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Le nuove acquisizioni della CENTRALE MONTEMARTINI

Il corredo funerario di Crepereia Tryphaena e splendidi mosaici colorati entrano a far parte del museo romano, mentre l’Agrippina di Copenaghen è in prestito fino a gennaio 2017
mercoledì 1 giugno 2016 di Nica Fiori

Argomenti: Mostre, musei, arch.
Argomenti: Architettura, Archeologia


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La Centrale Montemartini, ovvero il museo archeologico sistemato nell’ex centrale elettrica del quartiere Ostiense, è un bell’esempio di recupero di archeologia industriale, che espone interessanti capolavori di arte romana repubblicana e imperiale. Dal 1° giugno il percorso museale si arricchisce di straordinari reperti da tempo conservati nei depositi comunali e finora esposti al pubblico solo in occasione di mostre temporanee.

Le nuove acquisizioni, evidenziate con la scritta “Capolavori da scoprire” sono collocate in parte al piano terra e proseguono al piano superiore nella Sala Caldaie. Il percorso comincia al pianterreno con la piccola sala dedicata al prezioso corredo funerario di Crepereia Tryphaena, comprendente una serie di ricchi gioielli e una bambolina d’avorio, snodabile, con i capelli intagliati secondo la moda dell’epoca, fornita a sua volta di un proprio corredo in miniatura. Bambole di questo tipo, chiamate pupae, venivano dedicate a Venere alla vigilia delle nozze, ma, se la padroncina moriva prima, la seguivano nella tomba. Il sarcofago di Crepereia Tryphaena fu ritrovato accanto a quello di un altro membro della famiglia (sono esposti entrambi con gli scheletri all’interno) durante gli scavi per la costruzione del Palazzo di Giustizia il 10 maggio 1889.

Quando venne alla luce, il sarcofago era pieno d’acqua e il teschio sembrava coperto da una folta e lunga capigliatura fluttuante. Ma non si trattava di capelli. Con l’acqua erano penetrati nel sarcofago i bulbi di una pianta acquatica che produce lunghissimi filamenti color d’ebano; per uno strano caso i bulbi avevano messo le radici sul cranio. Tra gli oggetti trovati nel sarcofago vi era una corona di mirto con un fermaglio d’argento al centro. Il mirto era la pianta sacra a Venere, simbolo di fecondità e di erotismo, e in quanto tale si usava nei matrimoni, come ci informa Plinio. Ma era anche un simbolo di morte, sacro a Proserpina perché si riteneva che crescesse nei giardini dell’Ade. La contraddizione è solo apparente perché nel ciclico fluire della vita tutto torna alla Grande Madre generatrice. Vi era pure una splendida ametista con inciso un grifo che insegue una cerva e un anello d’oro con il nome di Filetus (probabilmente lo sposo o il fidanzato della giovane).

La notizia colpì la fantasia di Giovanni Pascoli, tanto che le dedicò una malinconica poesia in latino (compresa nei Carmina). Egli immagina che la giovinetta fosse morta poco prima del matrimonio e, immedesimandosi nel fidanzato Fileto, sente rinascere in sé l’amore per la giovane che un destino crudele gli ha sottratto anzitempo. Non sfuggì certo al poeta la strana coincidenza che il suo sepolcro fosse stato aperto proprio nei giorni in cui i Romani celebravano il rito delle Lemuria per placare le anime dei defunti. Come racconta Ovidio nei Fasti, bisognava celebrare il rito a piedi scalzi e gettare dietro le spalle manciate di fave nere, tenendo la faccia volta indietro e pronunciando formule propiziatorie; per evitare il contatto con le ombre si schioccavano le dita o si batteva un oggetto di bronzo. Ma il nostro Pascoli-Fileto non vuole compiere questi gesti: egli vuole seguire Trifena nella tomba e si volta a guardare la sua ombra: “… Vespero già sfiora con la sua luce d’oro le marmoree colonne della Mole Adriana; branchi di corvi in fuga passano volando sul Pincio; ed ecco, a poco a poco, mi sento rapire, e come dileguare nel vuoto, immemore d’un cuore ormai silenzioso; invano la voce di tua madre tenta ricondurmi indietro; invano mi chiama - Fileto!”.

Le scoperte proseguono nell’adiacente Sala Colonne, con tre magnifici mosaici policromi di età repubblicana. Viene esposto per la prima volta un mosaico pavimentale, raffigurante un labirinto all’interno di una cinta muraria con torri, una tipologia questa diffusa in ambito ellenistico e romano. Scoperto a Roma nel 1958 presso piazza San Giovanni in Laterano, è datato tra il 100 e l’80 a.C. Lo affiancano altri due piccoli raffinatissimi mosaici colorati che costituivamo degli émblemi (riquadri centrali di un tappeto musivo) dagli effetti pittorici: uno con un leone circondato da amorini, scoperto ad Anzio nel 1749; un altro raffigurante una scena nilotica (seconda metà del I sec. a.C.), rinvenuto nel 1882 durante la costruzione del Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale. Vi si vede in particolare un coccodrillo incoronato con rose (il dio egizio Sobek, venerato nella città di Crocodilopolis), cui dei sacerdoti porgono del cibo.

Nella Sala Caldaie è stato sistemato, invece, un grande mosaico pavimentale della media età imperiale scoperto a Roma in una tomba della via Portuense nel 1885. Raffigura al centro il rapimento di Proserpina da parte di Plutone, dio dell’oltretomba. Si tratta di uno dei miti più noti dell’antichità, in relazione con il ciclo delle Stagioni, pure presenti nel mosaico insieme ad animali e ad altri motivi decorativi. Su intercessione della madre Cerere, alla fanciulla fu concesso di tornare sulla terra per sei mesi all’anno, alternando in tal modo la sua esistenza tra il mondo dei morti e quello dei vivi. Per questo motivo la raffigurazione ben si adatta al repertorio funerario.

Questo nuovo allestimento, promosso dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale e organizzato da Zètema Progetto Cultura, offre inoltre l’occasione per presentare al pubblico una preziosa testa-ritratto in basanite dell’imperatrice Agrippina Minore, moglie di Claudio e madre di Nerone, concessa in prestito temporaneo alla Centrale Montemartini dalla Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen fino a gennaio 2017. La scultura è esposta nella Sala Macchine, accanto alla statua femminile di “Orante” delle Collezioni Capitoline, realizzata nella stessa preziosa pietra scura di origine egiziana, ritrovata durante gli scavi ottocenteschi per la costruzione dell’ospedale militare del Celio (statua da mettere in relazione con il tempio del Divo Claudio, fatto costruire da Agrippina per il marito divinizzato). La pertinenza della testa di Copenaghen al corpo della statua capitolina è stata dimostrata nel corso di complessi studi scientifici condotti negli anni Novanta del Novecento, che hanno consentito di individuare un preciso punto di attacco tra le due opere.

P.S.

Centrale Montemartini
Via Ostiense, 106 – Roma
Orario: dalle 9 alle 19; chiuso il lunedì
Biglietto: 7,5 euro, ridotto 6,5 euro; gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente
Info: tel 060608
www.centralemontemartini.org