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FAVOLA DELLA BILANCIA


mercoledì 21 dicembre 2016 di La Redazione

Argomenti: Narrativa


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FAVOLA DELLA BILANCIA
di
Andrea Forte & Vivi Lombroso

- C’era una volta una bilancia. Sì, era come ce ne sono tante: era carina, precisa, senza particolari pretese di manutenzione. Insomma faceva bene il suo lavoro, e non dava fastidio a nessuno.

- Ma aveva un cruccio, pesava tutti, ma non sapeva quanto pesasse lei… Praticamente dentro sé pensava: “io peso tante persone e di continuo. Ma chi pesa me ? Io peso tutti quelli che vogliono farlo, ma non c’è nessuno che voglia pesare me”.

- Era il suo cruccio segreto. E più pesava gli altri, più aumentava il desiderio di sapere quanto pesasse lei in realtà. Ad un certo punto questo desiderio divenne disperato, poi rabbioso, infine spasmodico.

- E si rifiutò di pesare oltre. Non si ruppe. Semplicemente si rifiutò, da un certo momento in poi, di pesare.

- Fu chiamato un supertecnico: idem. Fu chiamato addirittura un ingegnere, e tutti e tre si misero a discutere sulla questione. Oggettivamente nessuno capiva il guasto.

- Fra ipotesi e nomenclature tecniche, la discussione andò avanti finché un cliente, che stava comprando nel negozio ove ea installata la bilancia, se ne uscì con un “pesatela !”.

- Ovviamente i tre esperti ritennero quella battuta una interruzione idiota e di cattivo gusto. Ma prima che riprendessero la loro discussione, il cliente si presentò e mise loro in mano il proprio biglietto da visita.

- I tre fecero un salto. Non lo avevano riconosciuto di viso, ma lo conoscevano bene di nome. Era un famoso astrofisico, che proprio quell’anno aveva preso il Nobel per una caterva di scoperte e di invenzioni

- Di fronte una tale autorità, i tre allora pensarono che il “pesatela!” fosse stata una battuta cordiale. Pertanto impallidirono quando si accorsero che il luminare insisteva invece proprio sul discorso di pesare la bilancia, alla lettera.

- Notando il loro imbarazzo, costui allora disse: “Signori, facciamo un esperimento. Pesiamo la bilancia: se riprende a funzionare, mi firmate un certificato dell’esperimento che abbiamo condotto insieme; se non riprende a funzionare, trattengo la bilancia a mie spese, e ve ne regalo una nuova”.

- I tre si trovarono incastrati ad un così limpido discorso. Del resto l’idea di partecipare ad un esperimento, sia pure strampalato, con un Nobel di quella fama… era troppo meraviglioso. Nel peggiore dei casi, si trattava di una stranezza prestigiosa… i geni –si sa- sono tutti un po’ pazzi, ma già partecipare alla loro stranità è un onore ed una esperienza rara…

- Quindi accettarono. Trasportarono la bilancia in laboratorio. E la pesarono. E riprese a funzionare.

- Naturalmente rimane indescrivibile il loro stupore, e la marea di domande che rovesciarono sullo scienziato. Questi si limitava a scuotere la testa e mormorare: non ve lo posso spiegare… non mi credereste”.

- Resta il fatto che quelli firmarono il certificato dell’esperimento, e che la bilancia aveva ripreso a funzionare regolarmente come prima. Dopo di che tutto il resto della vita raccontarono, a chiunque capitasse loro a tiro, la storia della loro amicizia intima e del complicato esperimento col premio Nobel etc. etc.

- La storia però ha una spiegazione, ed un seguito. La spiegazione è che la bilancia era tornata a funzionare semplicemente perché era felice: qualcuno l’aveva capita, l‘aveva pesata, ed ora sapeva quindi esattamente quale fosse il suo peso.

- Il seguito della storia invece è un pochino più complesso. Per capirlo infatti bisogna sapere che la bilancia, mentre veniva felicemente pesata in laboratorio, naturalmente da un’altra bilancia più grossa, spiegò a questa la situazione. La bilancia più grossa pertanto si sensibilizzò al problema, capì benissimo l’esigenza che provava la più piccola a sapere il proprio peso. Diciamo pure che la prima passò il “tarlo” alla seconda: fatto sta che quest’ultima decise a propria volta di non pesare più niente e nessuno finché non avesse saputo il proprio peso.

- Quando lo scienziato se ne accorse, forte del primo documento firmato dagli esperti, riuscì a far pesare la seconda bilancia… che naturalmente, durante la pesatura, si confidò con la ancor più grande bilancia che la stava pesando in quel momento.

- Naturalmente anche quest’ultima si sensibilizzò al fondamentale problema, e non volle funzionare finché non seppe il proprio peso. Ma si confidò a propria volta con la quarta, che era una bilanciona. E così via.

- Come il lettore attento e sensibile avrà già intuito, ad un certo punto sorse un problema insormontabile: è evidente che, per pesare una bilancia, ce ne vuole un’altra di portata almeno un poco maggiore. E così, di passaggio in passaggio, inevitabilmente si arrivò al punto che non si poteva più costruire una bilancia maggiormente grossa per pesare quella “precedente”.

- Il problema non è di poco conto sul piano pratico, oltre ad avere insospettabili risvolti (a dir poco, cosmici, e scusate se è poco). Pensateci su: per poter pesare tutta la serie di bilance, ciascuna più importante della precedente, alla fine ci vorrebbe una bilancia grande come l’Universo… ed ancora il problema non sarebbe risolto. Perché ?

- Ma è semplice: perché questa bilancia massima, universale, resterebbe impesata. Chi o cosa la peserebbe ? Chi o cosa in pratica potrebbe pesare l’universo ?

- Quindi l’universo nel suo insieme, e buona parte dei suoi contenuti non sono pesabili, cioè sono imponderabili. Questo spiega perché esiste l’imponderabile, e perché esso non è eliminabile dall’universo.