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SIAMO STUDENTI, NON SIAMO OPERAI

Riflessioni sui fatti di questi giorni
mercoledì 1 novembre 2017 di Michele Penza

Argomenti: Attualità
Argomenti: Opinioni, riflessioni


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La scuola è una canna che si piega al vento della politica. Ricordate quando i cortei studenteschi lanciavano i volantini di quello che orgogliosamente si proclamava il partito dei contadini e degli operai, col simbolo di falce e martello? Ora il vento pare che sia cambiato.

“Carissimi studenti e cari docenti, la mia piena solidarietà per la vostra battaglia contro l’alternanza scuola lavoro, forma di sfruttamento dei giovani impediti nella loro educazione. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (art. 26) afferma che l’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento del rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo. Non a insegnare un lavoro. Questa stortura è stata voluta dalla Trilateral e avallata dal governo Renzi e dalla C.G.I.L. che non raccolse le firme necessarie per il referendum abrogativo. Viva la scuola italiana, libera dalla Trilateral e dai poteri forti.”

Ovviamente non sono io l’autore di questa solenne sparata pubblicata recentemente su Facebook. Si tratta bensì di uno dei più autorevoli e blasonati membri della congrega del ‘NO a prescindere’, quindi NO-TAV, NO-VAX, NO a riforma della costituzione, della legge elettorale ed ora anche NO-LAV nella scuola, ma soprattutto NO all’infame governo Renzi-Gentiloni, qualunque cosa proponga, costi quel che costi. Al paese naturalmente, cioè a tutti noi. E’ assodato che sorgerebbe immediatamente anche un movimento NO-CIC, no alla cicoria ripassata in padella ove dovesse risultare che il segretario del PD se ne pasce abitualmente.

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dichiarazione universale dei diritti dell’uomo
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dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

Ovunque ci sia una Bastiglia, una Bastiglina o una Bastiglietta da prendere, o meglio ancora da sfasciare, alla testa dei sanculotti lo vediamo incitarli alla pugna brandendo nella destra il dardo fiammeggiante del suo pensiero e sventolando con l’altra il vessillo della libertà. Parlo del signor Presidente onorario della Corte di Cassazione Ferdinando Imposimato. Cosa potrei obiettare a tanto maestro, nella mia incommensurabile ignoranza quando ex cattedra mi disquisisce di codici, di articoli, di codicilli? Nulla di nulla. Solo una minima riflessione ardirei proferire sommessamente rivolto a me stesso.

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La presa della Bastiglia

Ma è possibile che in nessuna delle sue riflessioni, neppure in quelle sul processo di sviluppo della personalità, e quindi della educazione in senso lato dalla quale pure scaturiscono dei modelli di comportamento, il concetto di dovere al fianco di quello di diritto non debba comparire mai? Davvero non è lecito ritenere che la conoscenza dei propri limiti oltre quella delle proprie potenzialità contribuisca a completare il quadro della consapevolezza di sé stesso che una persona deve avere?

Io non penso che l’uomo sia nato per lavorare e ancor meno che debba farlo per accrescere il conto in banca di quei volponi della Trilateral, e dei poteri forti che certamente Imposimato conosce meglio di noi. Penso altro, la mia mente vola basso, terra terra. Penso che la maggior parte dei cittadini per una ragione o per l’altra debba comunque lavorare per vivere. Penso che coloro che non hanno un lavoro o soffrano la mancanza di mezzi di sussistenza che ne deriva o, se hanno la possibilità di vivere del lavoro altrui, manifestino per questa ragione un distacco dalla comune realtà quotidiana, abbiano una diversa comprensione del mondo che li circonda.

Normalmente le persone adulte hanno un’attività o ne vanno in cerca. Come disconoscere l’utilità d’una fase di apprendimento ad essa propedeutica, coincidente con l’età e l’attività scolastica, necessaria anche per verificare se, e quanto, la realtà empirica del lavoro che aspiriamo a fare si discosti da quella che ci immaginiamo?

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Trilateral-Commission

A questo proposito posso citare il caso di un ragazzo che ho conosciuto, brillante vincitore di un concorso ad un posto di perito minerario che io stesso ho gestito per la parte organizzativa. Mi riferirono testimoni che il poverino al suo primo giorno di lavoro abbia cominciato a sbiancare in viso al solo vedere la gabbia dell’ascensore della miniera di sale di Lungro cui era stato destinato. Giunto tremante in galleria lo hanno fatto sedere su un cassone e lì è rimasto ammutolito boccheggiando fino alle tre del pomeriggio quando è suonata la sirena di fine lavoro. Tornato in superficie è scappato come poteva, vacillando, senza rilasciare commenti e di lui non si è più avuto notizia.

Ciò che probabilmente sarebbe accaduto anche a me o a chiunque avesse commesso l’errore di perdere tre anni nello studio di materie a lui non congeniali nella illusione di poter svolgere in futuro attività delle quali non aveva alcuna pratica conoscenza.

Basta guardarsi intorno per capire di che stiamo parlando. Io vedo che la mia colf, ragazza dell’est di modeste conoscenze umanistiche sa mettere le mani su un impianto elettrico domestico con grande naturalezza, maneggiare un martello, un cacciavite, una chiave, fare cose utili per la mia casa e per la sua, impensabili per una casalinga delle nostre, e se vogliamo guardare all’infuori di casa nostra ricordo di aver appreso dell’esistenza di una pratica abituale di alternanza scuola-lavoro nel mio primo viaggio in Germania del lontano 1951. Non solo colà, dove i risultati saltano agli occhi di chi vuol vedere ma anche in vari altri stati si tratta di cosa scontata, e nessuno perde tempo a discuterne oggi.

Chissà, magari in Germania l’avrà pure inventata il Fuhrer, ma se anche così fosse resterebbe ugualmente un’ottima cosa e io la ho constatata che funziona.

Credo che il vero problema nostro non sia se si debba fare, ma il come la faremo, se alla tedesca o all’italiana, cioè come è stato fatto per l’introduzione dell’insegnamento delle lingue nelle scuole elementari, decisa senza disporre neanche della decima parte degli insegnanti necessari all’altezza del compito. In quel caso però Renzi non c’entrava, si trattava della riforma della Gelmini che è una gentile signora garbata e tranquilla che non dà fastidio a nessuno e sarà per questo che non rammento d’aver udito allora invettive, gemiti e lamenti come adesso.

Se quest’altra innovazione si risolverà con l’inviare liceali del classico a fare le fotocopie in qualche ufficio, pubblico o privato, che intenda risparmiare sulla spesa degli uscieri è un conto, ma se si riuscirà a far entrare allievi di liceo scientifico o di scuole tecniche in un laboratorio o un opificio affinché comincino a prendere dimestichezza con la disciplina anche mentale che il lavoro richiede ed imparino a maneggiare qualche strumento o a fare una misurazione, che benedetta sia la riforma della buona scuola.

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Sfruttamento studenti come operai

Qualcosa del genere già esiste e funziona bene per quanto concerne l’Istituto Alberghiero ma se ne può fruire solo per iniziativa dello studente e non della scuola, perché si svolge nel periodo delle vacanze estive. Nel merito di tutto questo non trovo nulla da eccepire anche perché a me Renzi non ha fatto nulla e non ho conti da regolare con lui come altri dicono di avere.

Questa irruzione del concetto di lavoro nella scuola italiana non deve spaventare chi se ne pone domande in buona fede. Non si tratta che di una forma di apprendistato che se resta ciò che deve essere e non viene travisata non consente alcuno sfruttamento dei ragazzi perché non deve essere finalizzata alla produzione. In pratica l’allievo che sta imparando non solo non è produttivo per definizione ma è normale che comporti altresì un costo in termini di sprechi di materiale e di tempo a lui dedicato da istruttori e sorveglianti, ed è ovvio pertanto che non gli spetti retribuzione.

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Più cultura, meno manod’opera

Più o meno analogo trattamento è toccato pure a Michelangelo, che entrato nella bottega d’arte a tredici anni dovette accontentarsi della ribollita al desco di casa del Ghirlandaio, condita magari da qualche scapaccione, ma quei sacrifici gli hanno fruttato dei risultati di cui tutti noi ancora oggi possiamo fruire. Quel che non deve mancare è un rapporto stretto tra ente esterno ed istituto scolastico, che deve esercitare un costante controllo. Dobbiamo immaginare una forma di investimento per l’azienda e per il paese

Mi rattrista sentire che oggi ci siano ragazzi che nelle loro assemblee protestino al grido “siamo studenti, non siamo operai!”, imbeccati forse da taluni genitori. Gli allievi del ‘Virgilio’, rinomato liceo di Roma, che celebrano ogni anno l’ottobrata con l’occupazione dell’istituto per riaffermare il diritto allo studio degli studenti, e lo fanno con una sospensione dello studio che dura una buona mesata, quest’anno reclamano anche per il dissesto e la mancanza di manutenzione dell’edificio, e pertanto hanno iniziato la protesta con lo sfondamento delle finestre per entrare e delle porte dei bagni per restare. Mi perdonino i ragazzi se dico loro con molta franchezza che se fossero operai queste scemenze non le farebbero. Le fanno perché sono cattivi studenti istigati da cattivi maestri e non mi riferisco a quelli di fisica e di inglese.

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Fernando Imposimato

E mi perdoni anche il Presidente onorario di Corte di Cassazione Imposimato se per questa volta non mi trova schierato al suo fianco nella crociata contro l’alternanza scuola-lavoro, brutalmente imposta dal succitato infame governo Renzi-Gentiloni che non si perita di infierire sui cittadini applicando pretestuosamente alla lettera l’art. 1 della costituzione di questo strano paese dove non solo agli adulti ma ahimè ora anche ai ragazzi sta accadendo che al semplice suono della parola ‘operai’ compaiano i sintomi della dermatite vescicante! Deve essere un effetto collaterale dell’azione dei NO-VAX, ci scommetterei!