mio collega per andare a prendere la macchina sull’autostrada e la riportai sotto casa mia.

Vendo l’auto

Poi ne tolsi la radio, la batteria e le trombe, e la vendetti per cento marchi allo stesso collega che mi aveva aiutato a riprenderla.

Non ho mai saputo quale fosse il guasto della macchina, né se fosse riparabile.

Le trombe e l’autoradio Blaupunkt a valvole (possente divoratrice di energia) sono ancora oggi in mio possesso. Qualche giorno dopo ricevetti una cartolina dagli amici olandesi, che mi invitavano con entusiasmo a visitarli ad Amsterdam.

Morale

Questo non é un racconto edificante, ma se ne possono trarre tuttavia diverse morali. La prima é che i giovani, che sono temerari per età e per natura, non hanno la necessaria preparazione tecnica a far loro scorgere i pericoli che possono nascere dai mezzi meccanici.

La seconda é che una volta, con meno gente, si viveva meglio, e che noi anziani non abbiamo diritto di criticare i nostri giovani costretti a districarsi in una giungla affollata.

La terza, la migliore, é che gli italiani amano il loro paese e, se possono, si aiutano tra loro ogni oltre impensabile limite, senza fare quelle stupide questioni leghiste che sono oggi di moda.

Infine c’é l’amicizia tra i popoli: italiani, tedeschi, olandesi.... non ho mai avuto l’impressione di non trovarmi tra amici.

Pietro Fabbricatore