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Rubrica: CULTURA


LE ARMI BIANCHE : STORIA E CURIOSITA’


domenica 17 settembre 2006 di Emanuela Ludovica Mariani

Argomenti: Guerre, militari, partigiani


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Chi fu il primo che inventò le spaventose armi
da quel momento furono stragi, guerre... si aprì
la via più breve alla crudele morte
tuttavia il misero non ne ha colpa! Siamo noi che
usiamo malamente quel che Egli ci diede per difenderci
dalle feroci belve!”

Si aprì con una citazione di Tibullo il film di Ermanno Olmi (di qualche anno fa: “Il mestiere delle armi”), tradotta in un corpulento italiano cinquecentesco e recitata da una voce fuori campo (Pietro Aretino) mentre la telecamera del regista indugiava sul capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere. Memorabile la scena iniziale del combattimento quando, in un clangore metallico, la lunga fila di lance è pronta alla battaglia. Il film, ovviamente, è un piccolo pretesto per scoprire l’origine dell’uso dell’arma nella storia dell’uomo. Come recitava l’antico brocardo latino “homo homini lupus”, connaturata all’umana natura c’è sempre stata una parte spiccata che ha rivendicato la difesa dalle avversità e dai pericoli esterni. Ogni uomo ha vissuto e forse continua ancor oggi a vivere con l’angoscia di un vero e proprio assalto mortale che possa sorprenderlo e farne di lui macerie. Ab incipit, quindi, oltre che per procacciarsi cibo, ha utilizzato mezzi c.d. violenti per la propria sopravvivenza. E l’utilizzo di oggetti più o meno puntuti segna l’inizio della difesa del suo habitat.

Ma, uomo primitivo a parte, e compiendo un notevole passo temporale, si nota come gran parte dei sistemi di combattimento con la spada dell’Alto Medioevo risale agli usi delle tribù germaniche che invasero l’Europa. A partire dal V secolo d.C. Goti, Longobardi, Franchi, essendo abili nel maneggio di lunghe spade da usarsi in coppia con lo scudo, diffusero anche in Europa l’uso del duello come sistema per dirimere le questioni d’onore od invocare il giudizio di Dio.

Lo sviluppo delle tecniche di combattimento a cavallo, poi, favorirono l’ascesa dell’uomo armato. Dedicando la sua vita unicamente al combattimento il cavaliere si specializzò in tutti gli scontri con ogni tipo di arma (a piedi ma soprattutto a cavallo). Feroci tornei a cavallo con morti e feriti caratterizzano, insieme alle cacce, il passatempo preferito del signore medievale fino al secolo XIII e gli inizi del XIV. Dalla metà del Trecento l’uso più frequente della spada a due mani determinò l’inizio di una prima forma di scherma vera e propria.

La scherma dei sec. XIV - XV anche se assai tecnica risulta ancora basata prevalentemente sulla potenza. Va però precisato che la spada nacque come diretta evoluzione del ben più antico pugnale (di cui noi abbiamo i primi rudimentali esemplari, in selce, già in età preistorica) verso la fine del II millennio a.C., all’epoca della civiltà egeo-micenea. Si trattava di spade molto sottili, dalla lunghezza ragguardevole (fino ad un metro di lama) e che già all’epoca tendevano ad essere abbellite mediante ricchi ornamenti e cesellature. Ovviamente tanto la lama quanto l’elsa erano in bronzo.

A partire dal Mediterraneo Orientale la spada si diffuse in breve tempo in tutta Europa. E, attorno all’VIII-VII secolo a.C. vennero introdotte dai Celti, in Illiria e Borgogna, le prime spade di ferro. Proprio i Celti, ed in particolare quelli della civiltà di La Tèène, utilizzavano un particolare tipo di spada, abbastanza lunga e spuntata, che andava usata unicamente di taglio. Gli opliti greci erano invece soliti impugnare spade corte a doppio taglio. Proprio dall’evoluzione di queste venne introdotta a Roma, dopo la battaglia di Canne, quella corta spada usata sia di taglio che di punta che era il “gladius”, in dotazione della fanteria, mentre i cavalieri utilizzavano le “spathae” , assai più lunghe.

Con le invasioni barbariche e per tutto il Medioevo l’uso della spada ebbe ancora una maggiore diffusione, a causa del significato sempre più mistico e magico che veniva conferito all’arma, derivante ad esempio dalla pratica di conservare reliquie sacre sul pomo e dalla forma a croce che iniziò ad assumere in quell’epoca l’impugnatura. Per questi motivi l’arma era usata, come già prima evidenziato, nella singolar tenzone per conferire il “giudizio di Dio”.

Nei miti dei popoli germanici abbondavano riferimenti sulla natura magica od ultraterrena della spada : ad esempio, nel corpus di leggende sassoni, all’interno del più importante poema epico, Beowulf, veniva menzionata un’antica spada famosa per non aver mai fallito un colpo, di nome Hrunting, appartenuta ad un certo Unferd, mentre la spada di Beowulf si chiamava Nagling. Per quello che riguarda la “Chanson de geste” del ciclo carolingio, importantissima è, nella Chanson de Roland, la spada Durlindana : la tradizione vuole che la spada fosse stata donata al paladino da Carlo Magno che l’aveva ricevuta da un angelo con l’incarico di donarla al più valoroso tra i suoi comites palatini e sarebbe stata di un acciaio tanto temprato da rendere impossibile a Rolando di distruggerla in punto di morte per evitare di farla cadere nelle mani dei nemici infedele; la spada era custode, infatti, di sacre reliquie capaci di conferirle un potere divino poiché nel pomo si sarebbero trovati un dente di San Pietro, del sangue di San Basilio, capelli di monsignor Dionigi e persino un lembo di veste mariana.

Nelle opere di J.R.R.Tolkien (“Il signore degli anelli”ad esempio)sono menzionate un gran numero di spade, e la maggior parte di queste, come da tradizione nordica, ha un proprio nome e spesso riflette il carattere del suo possessore.

Ma spade, lame, coltelli, pugnali quali dinamiche lesive provocano su chi ne è rimasto o ne può rimanere vittima? Occorre spostare l’attenzione dal campo storico-narrativo ad un campo più propriamente tecnico che abbraccia l’ambito medico-legale,l’unico capace di evidenziare gli effetti contusivi o mortali di questo tipo di armi. In primis, va detto che tutte le lesioni da arma bianca rientrano nell’ambito delle lesioni da energia meccanica. Ma cos’è esattamente un’arma bianca ? Per arma bianca s’intende convenzionalmente qualsiasi strumento (eccetto le armi da sparo) la cui destinazione naturale è l’offesa della persona o sia comunque atto ad offendere, e di cui la legge vieti il porto (la definizione ricalca il concetto di arma contemplato nell’art.585c.p.). Si tratta, naturalmente, di un’accezione ampia che comprende anche l’azione di mezzi non specificatamente costruiti per l’offesa, come alcuni utensili domestici, fili metallici, lamiere, frammenti di vetro, occasionalmente adoperati a scopo vulnerabile. Le armi bianche agiscono attraverso meccanismi, singoli o variamente associati, di pressione e/o strisciamento. Pertanto, si producono lesioni di aspetto differente(da punta, da taglio, da punta e taglio) a seconda che lo strumento feritore agisca con un’estremità acuminata, il filo di una superficie tagliente, o entrambi i meccanismi tra loro combinati, come si verifica nei coltelli appuntiti. Rimanendo nell’ambito della medicina legale si distinguono taglienti tipici come i bisturi, i rasoi, le falci, le spade etc.. e taglienti atipici, che pur non essendo concepiti per l’azione tagliente, posseggono un’analoga capacità lesiva. Nelle lesioni da arma bianca prevale l’estensione in superficie anziché in profondità. E, se si volessero riassumere le forme tipiche delle ferite da taglio, le stesse possono classificarsi in quattri grandi gruppi:

  1. ferite da difesa (che sono indicative di omicidio e si producono nella vittima durante i tentativi di resistenza all’aggressione);
  2. ferite da svenamento (che sono indicative di suicidio e si rilevano in zone autoaggredibili come polsi o regioni inguinali);
  3. ferite da scannamento (così denominate in quanto poste in relazione alla recisione delle c.d. “canne del collo”quali laringe e trachea);
  4. ferite da sventramento (come nel harakiri in cui si determina a scopo suicida un largo squarcio della parete addominale con fuoriuscita di visceri).

Altre tipiche ferite da taglio possono avere carattere rituale e tra queste vanno sicuramente annoverate la circoncisione e la escissione del clitoride (infibulazione) dalla spiccata natura religiosa o tribale.