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Bernardo


sabato 2 dicembre 2006 di Arturo Capasso



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Accompagnavo mia figlia a scuola, stamattina. Come sempre. Ma c’era un’aria pulita, qualche nuvoletta in fondo e un sole tiepido. Ogni mattino è la stessa cosa, per via Petrarca. Ma stamattina era diverso. Mi sentivo le immagini, me le vedevo davanti, si muovevano, apparivano e davano il posto ad altre. E qualcuna diventava più grande. Sì, avrei scritto il racconto che da tempo volevo: ora la figura principale si stagliava netta. Un grosso cappello a falde larghe, un grosso cappotto di buona fattura ma vecchio, un piccolo uomo dentro, dal volto tagliato dal lavoro, dal vento e dal sole. Le mani callose eppure tanto nobili e una voce piana, non affatto afona. Avrei scritto di Bernardo: il contadino. Tutto intorno ci avrei messo gli altri personaggi che sono a Marechiaro, come i grani di una collana.

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Bernardo
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-  Bernardo, voglio imparare anch’io a potare. Il vecchio che stava prima diceva che è difficile e che non si poteva imparare. Era geloso.
-  Non è affatto difficile. Togliete tutte le foglie, tagliate i rami secchi e poi dovete farci l’occhio. Se il ramo non riesce ad alimentare quello più piccolo, deve essere ridotto. Voi fateci una prima passata. Al resto ci penso io. Sapete chi ha fatto per primo la potatura?
-  È stato l’asino! Tanti anni fa un contadino lasciò il suo asino vicino a un pergolato. Quando tornò s’accorse che gli aveva mangiato le foglie e i rami più teneri. L’asino le ebbe di santa ragione. Ma fu forte la sorpresa del contadino quando in primavera s’accorse che proprio dove aveva attaccato l’asino la vigna crebbe più rigogliosa. Si ricordò e capì.
-  Allora dovette chiedere scusa all’asino.
-  Credo di si.
-  E il vino, secondo voi, Bernardo, com’è nato il primo vino? Forse c’era dell’uva premuta dimenticata. E l’olio, come hanno capito che si potevano schiacciare le ulive e farne grasso liquido?
-  A proposito del vino, ricordo un brindisi che faceva mio nonno:

Vino, che dalla vigna sei nato, Noè ti piantò. Non sapendo che ello lo fregava, in terra lo gettò. E lui disse: ah, vino che sei così potente valoroso e forte, io dico: viva l’Italia o meglio la morte.

-  Perché parlate sempre di vostro nonno e non di vostro padre?
-  Perché sono cresciuto con lui. Mio padre m’ha lasciato a quattro anni. Avevo un fratello di due anni. Morì sul Piave.
- Ebbe qualche medaglia?
-  No, nulla. E poi mia madre se lo fece venire a Napoli.
-  Vostra madre rimase sola? . :
-  No, si risposò. Ed ebbe altri figli. Fra noi c’è sempre stato un grande accordo, mai una discussione. Anzi, il mio patrigno ha voluto più bene a me che a suo figlio, che faceva sempre guai.

Continua la potatura. Si sale sul trespoloi, la scala campagnola, anch’ essa vecchia di secoli. Ho pensato: ma perché il nostro Paese non ha buoni potatori che governino con saggezza, tenendo di mira solo il vinello che uscirà da un buon vigneto?

Il campicello è tuo, lo curi con amore; forse bisogna tornare alle piccole, piccolissime imprese. Dove c’è l’amore e dove c’è la soddisfazione di creare giorno dopo giorno. Purtroppo l’orientamento è verso la massificazione. E noi , purtroppo, abbiamo già un’esperienza negativa con le aziende a partecipazione statale. Se ci spostiamo verso una completa nazionalizzazione, ci troveremo con una gran voglia di sederci e riposare. In Cina ho visto come bene sono organizzate le comuni. Ma come meglio è tenuto il piccolissimo pezzo di terra di ogni famiglia contadina. Proprio come in Urss, dove i colcosiani producono nei loro modesti appezzamenti gran parte degli ortaggi che servono a tutti.
-  Ora non si capisce più niente. Povera Italia. Gente che ruba, per strada non si può camminare, in autobus devi stare attento, i giovani non vogliono lavorare. È diventato uno schifo, scusate il termine poco civile. Di questo passo non so dove andiamo a finire.
-  Bernardo, secondo voi, come si dovrebbe fare?
-  Ci vuole disciplina. Ci vuole la pena di morte per chi ruba. Perché quando hanno tagliato la testa ai primi, poi vedete se gli altri vanno a rubare.
-  L’altra sera ero nell’autobus. Dicevano le stesse cose. Poi uno s’è sfogato: adesso vado a montare e sto a scopare fino alle quattro di domattina. Si fermano con le macchine di notte e ci trattano pure per fessi: chi ve lo fa fare. Quei quattro cialtroni ricottari, che dovrebbero essere messi con le spalle al muro. Sì, voi dite come ai vecchi tempi. Ma ormai i tempi sono cambiati. Ora i genitori sono incapaci e fanno vincere i figli. Una mamma sgridava il figlio perché voleva il dolce. E dopo poco l’ha accontentato. Ecco, per me quella ha sbagliato. Un altro, sempre nell’autobus, ha detto: e io conosco una donna che va a fare la cameriera per dare i soldi al figlio, per farlo comparire. Io invece gli darei tanti calci in culo. Questa è ora la nostra disgrazia: i genitori non sono più capaci di tenere i figli a bada.

C’era una pioggia forte, stamattina. Quando Bernardo è passato, gli ho suggerito di mettersi nella baracca grande e d’accendere il fuoco. La baracca l’abbiamo rifatta un paio d’anni fa. Ma è ricoperta di plastica e così d’inverno è fredda e d’estate è calda. Don Mimi, il vecchio contadino che stava prima, ci metteva le sue cose. Un lettino con un materasso vecchio, una coperta militare, un fornello, delle pentole, una bottiglia d’olio, una bottiglia di liquore, un vasetto con melanzane. E panni per la campagna: pantaloni, gambali, giacconi, cappellacci. Tutto intorno trecce di cipolle e di agli, ai lati canestri di semi. C’erano piselli, fagioli, fave. E anche le noci. Così il covo fu scoperto dai topi che a poco a poco se ne impadronirono. M’ha fatto sempre senso vedere un topo, figuriamoci poi quando ce ne sono diversi. Tu entri nella baracca per prendere una falce e senti rumori di qua e di là;il topo fa il giro della baracca, a mezz’altezza, più spaventato di te.

E stamattina ci volevo andare, avrei parlato a lungo con Bernardo. Gli avrei chiesto: vogliamo riprendere la vostra storia? E lui si sarebbe messo a raccontare, con calma e dando fondo ai ricordi.

Poi invece sono andato via, lasciando il viale dei pini, la campagna piena di pioggia. L’acqua fa bene ai piselli che stanno spuntando. Le foglioline si tendono come una mano e vanno seguite, accarezzate con rametti di ginestre. Più in là si metteranno delle frasche, perché i rami crescono e raggiungono il metro. E così scenderanno i fiori e poi i piselli. È un piacere coglierli e mangiarli crudi quando sono ancora piccoli.

La bomba dei pescatori di frodo m’ha svegliato e mi sono messo a scrivere nel mio studio. Da quanto tempo ci manco. Il tavolo è coperto di polvere, i libri sono lì e ormai non li apro più.

Per anni li ho curati e loro m’hanno dato tanto. Ora è come se ci fossimo rotti. O forse è come una vecchia amicizia: c’ è, ma non si frequenta.

In campagna, col tronchesino per tagliare i rami secchi e la lima per affilare, in campagna col tridente per bruciare o accatastare. E quando si sta in campagna è meglio portarsi appresso un bastoncino, un pezzo di canna: non si può mai sapere. Così mi diceva il vecchio don Mimi. E così ho fatto anche domenica mattina. Sul ciglio ho visto una biscia lunga un metro. Avevo un pezzo di canna in mano e l’ho tirata giù. Si fingeva morta, l’ho bloccata ad una ventina di centimetri dal capo, come ho letto da qualche parte, con la canna a mo’ di forcina. Ero lì e ho chiamato i due cani Lief e Aja: volevo vedere come reagivano alla vista della biscia.

S’accostavano uno per volta come se si fossero detti provo io, no, adesso ci penso io e così di seguito. Ma la biscia si ergeva e con la testolina si voleva spingere verso di loro, facendo vedere una lingua che non avevano mai visto. Lief e Aja avevano come un moto di sorpresa e tiravano indietro il capo, di scatto.

Poi è venuta Antonella, una mia nipotina, e l’ho pregata di prendermi il paletto che stava più sopra. Ho cominciato a picchiare al capo la biscia, mentre la tenevo ferma con la canna. Si dimenava, non voleva morire ed io su, anzi giù a tirare colpi.

Che schifo, diceva Antonella, che schifo quella biscia. E infatti aveva ragione. Una cosa che striscia fa sempre schifo; anche la sua morte faceva schifo

-  E com’è che siete diventato contadino?
-  Mio nonno faceva il contadino... Avevamo la terra sopra Posillipo, poi ci fu espropriata per fare il Parco della Rimembranza. Era una terra generosa. Allora l’aria era pulita e non saliva il fumo dell’ Ilva e del cementificio. Ora non si capisce più niente.
-  Una volta un turista forestiero vide mio nonno che stava facendo la vendemmia e volle essere fotografato vicino ad una pigna enorme. Doveva pesare alcuni chili, senza esagerazione. Il forestiero si congratulò e disse che dalle sue parti uva così non l’aveva mai vista .Mio nonno gliela regalò tutta quanta e lui fu molto contento. . .
-  Bernardo, stamattina la bomba m’ha svegliato alle quattro...
-  Sì, sparano sempre ai giorni di festa o il giorno prima. Povera Italia. Che modi sono quelli di prendere i pesci? Adesso tutto deve essere più facile: andare in banca e farsi dare i soldi senza averli mai depositati, entrare in un negozio e prendersi la roba senza pagarla, andare a mare e pescare senza buttare le reti, aspettare, raccogliere. Tutti vogliono subito. Chissà dove andiamo a finire.
-  Come fate a stare qui a Marechiaro alle sette del mattino?
-  Mi alzo verso le cinque, a casa stanno ancora dormendo tutti, specialmente mio genero che porta il camion della spazzatura durante la notte. Faccio il caffè, mi lavo, mi vesto ed esco. Devo prendere due mezzi, uno da Capodichino a Piazza Municipio e il centoquaranta fino a Posillipo.
-  E quando andate alla Gaiola?
-  Lo stesso, solo il tratto a piedi è un po’ più lungo.
-  Come mai non fate colazione, a mezzogiorno?
-  È da tre, quattro anni. Preferisco fare una tirata fino al pomeriggio
-  Ma riuscite a stare senza bere e senza mangiare tanto tempo?
-  Sì, ormai ci ho fatto l’abitudine e mi sento bene. L’unica cosa alla quale non rinuncia è il pacchetto di Nazionali, senza filtro. Fuma mentre attacca i cutoli intorno ai rami dell’uva. Sono rami che vanno in mille direzioni e che bisogna assecondare, guidare, raccogliere, dividere, portare verso l’alto, il basso, su una canna a fianco, fra un vecchio tronco d’albicocche e un palo di buongazzone appena ficcato nel terreno. I buongazzoni crescono a centinaia e diventano grandi. Producono delle mazze spesso diritte e sono tagliate per fare da sostegno alle viti. È una tradizione piuttosto povera, altri preferiscono andare verso Sorrento, Castellammare e comprare un camion di pali di castagno. Durano di più e non c’è pericolo che crescano quando uno li mette a terra. Infatti, per i buongazzoni occorre stare attenti: se non si taglia bene la corteccia intorno per una trentina di centimetri, si vede crescere un ciuffetto di foglioline alla cima. Il buongazzone, come si dice, ha preso piede.

D’estate, invece, la sigaretta se la fuma sospendendo il lavoro. Si ferma, sorseggia un po’ d’acqua dal fiasco e dice: ora mi fumo una sigaretta..

- Perché non bevete l’acqua fresca dalla fontana?
- No, ho imparato in guerra a bere l’acqua a temperatura ambiente. Là faceva un caldo terribile e poi, l’acqua fresca, chi ve la dava?
-  Bernardo, sapete cosa m:ha regalato quell’amico anziano che è venuto ieri? M’ha regalato ’o mariuolo.
-  E che cosa è?
-  È una specie di gonfiatore per bicicletta, con due fori alle estremità. Lo si mette nella botte e si riempie di vino. È comodo per l’assaggio.
-  Come ha trovato il vino?
-  Vi ho detto ieri che lui è un esperto, per circa quarant’anni ha avuto un’azienda vinicola. L’ha trovato buono, ma ha detto che ci vuole la chiaretta.
-  Cos’è?
-  Ha detto di preparare due dozzine di uova. Prende il bianco e lo mette nelle botti. Agita fortemente con un bastone e lascia depositare per una decina di giorni. Dopo tale periodo il vino perde la sua torbidezza e diventa chiaro.
-  Eh, vedete, tutto è buono a sapere. Io non l’avevo mai sentito questo fatto.
-  Ho accompagnato Bernardo a Miano. Se uno manca da un posto per alcuni anni, quando torna rischia di non sapersi più orientare.

Siamo passati per villa Russo, una casa di cura per malati mentali. Ricordo la mia prima visita a quelposto triste. Uno si sentiva Napoleone e arringava in continuazione, un altro sognava terre lontane Poi andammo nei padiglioni .degli agitati. Non si usavano ancora gli psicofarmaci ed era un inferno sentire gridare tanta gente.

Fu allora che vidi per la prima volta la camicia di forza e mi sembrò uno strumento di tortura. La visita la feci con un cugino di mio nonno, che era cappellano in quella casa. Un’altra volta lo avevo accompagnato in visita pastorale col cardinale nel penitenziario di Procida. Mi rimasero impresse le celle basse, eterne, la campagna infinita fra il cielo e il mare, gli uomini tardi negli anni, ormai rassegnati. Quel giorno fecero vedere cosa mangiavano: pasta al sugo in scodelle di terraglia.

La casa di Bernardo è più giù di villa Russo. Tutto un agglomerato di case polari; le strade sono abbandonate, l’asfalto manca, il fondo presenta buche e pozzanghere. Devi procedere adagio, altrimenti saltano le balestre. Case una sull’altra, senza verde, solo negozi con tutte le mercanzie fuori. Venditori ambulanti, fissi, occasionali. Cataste di panettoni, bottiglie, formaggi, grosse tine con sottaceti, peperoni, papaccelle, montagne di cavoli, insalata, minestra, cesti gialli di mandarini, arance, limoni. E finocchi, patate, pesce fresco, capitoni che saltano, pesce morto, surgelato, rigelato, putrido. Tutto si vende, sotto Natale. Uno ha messo una barchetta con tre grosse lampade e del pesce dentro. I vigili passano, guardano, se ne vanno. E cosa può fare anche un’amministrazione di sinistra contro una tradizione secolare? Da sempre hanno messo tutto fuori. Senza pensare che poi è la stessa cosa, proprio come allo stadio quando tutti stanno in piedi e invece potrebbero stare seduti. I cartoni si ammassano sui marciapiedi, i cumuli di immondizia si alternano a quelli dei prodotti offerti. A sera carta, cartacce e foglie di broccoli, cartoni e buste di plastica sono una prova del movimento che c’è stato durante la giornata e una conferma della sciatteria di tutti.

Bernardo scese dalla macchina. e caricò la damigiana di vino sulle spalle, sulle spalle vecchie, ma sempre pronte al suo richiamo.

Non volle essere accompagnato, mise sotto braccio l’altro pacco e se ne andò. A Miano c’ero stato da piccolo, a far visita ad una vecchissima zia, zia Rosinella. Abitava sola ed aveva un letto altissimo. Lei, che era piccola, per coricarsi adoperava una specie di pedana con due scalini. Era l’ultimo legame con la vecchia parte della famiglia di mio nonno. Suo padre era stato insignito di un’alta onorificenza dal re di Napoli e i vari certificati arrivarono da mio padre a me. Così pure c’era il diario con tutte le nascite, le cerimonie, le morti. C’era anche un testamento; la disposizione era che il « cuppino d’argento » andasse ad una tale nipote. Quanta poesia nel leggere quella parola « cuppino » scritta con grafia tremante.

-  E domani sera sparerete i fuochi?
-  Come no!
-  Ah, bravo, e cosa sparate?
-  Ma che sparare. Per me quelli che fanno i tracchi dovrebbero essere messi dentro. Cominciano me si prima con le botte. Ai tempi di quell’uomo le cose non andavano così.

-  Sapete a quanto è arrivato un tracco? A tre cento lire!
-  Trecento lire. Ma ci sarà pure gente che li comprerà. E come. Poi dicono che c ’è miseria. Il capitone è arrivato a undicimila lire e lo stesso l’hanno comprato. Avvolto in quella carta gialla bagnata che da sola pesava già cento grammi. Ti fanno fesso due volte, anzi
-  tre, perché se te lo tagliano fanno cadere un paio di pezzi.
-  Ricordo che quand’ero piccolo in molte famiglie si compravano quattro, cinquecento tracchi. Ora ci vorrebbero centocinquantamila lire per quei pochi soldi di una volta. Voglio dire che un semplice divertimento ora è diventato un lusso.- coi prezzi non si capisce più niente. I mandarini ad un posto li trovate a tanto e ad un altro a tanto e mezzo. I fruttivendoli stanno bene e si sono fatti le case. Loro non falliscono mai.
-  tto casa mia abita un brigadiere di pubblica sicurezza, che fra un paio d’anni andrà in pensione. Voglio raccontarvi quello che è capitato ad un suo collega.

Lui prestava servizio a Milano ed aveva la moglie a Napoli impiegata statale. Non riusciva in alcun modo ad avere il trasferimento. Un giorno al commissariato ricevono una telefonata: hanno svaligiato un appartamento. Lui già immagina chi può essere stato, raggiunge l’abitazione del pregiudicato e l’acciuffa con la refurtiva. Una operazione brillante, il ladro è messo dentro. Dopo qualche giorno la guardia è a passeggio per piazza Duomo e si sente salutato. Ma lei chi è, chiede. La risposta è pronta: sono quello che ha arrestato l’altra settimana. E aggiunge: sono uscito presto perché ho diverse amicizie; anzi, se lei ha bisogno di qualcosa, me lo faccia sapere: sono a sua disposizione. La guardia lo guarda e vorrebbe mettersi a gridare, a piangere, a imprecare. Ha un attimo d’esitazione, stringe i denti e dice: guardi, io ho il problema d’essere trasferito a Napoli. Può fare qualcosa? Il ladro gli chiede dieci giorni. Al dodicesimo la guardia è trasferita a Napoli.

Questo è ciò che è capitato ad un amico d’un brigadiere. Ad un altro le cose sono andate in modo diverso, ma sempre a buon fine. Quest’ altro faceva da poco il maresciallo in un paesino della Sicilia. Non riusciva mai ad arrestare qualcuno. Tutti raccomandati, a momenti diventava pazzo. Un giorno va dal parroco e gli chiede di aprire la chiesa alle tre del pomeriggio per una funzione. Il parroco sulle prime dice di no e poi si convince. Alle tre entra il maresciallo, entrano i fedeli che erano stati invitati. Il maresciallo chiede scusa del disturbo e annuncia la sua decisione: poiché non è possibile arrestare nemmeno un vivo, perché tutti sono raccomandati, lui da quel momento comincerà ad arrestare i Santi. Esatto, i Santi che stavano in chiesa, cioè le statue.

Dopo qualche giorno è richiamato per offesa alla religione e viene trasferito a Napoli. Almeno aveva raggiunto il suo scopo.

-  Bernardo, quali guerre avete fatto?
-  Due: quella d’Abissinia e l’altra sarebbe la guerra dal quaranta al quarantaquattro.
-  In Abissinia cosa facevate?
-  Noi accompagnavamo solo i convogli che andavano in Abissinia, da Napoli.
-  Ricordate qualche episodio particolare?
-  No, perché non c’era da affrontare niente.
-  Com’era il morale dei soldati che andavano lì?
-  Una parte, quella che effettivamente apparteneva al regime fascista, era contenta; ma gli altri partivano contro la propria volontà
-  Avete mai sentito di episodi di diserzione?
-  Qualcuno; allora non c’era nulla da fare: per un momento se ne andavano, quando venivano presi pagavano quello e quello.
-  Per quale motivo gl’ Italiani andavano in Abissinia? Cos’era, la nostra, una guerra d’espansione, era una guerra giusta, oppure no?
-  Per un lato era giusta , perché da tanto tempo avevano fatto sempre degli abusi. Qando è venuto Mussolini ha messo le cose a posto..E la seconda guerra mondiale, da dove siete partito?
-  Da Napoli per la Spezia, perché io ero marinaio. Mi sono imbarcato sul cacciatorpediniere « Dardo ».
-  Dove avete combattuto?
-  Nel mare.
-  Cosa dicevano i marinai di quella guerra?
-  Da un lato c’erano quelli che effettivamente facevano il loro dovere, ma gli altri protestavano.
-  Siete mai stato attaccato in mare?
-  Sì, due volte. É successo che, mentre procedevamo, per poco non siamo stati colpiti da una bomba subacquea. La seconda volta ci hanno affondati. Secondo me era un sommergibile che ci faceva la caccia. Ci siamo trovati in mare e ci siamo salvati quindici di noi. Eravamo settantasei. Ci siamo salvati con l’imbarcazione di salvataggio e siamo andati a Palermo.
-  Quando la guerra è finita, voi dove stavate?
-  Quando la guerra è finita io mi trovavo a Livorno.
-  Come avete saputo che la guerra era finita?
-  Ce l’ha detto il comandante: la guerra è finita, ragazzi andate in pace.

-  Come accettaste la fine della guerra?
-  Fu una sconfitta che noi non desideravamo di avere. Ma sono stati i tradimenti quelli che ci hanno portato a quella rovina. E c’erano quelli che gli faceva piacere. Perché dicevano che non eravamo in grado di affrontare quelle nazioni lì.
-  Ma secondo voi noi eravamo in grado o no?
-  Sì, eravamo in grado, ma ci dovevano essere delle persone leali che stavano al potere, non dei traditori. Sono stati loro che ci hanno portato alla rovina. Come eravamo associati noi e la Germania potevamo conquistare il mondo. Da Livorno tornai a Napoli; ci mancavo da diciannove mesi. Appena arrivai in città fui ancora più amareggiato nel vedere tanta distruzione. Sarei stato pronto a partire di nuovo.
-  E dove sareste andato?
-  Sarei andato a vendicarmi.
- Se voi aveste avuto a disposizione un aereo con una bomba, contro chi l’avreste lanciata?
-  Sui traditori. E i traditori erano stesso italiani. Tornato a Napoli ho ripreso a lavorare all’Ilva Bagnoli. Io di origine sono orfano di guerra. Mio padre è morto sul Piave nella guerra 15-18. E ci ha lasciato me e mio fratello: io avevo quattro anni e lui due anni. E così io ebbi diritto al posto. Quando tornai a casa non avevo neppure lo zaino che avevo perduto. Ho visto per prima mia madre. L’emozione e stata tale che per quasi due ore non ha potuto parlare. E gli altri intorno hanno avuto piacere nel sapere che ero tornato.
-  Noi siamo cresciuti con nostro nonno. Lui ci
-  ha sempre aiutati. A me, a mio fratello e mia madre.
-  Quando morì aveva circa novant’anni. Tutti gli volevano
-  bene.
-  Bernardo, adesso è meglio fare colazione.

Tira un vento gelido e ogni tanto c’è uno sprazzo di sole. Le onde sono alte e spumeggiano. L’acqua quando sbatte sugli scogli ed esplode dà sempre un senso di forza e di pulito. E’ un’acqua limpida, briosa. Mangiamo delle spesse fette di pane, comprato dalla vecchietta di Quarto, che lo impasta con le mani e lo cuoce nel forno a fascine.

E’ saporito, quel pane. Anche se passano dei giorni. Ne mangiamo due fette ciascuno, inzuppate d’olio di melanzane.

Bernardo mi fa una domanda strana: da quanto tempo mancate dalla Germania? E io gli dico che manco da un paio d’anni e che ero stato per alcuni giorni a Monaco.

M’era rimasto impresso un episodio: stavano costruendo la metropolitana e c’era una pioggia torrenziale. Gli operai lavoravano con grossi impermeabili gialli, gambali lunghi e cappelli larghi. Lavoravano alla luce di potenti riflettori. Un ritmo convulso. E dico a Bernardo che feci allora una osservazione, fra me e me, visto che ero solo: noi avremmo avuto tre valide ragioni per non lavorare: la prima perché pioveva, la seconda perché era notte e la terza perché era domenica. E poi chiede: chi comanda adesso in Germania?

-  ante la guerra sono stato in licenza a casa e dove stavamo noi al Parco della Rimembranza c’erano le batterie costiere coi tedeschi. C’era la batteria tedesca e quella italiana. Io ci ho un fratellastro che praticando con i tedeschi - era piccolo - ha preso la lingua tedesca e i tedeschi se lo mettevano in mezzo, così, e si meravigliavano. Dicevano ma com’ha fatto a insegnarsi
-  una lingua così? E ha imparato pure l’inglese. Ora è capo squadra con la ditta Lancellotti.
-  Vi piace questo pane?
-  E’ ottimo.
-  Al Parco della Rimembranza, il pane chi lo faceva?
-  Mia nonna.
- Lo faceva col lievito?
-  No, niente lievito. La sera si faceva il crescito e poi alla mattina s’impastava. Vedevate del pane che aveva dieci dodici giorni, ma quando si tagliava usciva bello morbido e fresco. S’induriva soltanto la parte esterna. Lo conservava sopra un tavolo, in una specie di scafandro. Qui c’è anche il forno.
- Sì; l’abbiamo acceso un paio di volte, ma si deve aggiustare.
- Prima tutti i coloni era difficile che il pane lo compravano...
- E già, avevano i sacchi di grano, poi avevano l’olio e i fagioli; non era necessario andare a fare la spesa come facciamo noi. Questo pane è saporito anche con un filetto d’olio e un pomodorino.
-  Sì, una specie d’insalata; pomodoro, cipolla e peperoncino.
-  L’ultimo dell’anno come l’avete passato?
-  Ma, ringraziamo Iddio.
-  L’avete passato con vostra figlia e vostro genero. E i nipoti? Ne avete?
-  Sì, sette. Per grazia di Dio si sono sposati tutti e quattro figli, tre maschi e una femmina. La donna sarebbe l’ultima e hanno trovato pure buona compagnia; ragazze pulite e si amano, come io desidero.
- Bernardo, avete visto il film ieri sera?
-  No, io la televisione la vedo di rado e preferisco andare a dormire..
-  Era un film interessante. Il titolo si rifaceva un viaggio che un giovane fa dal suo paese vicino Avellino - Trevico - fino a Torino.Si trova fra gente estranea, fra compaesani che sono come lui dei pesci fuor d’acqua. E tutti sono scontenti: chi non lavora, perché vede passare tutte le speranze di una sistemazione, e chi lavora, perché è un lavoro massacrante un lavoro al quale uno non è abituato, un lavoro contro la propria mentalità. Immaginate quanti giovani hanno lasciato il loro paese e sono andati via. Proprio il protagonista del film, che si chiama Fortunato, scrive ai suoi in paese e racconta che al nord la vita è dura e che è meglio non andare su se non si è sicuri.
-  Ma soprattutto scrive che il lavoro uno lo deve trovare nel posto dove è nato, senza bisogno di andare a chiedere fuori. E dice che il lavoro ci sta.
- È certo che il ragazzo ha ragione. Uno perché se ne deve andare?
- Bernardo, è da anni che sto dicendo queste cose. La terra deve essere lavorata e devono sorgere sul posto delle piccole imprese di trasformazione. Vi ricordate l’anno scorso? Le nostre albicocche sono andate a finire a Bolzano, perché lì c’è la Zuegg che ne fa marmellata. Da Napoli fino a Bolzano per far marmellata. E poi, ora che mi ricordo, anche succhi di frutta. Così una mamma per un po’ di marmellata e per qualche succo di frutta è costretta a pagare dieci volte tanto. Bernardo, facciamo proprio pena.
- Avete ragione. È così Avete visto che adesso ci sono altri licenziamenti alla Motta e all’Alemagna?
-  Sì, che volete farci?
-  Cinquemila disoccupati.
-  Qui s’aspetta, non sarà tanto a lungo, qui si aspetta una rivolta terribile. Male quel giorno che scoppia.
-  Ma la rivolta chi la fa?
-  Italiani e Italiani, contro se stessi, fra di loro.
-  Il fatto che ci troviamo in queste condizioni, di chi è la colpa?
- La colpa? Di quelli che comandano. Diceva mio nonno che quando in un gallinaio c’è più di un gallo non fa mai giorno. Ma quando ce n’è uno solo, questo canta allo stesso orario che ha cantato la mattina prima.
-  Allora secondo voi il guaio è che ci sono molti galli, attualmente?
-  Sì, io penso che quando fanno il consiglio dei ministri non fanno altro: questo a te, questo a te, questo a te e questo a me. Noi oggi stiamo qua, domani non sappiamo.
-  Quindi non sono delle persone oneste?
-  No, no.
-  Beviamoci un goccino, ecco, due parti uguali.
-  Bevete!
-  Ecco, ora ci fumiamo una sigaretta. Voi fumate solo Nazionali?
-  No, l’accetto.
-  Per quanti anni pensate di lavorare ancora?
-  Questo non lo posso stabilire io. Lo sa mio padre celeste. Se io vi racconto una cosa, mi giurate che non direte niente a nessuno, neanche ai suoi, però?
-  Sicuro. Dite, Bernardo.
-  Io ho avuto una visione ma non adesso, quattro anni fa. Dice: io sono sicuro che sulla terra nessuno ti crederà; ma tu non ti preoccupare a quel momento per quello che dovrai dire, perché non sarai tu che parlerai, è lo spirito mio.
-  Che cosa vi ha detto?
-  Ha detto che suo padre - questo era il Cuore di Gesù che mi parlava - ha detto che suo padre aveva la pancia troppo piena per quello che si stava commettendo sulla terra e che s’era pentito d’aver fatto un giuramento, quando mandò il diluvio, d’aver messo l’arcobaleno come segno di pace. Ma dice che a lui non ci manca il modo di distruggere. Per creare ci ha messo sei giorni, per distruggere gli bastano tre secondi, m’ha detto: quando tu racconti questa visione fa conto di come stessi facendo un innesto e mio padre ha constatato che sotto l’uva mala milioni di piante devono salvarsi e dare il loro frutto. Quando tu racconterai queste cose quelli che la prenderanno tutto al contrario finiranno male. Tu verrai con me e io te li farò vedere. Tu allora potrai dire: malvagi infedeli, perché non mi avete creduto quando eravamo in prova?
-  Quando avete avuto la visione?
-  Quattro anni fa.
-  Dove stavate?
-  Stavo a dormire.
-  Quindi, è stato un sogno.
-  No, mi ha svegliato proprio. Mi ha svegliato e m’ha detto: non preoccuparti che gli altri non si sveglieranno.
-  Voi stavate dormendo in camera vostra?
-  Sì, allora avevo ancora mia moglie. E per darvi un esempio, ho raccontato questa visione a mia moglie e lei l’ha presa tutta al contrario, cioè s’è messa a ridere e dopo tre giorni è morta.
-  Dopo tre giorni?
-  Sì, dopo tre giorni.

-  Quindi, questa visione voi non ve la siete tenuta per voi, l’avete detta a vostra moglie.
-  Sì, l’ho detta a diversi; c’erano certi di San Giovanni a Teduccio che mi volevano portare con loro per raccontare questa cosa.
-  Dove vi volevano portare?
-  C’era un luogo dove si riunivano i cattolici,per fargli vedere larealtà.
-  Voi allora credete nell’aldilà?
-  Sì; e m’ha detto: laMessa l’ho messa io, quando mio padre m’ha mandato sulla terra. Però a colui che si vuol sentire la Messa segretamente, dico: entra in casa tua e chiudi la porta e prega mio padre, perché mio padre quando ti legge in segreto dà più ricompensa che in chiesa. Perché c’è il novantacinque per cento che va in chiesa per farsi vedere dal pubblico e quando escono fanno più peccati di quello che non c’è andato.
-  Secondo voi la confessione è una cosa giusta?
-  Uno deve dire quello che ha fatto ad un altro...
-  No, la confessione se la può fare stesso l’individuo...
-  Come fanno i maomettani...
-  Ecco.
-  Bernardo, ci voleva questa mezz’oretta di riposo. Io m’ero fatto i piedi gelati. Quindi siete stato proprio svegliato.
- Sì, sono stato svegliato che mi sentivo vicino al viso passare come un filo di seta, cosi. Aprendo l’occhio io ho visto lui.
-  Com’era vestito?
-  Di bianco, aveva la barba.
-  E poi vi siete riaddormentato?
-  Sì, e alla mattina mia moglie e i miei figli li dovetti svegliare. Erano le sette e dormivano ancora tutti. Ho dovuto cominciare da mia moglie a svegliarla,perché lui mi disse: non preoccuparti, non. si sveglieranno e domani mattina la sveglia dovrai cominciarla da tua moglie.
-  Ma di solito a che ora si svegliavano?
-  Alle cinque.
-  E quel giorno della visione?
-  Erano le sette e nessuno si svegliava.
-  Quando lo diceste a vostra moglie, subito dopo averla svegliata?
- No, dopo due giorni. Quando racconto questa visione mi dicono: tu sei un contadino, non sei un sacerdote. E poi proprio i sacerdoti stanno a commettere cose contro la religione.
-  Come andò a finire con vostra moglie?
-  Non mi credette e morì dopo tre giorni. Io non versai neppure una lacrima.