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Il Temporale di Strinberg messo in scena da Giorgio Saracino


martedì 21 luglio 2009 di Gianandrea de Antonellis

Argomenti: Teatro


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“Teatro Utopia - Compagnia Stabile degli Iblei di Ragusa” Sabato 11 luglio 2009 ha presentato alla rassegna “Il Grifone” di Guardia Sanframondi "Il Temporale" di Johann August Strindberg con una proposta fuori dai soliti schemi

Negli Anni Trenta c’era il Carro di Tespi a portare il grande teatro lontano dalle maggiori città. I paesi della provincia potevano beneficare di attori di fama che mettevano in scena i vertici della produzione drammatica mondiale. Poi, con il dopoguerra, i grandi interpreti (a parte Gassman, che volle rifarsi al Carro di Tespi) si sono limitati alle “piazze” principali d’Italia, al massimo a qualche festival di richiamo; nelle maggiori città si è anche sviluppato un teatro fatto per lo più di giovani compagnie che per motivi spesso legati al budget limitato propongono spettacoli per pochi interpreti, magari reinterpretazioni da classici per due-tre attori o monologhi “ispirati a”, possibilmente su fondo scuro e senza alcun arredo scenico. Non che così non possano risultare spettacoli di alto livello, se attore, regista e autore (o adattatore) del testo sono all’altezza. Ma rimangono nella stragrande maggioranza dei casi opere che si possono gustare solo in teatri o teatrini delle principali città (o, tutt’al più, in qualche festival illuminato).

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Insomma, la vita culturale dei paesi di provincia, teatralmente parlando, è usualmente legata alla produzione di qualche grande classico, buono per tutti i gusti e di grande richiamo, messo in scema da compagnie amatoriali (di solito sono Goldoni e Pirandello a farne le spese).

Ben venga quindi la coraggiosa idea del Teatro Utopia “Compagnia Stabile degli Iblei di Ragusa” che ha avuto il fegato di cimentarsi, per portarlo in giro per l’Italia meridionale, con un testo complesso e di non facile richiamo come Il Temporale di Johann August Strindberg, una delle ultime opere (scritta nel 1907, sarebbe stata rappresentata per la prima volta l’anno successivo) del drammaturgo svedese, che sarebbe morto di lì a poco, nel 1912, a sessantatre anni.

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Si tratta di una riflessione sulla vecchiaia, sull’autunno della vita che giunge dopo una defatigante e calorosa estate – il simbolismo stagionale e climatico è una evidente metafora della vita, come lo sarà la luce razionale del lampione che illuminerà da sola la scena al termine del lavoro.

Fondamentale è il luogo dove si svolge l’azione: un caseggiato a più piani che rappresentano anche diversi livelli morali e sociali, ben evidenziati dalla scenografia “verticale” di Salvatore Fratantonio. La trama è essenziale: al termine dell’estate il Signore, ormai vecchio, torna alla sua casa di città dove vive solo con la giovane dama di compagnia Louise e intervalla le sue lente giornate giocando di tanto in tanto a scacchi col Fratello, un procuratore. Al piano di sotto vive la famiglia del Pasticcere, con la giovane figlia Agnese e la moglie, che vorrebbe diventare cieca e sorda per non vedere e non sentire ciò che le accade intorno. A quello di sopra, dopo la morte del precedente inquilini, è subentrata una rumorosa famiglia, i Fischer, che danno spesso festini di ogni genere, ma di cui il Signore non sa o non vuole sapere alcunché, in questo imitato anche dagli altri inquilini.

Giunge il procuratore per l’abituale chiacchierata e le sue domande, degne di un inquisitore, non riescono a raggiungere una risposta soddisfacente riguardo al nuovo assetto del palazzo. Ormai da cinque anni il Signore, dopo aver divorziato da Gerda, una donna molto più giovane cui ha lasciato la figlia di quattro anni, si è chiuso in se stesso e nelle sue maniacali abitudini, che non contemplano il rivolgere la parola a tutti i coinquilini. Solo successivamente, a causa di un incontro proprio con Gerda, il procuratore verrà a sapere che ella è diventata la (infelice) signora Fischer ed abita da alcuni mesi nello stesso palazzo dell’ex marito, pentita della scelta fatta. Il signor Fischer, infatti, è un biscazziere di pochi scrupoli, violento e fedifrago, che la rende infelice ed ha pochi riguardi anche nei confronti della bambina.

Gerda chiede aiuto al procuratore, che la spinge a parlare con il suo ex marito, che non vedeva dal momento della separazione: il concitato colloquio mette in evidenza la gabbia di egoismo e di indifferenza del vecchio, che per non soffrire lascia che soffrano anche Gerda e, soprattutto, l’innocente figlia.

Solo per un caso il dramma non si volge in tragedia: Fischer sta per lasciare la città dopo aver rapito la bambina, ma viene raggiunto prima che riesca a prendere il treno. Respinte dal Signore, madre e figlia andranno a vivere nella casa della suocera, dal cuore più grande di quello del protagonista: c’è spazio, in futuro, per uno spiraglio di conciliazione.

Il simbolismo latente nel testo diviene – nel disegno del regista Giorgio Saracino, che interpreta anche il ruolo principale – «un collegamento ideale tra il temporale del titolo – che segna il passaggio dall’estate all’autunno, qui intese anche come stagioni della vita – e quello che agita gli animi dei personaggi: un temporale di sentimenti e di passioni che sembra precludere la possibilità di una vecchiaia vissuta nella meritata pace spesso invocata dal protagonista, che, isolatosi dal mondo, si specchia nel passato, per vivere appunto la sua vecchiaia di ricordi in compagnia della sua devota parente-serva, fra le sporadiche visite del fratello e le chiacchiere inutili con il vicino pasticciere».

Resa con particolare antipatia da Saracino, la figura del Signore viene ritratta come quella di un borghese perbenista, fissato con le sue manie, che considera gli altri come strumenti e che vorrebbe muovere tutti, dalla moglie al fratello, come i pezzi dei suoi amati scacchi. Risulta quindi difficile stare dalla sua parte nel continuo incontro-scontro con gli altri personaggi: non solo Gerda, ma anche il fratello, che egli accusa di aver nutrito una passione nei confronti della ex moglie. Unica a ricevere un minimo di rispetto è Louise, la dama di compagnia tuttofare; ma si è portati a pensare che sia solo per una questione di opportunità.

Interessanti anche gli altri interpreti di questa messa in scena: Carmelo Gugliotta, il fratello, ben più umano del Signore; Natalina Lotta, una triste Gerda; Ornella Cappello, la serafica parente-serva del signore; Rosaura Lucenti, la frivola figlia del pasticcere (ma il cui volubile carattere permetterà di impedire la tragedia); Mario Dipasquale nei panni di Fischer e di altri personaggi secondari. Ed una speciale menzione va a Pippo Antoci che, nonostante una pronuncia che ricorda un po’ troppo la sua terra natia, dona al pasticciere Starck una composta accettazione della vita, anche nelle avversità, che riesce assai più umana della freddezza egoistica del protagonista.

Gianandrea de Antonellis