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I CANTI DI OSSIAN E IL PREROMANTICISMO

Riflessioni sul Medioevo
martedì 1 settembre 2015 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Letteratura e filosofia
Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Guardando in Tv terribili immagini di decapitazioni, attentati terroristici, guerre, violenze di ogni genere, molti parlano di un ritorno ai secoli bui del Medioevo, un pauroso salto indietro nel tempo che ci allontana da tutte le conquiste verso un più alto livello di civiltà.

Riflettendo tuttavia ci si chiede se sia giusto considerare il Medioevo alla stregua degli illuministi che (riconfermando la condanna umanistica e protestante) giudicarono il Medioevo come età di oscurantismo, superstizione, privilegi feudali e sperequazioni sociali e politiche, oppure alla maniera de poeti preromantici e romantici che lo esaltarono come epoca di ideali cavallereschi, ricca di sentimenti forti e spontanei.

In effetti alla fine del Settecento in Europa, contro le razionalistiche istanze dell’Illuminismo, il Preromanticismo cominciò ad esaltare i sentimenti e l’ individualità singola dell’io ripiegato in una malinconica solitudine, pervaso da una concezione pessimistica della realtà. Prevalevano tristezza, inquietudine, visioni notturne lugubri e sepolcrali, meditazioni meste sulla morte, un gusto per l’esotico e il sublime. Sotto l’influsso del Rousseau, inoltre, nacque una nuova visione della natura sentita come forza arcana, spontanea, più vicina al cuore dell’uomo.

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Canti di Ossian di J. MacPherson

Nella nuova visione del processo storico anche il Medioevo venne rivalutato come radice del mondo moderno durante il quale si svilupparono, insieme all’ idea di nazione, lingue e letterature dei popoli europei. La cultura medioevale, considerata culla dello spirito primitivo, venne ammirata come prodotto di istinto, fantasia, sensibilità popolare.

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James MacPharson

In tale atmosfera preromantica notevole entusiasmo suscitarono i “Canti di Ossian”, pubblicati nel 1760 dal poeta scozzese James Macpherson (1736-1796). Ad Ossian, ovvero Oisín, leggendario guerriero e bardo gaelico, figlio di Finn (Fingal,) forse vissuto nel III secolo d. C. , furono attribuiti i canti epici del ’ciclo di Ossian’ che i bardi gaelici d’Irlanda e degli Highlands scozzesi cantavano suonando una piccola arpa. Mentre la leggenda sopravviveva in tradizioni orali, alcuni manoscritti conservavano parte di questo ciclo giacendo dimenticati finché Macpherson li raccolse in un volume anonimo: Fragments of Ancient Poetry collected in the Highlands of Scotland, and translated from the Gaelic or Erse language.

Dopo la pubblicazione di tale volume, fu data commissione all’autore di raccogliere tutta l’antica poesia gaelica che si poteva trovare viaggiando attraverso gli Highlands e le isole scozzesi. Bisogna sottolineare che i cosiddetti ’originali’ canti ossianici di Macpherson, redatti in gaelico moderno molto diverso dal gaelico medievale, ignorano particolari folcloristici e notizie sui clan presenti nei poemi ossianici autentici scoperti verso la metà del secolo XI. Essi, inoltre, includono diverse poesie del Macpherson. La contraffazione, comunque, non fu scoperta allora per la scarsa conoscenza del gaelico e così i presunti ’originali’ ebbero ripetute edizioni.

Ecco alcuni versi tratti dai “Canti di Selma” (tradotti da M. Cesarotti che contribuì a diffonderli in Italia la traduzione in fondo all’articolo nel P.S.):

Star of descending night! Fair is thy light in the west! Thou liftest thy
unshorn head from thy cloud: thy steps are stately on thy hill. What
dost thou behold in the plain? The stormy winds are laid. The murmur
of the torrent comes from afar. Roaring waves climb the distant rock.
The flies of evening are on their feeble wings; the hum of their course is
on the field. What dost thou behold, fair light? But thou dost smile
and depart. The waves come with joy around thee: they bathe thy
lovely hair. Farewell, thou silent beam! Let the light of Ossian’s soul arise!

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Antico poema epico Fingal

Il successo del volume indusse l’autore a pubblicare nel 1761 Fingal, an ancient epic poem in six books, questa volta aggiungendo al titolo il suo nome in qualità di traduttore e nel 1763 Temora, poema epico in otto libri. I canti, ripubblicati nel 1765 con note di Macpherson e di Blair, esaltavano la scoperta della poesia di Ossian, paragonato a Omero. Alternando il tono epico con quello lirico ed elegiaco, i canti narrano storie complesse su virtù cavalleresca di valorosi guerrieri, triste destino di coppie d’amanti o sposi, rapimenti, tempeste, descrizioni di paesaggi, cupe distese di mare, laghi e brughiere solitarie, tombe, rovine di città. I poemi spirano una profonda melanconia, un sentimento di vanità, di tragica fine di ogni amore, di emozione suscitata da reliquie del passato.

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Temora, un antico poema epico

Come afferma Mario Praz “nei primi anni, Ossian fu accolto in Europa con entusiasmo quasi unanime; alcuni v videro la quintessenza stessa della poesia; il Diderot, squisito indice del nuovo gusto, esclamava: ’Ce qui me confond, c’est le goût qui règne là, avec une simplicité, une force et un pathétique incroyables’. Ossian venne paragonato a Omero e a Milton, a Pindaro e ai profeti della Bibbia…. Dopo la prima fase d’entusiasmo, sorsero i dubbî sull’autenticità, ma fino alla fine del secolo si può dire che la maggioranza dei lettori ammirò Ossian, senza preoccuparsi fino a qual punto i canti fossero autentici… non vi fu grande scrittore in Europa, formatosi nella seconda metà del Settecento che non risentisse, sia pure per un breve periodo, della moda ossianica…”. Insomma, benché Macpherson avesse dato libere versioni di tradizionali canti gaelici inserendovi passi di sua invenzione, la sua opera offrì validi spunti agli stati d’animo dei preromantici, preparando la strada al Romanticismo.

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Melchiorre Cesarotti, il traduttore.

Ed oggi cosa pensiamo noi del Medioevo? Come gli illuministi ne sottolineiamo i lati negativi, allontanandoci dall’esaltazione preromantica e romantica: manca forse una valutazione obiettiva che integri i vari aspetti. Non possiamo certo negare guerre, efferate violenze, stragi, roghi, torture e iniquità, ma come non subire il fascino di saghe e leggende, di eroi mitici come Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda, del Cid Campeador, delle Chansons de geste (Chanson de Roland), dei Nibelunghi, di grandi poeti come Dante, Petrarca e Boccaccio, Geoffrey Chaucer, di mistici e filosofi della Patristica e della Scolastica, come S. Agostino, Tommaso D’Aquino, Meister Eckhart, Scoto, Bernardo di Chiaravalle e degli arabi Avicenna e Averroè, di grandi cattedrali in stile gotico e monasteri dove monaci amanuensi preservarono importanti opere, del sorgere di università e castelli meravigliosi ancor oggi testimoni del passato e così via: potremmo continuare a discutere a lungo su un periodo storico molto esteso (dal V secolo al XV) e ricco di aspetti contrastanti

In conclusione ci sentiamo di affermare che in tutte le epoche l’Uomo ha sempre evidenziato grande difficoltà nel gestire il dualismo tra il Bene e il Male, citando i significativi versi di Quasimodo in “Uomo del mio tempo”:

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Non ci resta, pertanto, che trarre insegnamenti dal passato per non ricadere negli stessi errori e continuare a combattere per difendere le conquiste di cultura e civiltà, passando il testimone ai nostri figli nella corsa verso il futuro.

P.S.

Ecco la traduzione del Cesarotti dei bei versi tratti dai Canti di Selma:

Stella maggior della cadente notte,
deh come bella in occidente splendi!
E come bella la chiomata fronte
mostri fuor delle nubi, e maestosa
oggi sopra il tuo colle! E che mai guati
nella pianura? I tempestosi venti
di già son cheti, e ’l rapido torrente
s’ode soltanto strepitar da lungi,
che con l’onde sonanti ascende e copre lontane rupi.

Già i notturni insetti sospesi stanno in su le debil ale,
e di grato sussurro empiono i campi.
E che mai guati, o graziosa stella?
Ma tu parti e sorridi; ad incontrarti
corron l’onde festose, e bagnan liete
la tua chioma lucente. Addio, soave
tacito raggio: ah disfavilli omai
nell’alma d’Ossian la serena luce!