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Antonello Cossia interpreta il primo personaggio creato da Tommaso Landolfi


mercoledì 1 ottobre 2008 di Gianandrea de Antonellis

Argomenti: Teatro


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Nell’ambito del XXIX Festival Città Spettacolo di BENEVENTO 16 settembre 2008, presso il Teatro De Simone LiberaScenaEnsemble ha presentato Antonello Cossia in " La stanza scura " piece liberamente tratta da Maria Giuseppa di Tommaso Landolfi

La stanza scura nella casa di campagna, residenza estiva di Giacomo, un mentecatto appartenente alla piccola aristocrazia, è la camera dove vive la povera Maria Giuseppa, contadina accolta in casa e quindi continuamente vessata da un padrone che la tratta come uno strumento di piacere, divertendosi a tormentarla come fa con i gatti cui tira addosso pietre o il cane che insegue con una vecchia sciabola. Il “gioco” crudele continua senza che l’io narrante, un vero idiota in senso etimologico, si renda conto della gravità delle sue azioni, che raggiungono il culmine con uno stupro (forse solo tentato, forse portato a compimento) in seguito al quale la povera contadina, sconvolta e annichilita, muore di consunzione.

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La raffinata scrittura di Tommaso Landolfi al suo esordio letterario (Maria Giuseppa, del 1929, apre la sua prima raccolta di racconti, Dialogo dei massimi sistemi, pubblicata nel 1937) suggerisce soltanto quello che può essere intercorso tra i due, sottolineando ancor più l’idiotismo del protagonista, causa di una morte per cui non riesce a provare rimorso, come in precedenza non era riuscito a comprendere il male quotidiano, il dolore continuo che usava infliggere alla donna.

Antonello Cossia incarna ottimamente la chiusura mentale di Giacomo (anzi, Giacomino, a sottolineare la mancata crescita del protagonista), in un testo rielaborato e diretto da Renato Carpentieri, che inserisce nel racconto originale un altro frammento landolfiano ed alcuni elementi volti ad accentuare l’anormalità dell’io narrante: vestito con abiti di velluto che ne sottolineano la buona estrazione sociali (i costumi sono di Annamaria Morelli), Cossia si muove in uno spazio scenico disegnato da Francesco Esposito che evidenzia la sua separazione da un mondo che egli rifiuta e che a sua volta lo rifiuta.

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Maria Giuseppa vive, agonizza e muore in una “camera scura”, senza finestre sul mondo, ma anche Giacomino, nonostante la terrazza coperta e l’ampio cortile, non esce mai dal proprio ristretto mondo, gli manca anche quel fondamentale contatto con l’esterno (ed il Superiore) che almeno Maria Giuseppa viveva ogni mattina grazie alla partecipazione alla prima messa. «Ma alla fine che vale la pena parlare di questo?» conclude il protagonista, superando la morte dell’unico essere umano con cui era venuto a contatto come si supera il dispiacere per aver involontariamente infranto un bicchiere; e sprofonda egli stesso in una propria “camera scura”; neppure conscio che il resto del mondo gli riserverà lo stesso trattamento che egli ha riservato a Maria Giuseppa: anzi, lo ignorerà addirittura, ed al suo letto di agonia, un giorno, mancherà anche quel via vai di parenti e amici che ha caratterizzato le ultime ore della contadina.

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Una vita inutile, quella di Giacomino, fatta di giornate vuote e tragicamente uguali, che non sembra avere ragione d’essere, se non per tormentare chiunque, sia un animale o un essere umano, venga a contatto con lui. Un capolavoro letterario di cui questa versione teatrale riesce ad esprimere – pur non raggiungendo la sublimità dell’originale – il senso di fastidio e di tristezza, grazie ad un Antonello Cossia molto ben capace di rendere la “banalità” del male insita nel suo personaggio.

Gianandrea de Antonellis