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20 giugno 2017   e  
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Colosseo. Un’icona

Il monumento simbolo di Roma ospita una mostra sulla sua storia e sulle sue raffigurazioni nelle varie epoche, fino alla contemporaneità.
sabato 1 aprile 2017 di Nica Fiori

Argomenti: Mostre, musei, arch.
Argomenti: Architettura, Archeologia


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Secondo una profezia, attribuita a Beda il Venerabile, finché il Colosseo starà in piedi, starà in piedi anche Roma e quindi il mondo; quando esso cadrà, anche Roma e il mondo cadranno. Può sembrare persino banale ricordarlo, ma il Colosseo è da sempre il monumento più illustre e conosciuto di Roma, tanto da essere considerato il simbolo stesso della città eterna. La mostra Colosseo. Un’icona, che si tiene dall’8 marzo 2017 al 7 gennaio 2018 nell’ambulacro del secondo ordine dell’Anfiteatro Flavio, ne racconta per la prima volta la storia e le sue rappresentazioni nelle varie epoche, fino ai giorni nostri.

Curata da Rossella Rea, Serena Romano e Riccardo Santangeli Valenzani, la mostra è suddivisa in dodici sezioni ordinate cronologicamente e presenta un centinaio di opere tra reperti marmorei, ceramiche, disegni, dipinti, modelli ricostruttivi, fotografie e, proiettate sulle volte dell’ambulacro, sequenze di capolavori cinematografici, che vanno dal Quo vadis? di Enrico Guazzoni del 1913 al recente Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (2016). Per avere un’idea dei ludi che vi si svolgevano (combattimenti tra gladiatori e venationes, ovvero cacce ad animali feroci), ricordiamo in particolare il film di Ridley Scott Il Gladiatore, magistralmente interpretato da Russell Crowe, mentre una commedia romantica come Vacanze romane (1953) ce lo mostra semplicemente come immagine indimenticabile del paesaggio urbano.

Il Colosseo, più propriamente Anfiteatro Flavio dal nome della casata degli imperatori che lo fecero costruire negli anni Settanta del I secolo d.C., deve forse il suo nome alla mole, anche se a suggerirlo potrebbe essere stato il vicino Colosso, la statua gigantesca di Nerone, poi trasformata nel dio Sole. La costruzione fu decisa da Vespasiano, che utilizzò un’area, già appartenente alla grande villa di Nerone (Domus aurea), in cui gli architetti imperiali avevano creato un lago artificiale il cui bacino, una volta prosciugato, fece risparmiare lo scavo di parecchie migliaia di metri cubi di terra e tufo necessario per le fondamenta dell’edificio. Queste, come è stato accertato da indagini archeologiche, erano costituite da pilastri poggiati su una gigantesca ciambella di calcestruzzo affondata nel terreno per tredici metri. Per la costruzione vera e propria, eseguita da maestranze specializzate, furono utilizzati oltre centomila metri cubi di travertino e circa trecento metri cubi di ferro per le grappe (asportate sistematicamente nel Medioevo) che collegavano i blocchi tra loro.

Una delle meraviglie del Colosseo era data da tutti gli impianti di servizio collocati nei sotterranei, come il complesso sistema di piattaforme mobili, piani inclinati ed elevatori che permettevano d’immettere direttamente nell’arena decine di animali e di cambiare repentinamente la scenografia a seconda degli spettacoli. L’architettura dell’edificio, anche se non è integra, esprime un senso di armonia e di equilibrio, con i suoi tre ordini di arcate e l’alto attico che alleggerisce la mole senza diminuirne la monumentalità. I decori dovevano essere di ottima fattura, come si vede da alcuni reperti marmorei in mostra, tra cui i resti di balaustra di vomitoria con elaborati motivi vegetali.

Al di là della sua storia in età imperiale, viene ripercorsa la lunga e intensa vita del sito nei secoli, dalla vivace attività commerciale, residenziale e religiosa che lo caratterizzò nel Medioevo, al fascino che esercitò sui grandi architetti e pittori del Rinascimento, dal suo trasformarsi in mitico luogo di martirio, al teatro del rito della Via Crucis, al suo imporsi dal Settecento come meta privilegiata del Grand Tour. La sua visione romantica, con le arcate frondose di vegetazione, è ricordata anche da Lord Byron nel suo Manfred: “Nella mia errabonda giovinezza, rammento, in una notte come questa, sostai entro la cerchia del Colosseo, tra le alte reliquie di Roma onnipotente; nella mezzanotte azzurra gli alberi cupi ondeggiavano lungo gli archi frantumati ed oltre gli squarci dei ruderi splendevano le stelle”.

Tra i reperti storici presenti in mostra vi è pure un’epigrafe inaugurale, alla quale si è sovrapposta l’iscrizione che ne ricorda il restauro sotto gli imperatori Teodosio II e Valentiniano III. Ma è un’iscrizione settecentesca realizzata alla maniera antica che accoglie i visitatori: H.ROBERTI. Si tratta della firma del pittore francese Hubert Robert incisa in un pilastro del monumento nel 1762. Uno sfregio - diremmo oggi - ma perlomeno realizzato con eleganza da un artista che aveva una vera predilezione per questo luogo, come è attestato dai suoi numerosi quadri e disegni che lo raffigurano. Fortemente attratto dal Colosseo era anche Ippolito Caffi, celebre per le sue visioni romane dalla luce particolare. Altri nomi di paesaggisti che troviamo in mostra sono Jan Frans Van Bloemen, detto l’Orizzonte, Gaspar Van Wittel, Giovanni Paolo Pannini (ci sono due oli della sua Scuola della collezione di Laura Biagiotti) e, tra gli incisori, Giovan Battista Piranesi. Trattandosi di un vero emblema cittadino, troviamo il Colosseo raffigurato a micromosaico in una vetrina con preziosi souvenir ottocenteschi, due tabacchiere e un cofanetto smaltato di bottega romana, prestati dai Musei Vaticani.

La cosa più spettacolare in mostra è il modello ricostruttivo in scala 1:60 (oltre tre metri di lunghezza) di Carlo Lucangeli, al quale viene dedicato un particolare settore. Realizzato con legni diversi, stucco, piombo e osso tra il 1790 e il 1812, lo vediamo suddiviso in due parti, una delle quali è stata restaurata, mentre l’altra appare annerita dal tempo. Ci incuriosiscono anche il plastico della fortezza Frangipane (XII- XIV secolo) addossata al Colosseo e soprattutto quello relativo ad un progetto del 1696 di Carlo Fontana, che prevedeva una chiesa all’interno dell’anfiteatro, simbolo della Ecclesia Triumphans.

Per molto tempo, prima della sua “consacrazione” voluta da papa Benedetto XIV nel 1744, questo gigantesco monumento è stato oggetto della superstizione popolare. Si credeva tra le altre cose che vi vagassero gli spiriti di coloro che erano morti di morte violenta durante i cruenti giochi che nel passato vi avevano avuto luogo. Considerato un simbolo del bene, perché si riteneva - a torto - che fosse stato bagnato dal sangue dei martiri cristiani, e allo stesso tempo del male insito nel paganesimo, se lo contendevano da un lato i detentori del trono di Pietro, dall’altro i negromanti e le streghe. Nei riti magici che vi si tenevano, come viene evidenziato nel settore “Colosseo magico e fantastico”, venivano anche evocati gli spiriti maligni. Uno di questi riti, avvenuto nel 1532, è descritto da Benvenuto Cellini nella sua Vita con una tale precisione nella terminologia tecnico-rituale da farci credere che si tratti di una realtà vissuta, anche se amplificata dalla fervida fantasia dell’artista. L’esecutore dei riti è un prete-mago siciliano che, dopo aver disegnato sul terreno il cerchio magico entro cui si doveva svolgere l’esperimento, evoca parecchie legioni di demoni “di modo che il Culiseo era tutto pieno”.

Dalla fine del Settecento, la riscoperta archeologica, gli scavi e i restauri portarono alla costruzione dei grandi speroni che ancora lo puntellano. Nel Novecento, con l’avvento del fascismo, il Colosseo diviene nuovamente, come in antico, proscenio ideologico del potere e le sue arcate vengono imitate in alcuni edifici dell’epoca (ad es. nel Colosseo quadrato). Nel dopoguerra comincia a costruirsi un nuovo mito del Colosseo e l’anfiteatro entra prepotentemente al cinema con i film peplum e con i capolavori del Neorealismo italiano. Un Colosseo che richiama il concetto di morte, “metà braciere, metà ossario”, è quello raffigurato da Renato Guttuso, mentre la pop art romana, con Pino Pascali, Renato Mambor e altri, lo consacra al ruolo di icona. Un’emblematica icona che continua ad essere riproposta nell’arte contemporanea attraverso dipinti, video, fotografie, cartoline, performance e installazioni.

P.S.

Colosseo

Orario: dalle 8.30 alle 19,15 (fino al 31 agosto). L’orario di chiusura cambia a seconda della stagione.
Biglietto (valido anche per Foro Romano e Palatino): € 12, ridotto € 7,50, gratuito per gli aventi diritto
Informazioni e visite guidate: 06-39967700 e www.coopculture.it