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Rubrica: CULTURA


Camele il Diavolo il Santo

Disvelamento dell’origine magico-agreste di rituali religiosi nella comunità di Pontecorvo.
giovedì 1 giugno 2017 di Marcella Delle Donne

Argomenti: Folclore e Tradizioni Popolari
Argomenti: Religione


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I rituali magico-religiosi, dove convivono in sincretismo gli aspetti sacri e profani, possono essere analizzati con un approccio religioso (il sacro) e in una prospettiva antropologica (il profano). Chi scrive ha affrontato lo studio dei rituali relativi a Camele e il diavolo nelle due prospettive. Il volume Camele il Diavolo il Santo (Liguori editore 2007) ha privilegiato l’aspetto del Sacro, qui analizza l’aspetto profano in una prospettiva antropologica.

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Camele il Diavolo e il Santo
(Liguori editore 2007)

Una leggenda di eroi agresti, di demoni e santi. Una storia miracolosa che affiora dal tardo Medioevo e permane nella rappresentazione dell’identità popolare di Pontecorvo, comunità agricola a sud del Lazio, già exclave dello Stato Pontificio all’interno del Regno di Napoli. Non a caso Pontecorvo appare costellata di chiese e di edicole votive, espressioni visive di un’edilizia devozionale.

La duplice condizione di “isola” esterna alla “Madre Patria” e preda dell’aggressività espansionistica del Regno di Napoli che la circondava da ogni parte, hanno determinato nella comunità pontecorvese un forte senso di isolamento e di autoreferenzialità culturale, ancora presente. Sopravvivono miti e riti, espressione di una cultura mistico-magico-agreste, in cui prendono forma e trovano senso eroi intimi, come Camele.

Camele è un rustico, dall’animo candido e dalla fede sincera. Egli si lascia ammaliare dal tintinnio dell’oro con cui il “Demonio” lo tenta e lo trascina verso la morte, esortandolo a guadare le acque perigliose del fiume Liri, altro simbolo mistico-magico-agreste della cultura popolare pontecorvese..

Per secoli Pontecorvo ha praticato una attività agricola legata alla terra, alla produzione del tabacco e alla presenza di una popolazione contadina soggetta ai padroni, a cominciare dagli emissari dello Stato Pontificio, che esercitavano sui contadini un controllo vessatorio, e mantenevano la popolazione in uno stato di povertà, ignoranza, soggezione e sudditanza.

Le condizioni materiali di privazione hanno, però, favorito il fiorire di una cultura orale, fondata sulla solidarietà e su un sentire comune che ha dato vita a miti e riti magico-agresti condivisi e convissuti dalla popolazione locale. La Chiesa Cattolica, nel periodo della Riforma e delle eresie, è intervenuta nella cultura popolare, trasformando miti e riti in credenze e rituali religiosi, senza riuscire però a sradicare l’origine agreste, pagana, animistica dei miti e riti della cultura agricola e popolare.

Nella situazione specifica di isolamento è accaduto che abbiano convissuto due culture, una manifesta, l’altra latente. L’influenza totalizzante della Chiesa determina l’innesto delle due culture. Credenze e rituali del mondo contadino vengono reinterpretate e ricomprese nella visione religiosa della Chiesa, attraverso rituali dove compaiono non di rado due culture che attingono a valori diversi in contrasto tra loro. È questo il caso della storia di Camele.

Camele è l’incarnazione del contadino povero, umile, devoto nella fede, ma ingenuo e “credulone”. Egli vive in uno spazio-tempo di presenze occulte, magiche, legate agli eventi naturali e alle credenze miracolistiche religiose.

La leggenda di Camele

Ecco la storia: un giorno Camele, mentre lavora la terra vicino al fiume Liri, crede di vedere al di là del fiume un signore magnificamente addobbato, che lo chiama e gli offre una borsa piena d’oro. Camele, abbacinato da quella visione, si getta nel fiume e sta per annegare, allora invoca San Giovanni, cui è devoto. A questo punto, nella leggenda, interviene la sfera celeste degli Angeli e dei Santi, nelle vesti di San Giovanni Battista, il quale ha fatto dell’acqua del fiume l’elemento purificatore dal peccato originale e di riconciliazione tra Dio e gli uomini, secondo la scrittura evangelica.

San Giovanni scende dal cielo e salva Camele.

La storia del miracolo potrebbe finire qui, ma Camele assume dimensioni diverse, è una figura complessa, è insieme il bene e il male, l’innocenza e il peccato, la buona e la cattiva sorte, e altre antinomie legate ai riti e ai miti della cultura popolare che ha come universo interpretativo la natura e l’universo miracolistico della religione cattolica.

Continuando la storia della leggenda, Camele, suggestionato dall’evento si precipita dal curato a raccontare l’accaduto. Nell’interpretazione della Curia, il signore con la borsa d’oro diventa il Demonio, che tenta Camele per trascinarlo con sé. Per santificare il luogo dell’evento, la Curia fece erigere una chiesa sul luogo del miracolo.

Da allora, XVII secolo, ogni anno nella seconda domenica di maggio tutta la popolazione in pellegrinaggio si porta in processione sul luogo del “miracolo”, al seguito di un carro dove sono collocati due fantocci: Camele e il Diavolo, mentre viene portata a braccia la statua di San Giovanni, patrono del paese, per un tragitto che costeggia il fiume per 6 km. Lungo il percorso il pellegrinaggio si ferma e i fedeli gettano pietre nel fiume al grido “Via le peccata mea”. Si tratta di un rituale di purificazione che culmina con il lancio nel fiume dei due fantocci, Camele il peccatore e il Diavolo, la subdola tentazione. L’ultima fase della purificazione si conclude con la liturgia della Comunione.

Vulnus curiale del rituale religioso

In questo contesto culturale si cala un’antropologa con il compito di allestire il Museo della Cultura Agricola e Popolare di Pontecorvo. Nel condurre la ricerca attraverso le testimonianze dei vecchi contadini, la raccolta di oggetti delle pratiche lavorative, della quotidianità e delle pratiche magico-agresti, la partecipazione ai riti religiosi e popolari, l’antropologa si imbatte nella figura di Camele.

A questo punto approfondisce la figura simbolica, quale si esprime nella cultura agricolo-popolare dei contadini pontecorvesi e nella trasposizione religiosa che ne ha fatto la Chiesa Cattolica. Dall’analisi emerge un vulnus, che la spinge a mettere in evidenza, in un volume dal titolo Camele, il Diavolo e il Santo, la contraddizione tra la figura simbolica di Camele, graziato da Dio, attraverso la salvazione di San Giovanni e la condanna fatta propria dalla liturgia ecclesiale che accomuna Camele e il Diavolo.

L’uscita e la diffusione del volume tra la popolazione di Pontecorvo evidenzia la contraddizione della Chiesa, la quale si affretta a porre in essere una strategia che elimini questa contraddizione. La Curia locale, per prima cosa pubblica e diffonde tra i fedeli un opuscolo in cui denuncia l’interpretazione antropologica, stigmatizzando l’antropologia come disciplina materialistica. Poi interviene nel concreto per riparare il vulnus.

A questo proposito l’arciprete della Cattedrale di Pontecorvo, Don Luigi Casatelli, scrive nell’opuscolo dal titolo, Camele non esiste: “…tutta la simbologia che si è voluta vedere in nome dell’antropologia, intorno a questo fatto… non ha nessun senso e nessun fondamento. I due fantocci infatti furono gettati in acqua per il semplice fatto che non servivano più, almeno per l’anno in corso, poi per quello successivo se ne sarebbero fatti altri...” (Camele non esiste p. 32) Nello stesso opuscolo si dichiara: “…Spetta all’autorità religiosa il compito di rendere queste partecipazioni di massa sempre più rispettose delle esigenze proprie della fede” (Idem p. 37). A sostegno dell’arciprete interviene il professor Filippo Carcione pontecorvese, per il quale la trasformazione di Giovanni Mele in Camele risale alla diffusione delle idee giacobine preparando l’eredità anticlericale al governo napoleonico pontecorvese, teso a diffamare la Chiesa tramite… due fantocci gettati al fiume Liri per la festa e colati a picco da un’infame sassaiola.

Aver condiviso credenze e rituali della tradizione popolare sulla figura di Camele, gettato nel fiume insieme al demonio, e quindi degno dell’Inferno, porta la Curia pontecorvese a sostituire la figura di Camele, il “credulone”, con quella del personaggio miracolato di Giovanni Mele (il nome del contadino che aveva avuto la visione). Così, l’anno successivo, nella festa di San Giovanni Battista, viene annullato il rituale tradizionale. Camele si trasforma nella figura di Giovanni Mele, al quale viene eretta una statua con sembianze di un giovane dall’aspetto di seminarista, portato in processione e poi depositato nella Chiesa che sorge vicino al Miracolo della Salvazione, per essere oggetto di devozione. Annullato il rituale del carro con i due fantocci di Camele e il Diavolo gettati nel fiume.

A questo punto emerge con tutta la sua forza l’identità culturale pontecorvese, e si impone in primo piano l’origine autenticamente contadina del rituale di Camele. Di fatto, Camele e il Diavolo rappresentano figure simboliche della cultura agricola e popolare. (Clemente P., Oltre il folklore, Roma 2004)

Disvelamento del profano nel rituale religioso di Camele e il Diavolo

Nella tradizione magico-agreste, i fantocci di Camele e il Diavolo rappresentano i simboli dell’inverno, della carestia, degli eventi naturali e avversi, della fragilità e caducità umana, dell’ignoranza e dell’incapacità del contadino, che in quanto tale non riesce a riscattarsi dalla sua condizione. Ma c’è di più, l’analisi antropologica delle figura del diavolo, così come appare nella storia della visione di Camele, disvela nel diavolo la figura del signore magnificamente addobbato, con la borsa piena d’oro. Di fatto, il diavolo non è altro che lo stereotipo immaginifico del padrone della terra che Camele lavora, del Signore ricco e potente cui Camele è sottomesso e soggiogato.

Un discorso a parte merita il culto dei Santi, in particolare quello del Santo Patrono. L’importanza del culto del Santo Patrono risiede nel considerare il Santo una figura affidabile. Un intermediario tra Dio e popolo, nell’accogliere le richieste della comunità che lo ha eletto Santo Patrono. (Aspri L. La focarazza di S. Caterina, Aquapendente 2008).

Più in generale tra Santi e fedeli si viene a creare un rapporto di scambio, per cui dalle forme di devozione e dai riti religiosi ci si aspetta dal Santo Patrono e dai Santi, atti concreti a favore della comunità. Dallo studio antropologico delle ritualità e dei culti religiosi emerge che i Santi vengono scelti in relazione alle loro virtù taumaturgiche e, quindi, la devozione locale va verso quelli che si ritengono capaci di proteggere e/o aiutare i bisogni specifici delle persone e della comunità. (De Martino E. Il mondo Magico, Torino 1977). In tal senso, emerge un’analogia tra ritualità delle culture aborigene e quella della cultura contadina.

Nelle tribù aborigene le forme della ritualità e l’invocazione del Dio, sono connessi alle necessità della comunità. Emile Durkheim (Forme elementari della vita religiosa, Parigi 1912) descrive la ritualità di una tribù aborigena che invoca il Dio della pioggia perché intervenga per far piovere in una situazione di siccità.

Durkheim mete in luce la duplice funzione del rito della pioggia, la funzione manifesta: invocare il Dio della pioggia; la funzione latente espressa nella ritualità in forma di danza che rafforza l’identità e l’appartenenza comunitaria.

Il riscatto dei contadini e della cultura popolare

Il rituale della festa si svolge nella seconda domenica di maggio, quando inizia per la natura un nuovo percorso, quello della fioritura che porterà ai frutti e al raccolto, una stagione che salva e sana dai mali dell’inverno e consente di rinsaldare i vincoli del gruppo con le feste. (Fabietti U., Identità etnica, Urbino 1998).

La mattina della domenica, all’avvicinarsi dell’alba, il paese si anima: uomini, donne, bambini vanno e vengono in preda a un’euforia che contagia l’un l’altro. A chi, forestiero, assiste all’evento, l’atmosfera appare stregata da una presenza spiritica che pervade le persone e le cose. Camele è lì, è presente. Il suo spirito permea le anime, le contagia, le accomuna in un sentire all’unisono una storia, una cultura, l’essenza propria, quella contadina.

Camele, identità e spirito della comunità pontecorvese, non può essere cancellato.

La mattina della domenica, all’avvicinarsi dell’alba, il paese si anima: uomini, donne, bambini vanno e vengono in preda a un’euforia che contagia l’un l’altro. A chi, forestiero, assiste all’evento, l’atmosfera appare stregata da una presenza spiritica che pervade le persone e le cose. Camele è lì, è presente. Il suo spirito permea le anime, le contagia, le accomuna in un sentire all’unisono una storia, una cultura, l’essenza propria, quella contadina.

Camele, identità e spirito della comunità pontecorvese, non può essere cancellato.

I pontecorvesi, privati dei rituali tradizionali della loro cultura popolare, in un primo momento sono disorientati. L’eliminazione di Camele determina sconcerto tra i fedeli, che si sentono depauperati della loro identità comunitaria più autentica e profonda. Con il passare del tempo, via, via che il popolo prende coscienza di questa menomazione culturale ed identitaria, sorgono contestazioni, si formano fazioni in contrasto tra loro.

Per tre anni si sfidano i laici, che rivendicano l’origine popolare di Camele, espressione delle credenze e dei rituali propri del mondo contadino, e i clericali, riuniti nella Confraternita, attiva nelle iniziative della Parrocchia, i quali sostengono le tesi dell’arciprete Don Luigi Casatelli e del clero locale, finché nel maggio del 2010, in prossimità della ricorrenza del miracolo, nasce un Comitato spontaneo di Pontecorvesi, che chiede e vuole ripristinare la tradizione popolare dei due fantocci, disattendendo la volontà del clero e scontrandosi con la Confraternita.

Le tensioni tra clericali e laici si manifestano con gli articoli di stampa, gli interventi delle autorità civili. Dopo di che nella seconda domenica maggio del 2012, il giorno della festa di San Giovanni Battista e del miracolo della Salvazione, il Comitato spontaneo “La tradizione non si tocca”, oltre a diffondere un opuscolo in cui spiega l’importanza e la validità di credenze e rituali della cultura popolare, ripropone il carro con i due pupazzi.

Il sabato prima della festa, il carro con Camele e il Diavolo viene portato in giro per tutto il paese con grande giubilo e entusiasmo, specialmente nelle contrade popolari. Un cartello dietro il carro porta la scritta, a caratteri cubitali: SONO STATO RADIATO; ORA RIECCOMI DI NUOVO TRA VOI… A FUROR DI POPOLO.

La domenica mattina, quando la processione giunge sul luogo del miracolo, Camele e il Diavolo vengono gettati nelle acque del fiume Liri e i ragazzi vi scagliano contro i sassi reintroducendo l’antico rituale della festa.

I clericali e la Confraternita eliminano il carro con la Statua a mo’ di santino di Giovanni Mele,( alias Camele), limitandosi a un corteo storico che gira per il paese in contemporanea con il carro dei personaggi di Camele e il Diavolo, creati dal mondo agricolo e popolare di cui esprimono cultura e identità.


Le immagini singole (cliccarci sopra per ingrandirle)

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01 Pontecorvo sul Liri
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02 Enclave dello Stato Pontificio inserito nel Regno di Napoli
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03 Delegazione di Frosinone (XIX sec.)
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04 Miracolo della salvazione di Camele
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05 Edicole votive sparse a Pontecorvo
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06 Festa S Giovanni Battista e del miracolo della salvaziione
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07 Festa S Giovanni Battista e del miracolo della salvaziione
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08 Carro con il Demonio tentatore e Camele
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09 Processione lungo il Liri verso il luogo del miracolo
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10 Gesto della purificazione - Sassi nel fiume - Via le peccata mea
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11 Camele e il Diavolo oggetto di scherni
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12 Camele e il Diavolo gettati nel fiume - Via la miseria, la carestia, i peccati
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13 Beati gli umili perche’ di essi sara’ il regno dei cieli
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14 Il clero rinnega la cultura popolare e santifica Camele
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15 La tradizione di Camele e il Diavolo ripristinata a furor di popolo