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Jean-Michel Basquiat: IL RE della Street Art

Il Chiostro del Bramante gli rende omaggio con una grande mostra: 100 opere dalla strada al mondo
sabato 1 aprile 2017 di Roberto Benatti

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Mostre, musei, arch.

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Il Chiostro del Bramante ospita dal 24 marzo al 2 luglio 2017 una grande mostra dedicata a Jean-Michel Basquiat (1960-1988), ricca di importanti opere provenienti dalla Mugrabi Collection, una delle raccolte d’arte contemporanea più vaste al mondo. Figura iconica e leggendaria consacrata dal film di Julian Schnabel sulla sua vita (1996), Basquiat è stato protagonista della scena artistica newyorkese degli anni Ottanta. In quella che era una città multietnica, caratterizzata da un fermento artistico e sociale pronto ad accogliere le novità contemporanee, la sua arte di strada creò un vero e proprio movimento di rottura con il passato e con la vecchia visione dell’arte.

A Roma sono esposti più di 100 lavori tra oli acrilici, disegni, serigrafie e ceramiche, collaborazioni con Andy Warhol, opere realizzate in un periodo che va dal 1981 al 1987. Un periodo turbolento, caratterizzato da sofferenza esistenziale e d’identità. La sua è un’espressività alla ricerca della propria dimensione umana attraverso il linguaggio, i segni, i gesti, i colori che ha dipinto sui muri di New York. Non è la tela il suo regno, ma la strada, i muri in prossimità delle gallerie più rinomate.

Jean Michel Basquiat nasce a Brooklyn il 22 dicembre del 1960. La passione per l’arte comincia in tenera età, tanto che a quattro anni disegna e dipinge, e la madre, Matilde Andradas, lo aiuta molto ad accrescere questo sentimento artistico, accompagnandolo spesso nei templi dell’arte come il Brooklyn Museum, il Metropolitan Museum e il Museum of Modern Art di New York. All’età di otto anni viene coinvolto in un grave incidente che lo obbliga a stare nel letto per molti mesi, durante i quali legge, studia e si appassiona in particolare al libro Gray’s Anatomy di Henry Gray, un libro che influenzerà la sua vita artistica.

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Jean-Michel-Basquiat

A metà degli anni 70 Basquiat si avvicina a un giovane graffitista, Al Diaz, che lavorava a Manhattan. È in quegli che la sua vocazione cresce rendendolo pienamente consapevole della sua arte. Apparso con lo pseudonimo di SAMO, acronimo di Sam Old Shit, Basquiat comincia proprio con il graffitismo, che abbandonerà presto, a vent’anni, per diventare una delle stelle nascenti più celebri e celebrate nel mondo dell’arte. Tuttavia contemporaneamente inizia a fare uso di stupefacenti.

Nel 1980 arrivò la prima grande occasione con l’esposizione di alcuni lavori al Time Square Show (una retrospettiva organizzata da un gruppo di artisti che, in seguito, daranno vita alla corrente Neo–Pop). Ma fu nel 1981, grazie all’incontro con Andy Warhol, che la sua vita artistica raggiunse livelli notevoli. Da quel momento l’arte di Basquiat si trasferì dalle strade alle più prestigiose gallerie di New York; in pochi mesi passò dal nulla a maneggiare quantità esorbitanti di dollari, e il mercato si trasformò in una piazza gonfia di disponibilità economica che travolse ogni cosa, anche l’arte di Basquiat.

In pochi anni Basquiat divenne una leggenda, grazie all’innovazione delle sue idee artistiche e al suo modo di interpretare la realtà. E’ considerato un poeta moderno, una voce che, attraverso l’uso delle forme e dei colori forti e contrastanti, crea una vera e propria poetica del linguaggio astratto e figurato. Orgoglioso delle sue origini afro-americane si esprime in modo drammatico e incisivo, vuole lasciare un segno alle nuove generazioni nere, denunciando le strutture del potere e il razzismo: un esempio per i futuri artisti neri.

L’elemento costante che contraddistingue le sue opere è l’utilizzo delle parole, inserite nei dipinti come pennellate di genio e parte integrante dell’opera, ma anche come sfondo per affascinare lo spettatore, per catturare la sua indignazione. Infatti sul “New YORK Time Magazine” Basquiat dirà: “Uso le parole come fossero pennellate”. Un’arte concettuale figurativa neoespressionista che si materializza con archetipi, figure da bambini, raffigurazione formale di oggetti riconoscibili.

Utilizza una grafica elementare, frammenti verbali, rebus, parole da ricomporre, parole semicancellate per attirare l’attenzione di chi guarda e invitarlo a ricostruirne il senso. A volte però il segno e il colore non sono sufficienti a descrivere e comunicare l’energia intrinseca di un’opera, ed è qui che entra in scena la scelta di materiali di recupero che rendono l’opera unica e vissuta. La regalità, l’eroismo e la strada sono i suoi temi preferiti perché sono il frutto di una rielaborazione interiore ed emotiva intensa, sono la sua interpretazione del mondo e la sua relazione con esso.

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John Lurie 1982
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Glassnose 1987

L’assoluta assenza di prospettiva, la visione frontale, lo stile primitivo forte, rivelano e dimostrano la sua voglia di cambiare il mondo. Infatti nel 1983 in un’intervista rilasciata a Henry Geldzahler e pubblicata su “Interview” disse che l’ottanta per cento dei suoi dipinti è animato dal sentimento della rabbia.

Un disagio nato dalle difficili relazioni familiari e dal difficile rapporto tra neri e bianchi che si respirava a New York. Gli anni Sessanta hanno visto fallire il Black Power e le forme radicali di impegno politico. Ma proprio nei primi anni Ottanta, in periodo reaganiano, si assiste ad una rinascita Black nel cinema, nella pittura, nella musica, nella pubblicità.

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Procession 1986

Al randagio di Brooklyn, ormai Re, titolo attribuitosi sin da ragazzo come aveva dichiarato al padre: “Papà un giorno diventerò molto, molto famoso”, difettava però l’autodisciplina; si illudeva di poter controllare il proprio lavoro, ma in realtà era dipendente da quel mercato che lo aveva creato e poi fatto svanire.

Nel corso di tutta la propria esistenza, lottò contro i fantasmi della droga, della solitudine, della paura di non essere più famoso. È noto quanto temesse ad esempio che i suoi amici e le sue ex fidanzate potessero vendere le sue opere che aveva loro regalato.

Come accaduto a molte star, anche Basquiat ha dovuto fare i conti con le sue fragilità e dopo la morte improvvisa del suo amico e maestro Andy Warhol, avvenuta nel 1987, cominciò il suo declino psicologico e fisico entrando in una fase violenta di tossicodipendenza dalla quale non uscì mai più, pur tentando la disintossicazione. Morì l’anno dopo. L’ultima esposizione fu a New York, nella prestigiosa galleria di Tony Shafrazi, dove le sue opere furono vendute ai collezionisti di tutto il mondo.

Alla cerimonia funebre parteciparono alcuni degli amici più stretti: Francesco Clemente e Keith Haring, l’altro celebre graffitaro che sarebbe morto di AIDS nel 1990. In seguito si assiste alla lotta feroce per il possesso dei suoi quadri e all’improvvisa ricomparsa del padre, con cui l’artista per tutta la vita ebbe profondi problemi di comunicazione. Resta l’amarezza di una fine prematura come tante volte è successo: Charlie Parker, James Dean, Marilyn Monroe, Jim Morrison, Jimi Hendrix… sull’altare del grande Moloch, che tutto consuma e mastica.

Fu il primo afro-americano a scalare i vertici del mondo ufficiale dell’arte, testimone della sua epoca, dal segno e dallo spirito indelebile che ancora è possibile respirare attraverso le sue opere e la mostra del Chiostro del Bramante è un’ottima occasione per conoscere da vicino il suo estro artistico.

P.S.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

La mostra, a cura di Gianni Mercurio, è promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata e prodotta da DART Chiostro del Bramante e Gruppo Arthemisia.

Chiostro del Bramante
Telefono +39 06 915 19 41
http://www.chiostrodelbramante.it/post_mostra/jean-michel-basquiat-new-york-city/
ORARIO DI APERTURA: Da lunedì a venerdì 10.00 – 20.00 / Sabato e Domenica 10.00 – 21.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)