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La cattiva scuola

Ma almeno loro, gli insegnanti, lo sapranno quello che vogliono? Quale credito si può dare a chi dice, sempre e comunque, no a tutto?
mercoledì 1 luglio 2015 di Michele Penza

Argomenti: Attualità
Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Forse sbaglierò ma trovo che il mondo della scuola italiana somigli tanto a una certa parte della sinistra e non perché coincidano le identità delle persone ma per la affinità dei loro comportamenti, del modo di porsi e del rapporto nevrotico che hanno entrambi col contesto politico che li circonda. Non si riesce a trovare mai un provvedimento che li accontenti, un qualcosa che loro piaccia, che possa lontanamente soddisfarli. Come faceva l’URSS all’ONU in tempo di guerra fredda sanno dire solo ‘niet’! Gli uni li posso capire: difendono una rendita di posizione e scelgono lo strumento che ritengono più efficace, ci può stare, ma gli insegnanti no! Cosa ci guadagnano?

La storia della scuola negli ultimi decenni è esemplare. Ci hanno messo le mani in tanti da Berlinguer a Giannini, personalità totalmente diverse l’una dalle altre. Qualunque fosse la loro proposta la risposta del corpo insegnante nella sua stragrande maggioranza, ancor prima che costoro finissero di parlare, è stata la medesima: giù le mani dalla scuola pubblica.

Poteva essere un imprenditore, un politico, un professore, taluno dei quali anche valido e competente ma il risultato ottenuto è stato sempre negativo e non appena varcato il portone di V.le Trastevere ogni nuovo ministro pare si sia mutato da dr. Jekill in mister Hide: un prevaricatore incompetente e maligno, un infido Ulisse che di notte scende di soppiatto dal cavallo di Troia per spalancare le porte alla scuola privata.

Siamo tutti liberi di crederci a questa favola ma io personalmente non ci ho creduto mai, nemmeno per un minuto. Io ricordo quanto a lungo la scuola sia stata usata da ufficio di collocamento per disoccupati e il suo personale da massa di manovra elettorale dalla D.C. nella seconda parte del secolo scorso; so quanto i ministri e i provveditorati, sempre in mano al partito di maggioranza, abbiano fruttuosamente trafficato sul personale delle scuole primarie e secondarie manipolando supplenze, assegnazioni di cattedre, trasferimenti di sede e via dicendo, producendo fra gli altri anche il grosso danno collaterale di porre di fatto al centro dell’universo scolastico il concetto che il compito primario della istituzione e il suo fine ultimo non siano la formazione e l’educazione dei ragazzi bensì la sistemazione ottimale degli insegnanti. L’ultima dimostrazione ce la danno oggi tutti gli interlocutori del governo che gridano in coro ‘ ma sì, sbrigatevi a fare questo decreto di assunzione dei precari e per il resto pensiamo alla salute! E’ questo che ci interessa!’

Purtroppo il concetto è talmente penetrato nella mente dei soggetti scolastici che sarà molto difficile sradicarlo. Questo chiodo storto è stato ribattuto indirettamente anche dall’azione della principale componente politica di opposizione che ha sventolato dal ‘68 la bandiera sciagurata del 6 politico (e merenda garantita per tutti) che, se poteva avere allora, in una fase di espansione economica, una parvenza di giustificazione finalizzato a un positivo tentativo di recupero degli svantaggiati diventa rovinoso oggi che le difficoltà occupazionali impongono selezioni severe e coscienziose.

L’obiettivo primario dell’apprendimento degli studenti, se mai qualcuno lo abbia solo nominato, è scomparso dall’orizzonte e da tempo immemorabile si sente parlare solo di precariato, di trattamento economico, di libertà di insegnamento, di scuole diroccate da sistemare, giustamente, ma mai accompagnati da qualità della didattica o da merito quale criterio di valutazione , che ritengo siano fattori altrettanto, se non più, importanti.

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Boicottaggio del Test INVALSI

Non condivido il criterio inverso che taluno sostiene, ossia quello di trattare tutti allo stesso modo penalizzando semmai chi non fa il suo dovere o chi è palesemente scarso. Mi sembra un criterio di valutazione al ribasso che induce ad adagiarsi pigramente nella mediocrità, un marchingegno furbesco per sottrarsi a controlli e verifiche. Non a caso è emerso tra i docenti un diffuso rigetto nei confronti delle prove INVALSI cui vengono sottoposti gli studenti per un sondaggio oggettivo della loro preparazione ma che indirettamente serve da cartina di tornasole del lavoro e della capacità dei loro docenti.

Questa tendenza al relax favorisce, nei tempi brevi, gli insegnanti poltroni ma è diseducativa per gli studenti che ben presto si accorgeranno che non è così che funziona la vita: un gelatino per tutti e solo chi è stato cattivo rimane senza. Allo stato delle cose, e non sappiamo se e quando cambierà, li aspettano pane e cipolla solo per qualcuno, colui che riesce ad emergere di diritto o di rovescio, e cinghia tirata per tutti gli altri. Se un insegnante finge o non è in grado di capire questo semplice dato quale contributo può dare alla formazione degli uomini di domani?

Si obietta che si vogliono togliere risorse alla scuola pubblica per darle a quella privata. Sarà, ma deve essere un’intenzione molto recondita. Ho cercato nella riforma le prove di questa infamia ma vi ho trovato in materia solo la proposta, che peraltro sembra cancellata, di ammettere la possibilità di aumentare le risorse di talune scuole pubbliche con il contributo delle famiglie oppure quella di consentire a chi non può fruire di un servizio che gli spetta, (nella scuola dell’obbligo in talune situazioni basta che i genitori lavorino entrambi perché il reddito li escluda da certe graduatorie) di fruire in materia di detrazioni del corrispettivo che lo Stato risparmia. Sarebbe questo lo scandalo? Bah!

Constatiamo allibiti che la sola parola Preside provoca languori, isterismi ed attacchi epilettici. Se non sbaglio è una figura reclutata tra i professori e non tra i degenti nei manicomi criminali. Ce ne sarà sicuramente qualcuno inadeguato o indegno come può capitare anche tra genitori, magistrati o quei dirigenti che annualmente compilano le note di qualifica a tutti i pubblici dipendenti. Mi chiedo perché la teorica eventualità che possa verificarsi qualche abuso susciti angoscia e disperazione solo nel mondo della scuola e non altrove. Ovunque è il superiore diretto che conosce i suoi polli, in tutte le realtà lavorative che necessitano di un controllo qualitativo e quindi di una valutazione a tal fine. Chi potrebbe valutare il lavoro del docente offrendo garanzie di maggiore competenza, equità ed autorevolezza, forse il sindacalista dei Cobas? Va bene, è una opinione anche questa: nulla più ci sorprende. Discutiamo!

Vedo sul tavolo della mia nipotina una doppia pila di libri. Sono ben trentacinque i libri di testo che ha dovuto obbligatoriamente comprare quest’anno, per frequentare la terza media. Praticamente oggi sono da buttare perché non serviranno più. Circa la metà, per un valore all’ingrosso di duecento euro, sono intonsi, e ce n’è anche qualcuno con il C.D. ancora incollato alla copertina, mai usato. La bimba si stupisce del mio stupore e mi conferma che è stato così dal primo anno.

Moltiplicata questa cifra per venticinque e poi per il numero di classi della scuola italiana avremo un’idea del business che prospera sfacciatamente sotto il tappeto della libertà di insegnamento senza che dalla scuola si levi mai una voce a condannare una indegna rapina che può essere rilevata in cinque minuti di osservazione da chiunque. Quei girotondisti in corteo, che ho visto agitare drappi rossi per la strada chiamando il popolo alla riscossa, non se ne sono mai accorti?

Non condivido, per concludere, l’affermazione di principio che tende a squalificare in toto la ratio della riforma: la scuola per sua natura non può essere gestita come una azienda perché non si occupa di merci ma di esseri umani. Siamo sicuri? Intanto, come già visto, di merci sono in tanti ad occuparsene, dentro, attorno e sopra la scuola: autori, editori, librai, addetti alle manutenzioni, addetti alle mense, operatori e fornitori vari, e poi voglio ricordare l’esistenza delle A.S.L. che neppure producono spumanti o melanzane ma similmente forniscono servizi fondamentali alla salute dei cittadini e alla loro stessa sopravvivenza, così come la scuola dovrebbe fornire servizi fondamentali per la loro formazione civica, la loro preparazione culturale e la crescita della loro personalità.

Io credo che unite a un po’ d’amore per il proprio lavoro efficienza, efficacia, ottimizzazione delle risorse siano sempre e in ogni campo fattori determinanti ai fini del risultato. Avercene! Ancor più che la presenza, scontata, di qualche squallidone di Preside credo sia la loro carenza il vero problema nostro. Ma interessa ancora a qualcuno degli addetti ai lavori che la scuola consegua dei risultati? Ho qualche dubbio.

No, mi sembra che tutte queste critiche feroci alla riforma, a qualsiasi riforma, non reggano a una analisi scevra da preoccupazioni personali, pregiudiziali politiche o riserve mentali. Fatte salve le eccezioni di talune persone oneste e generose che operano individualmente in condizioni ambientali di estrema difficoltà è questa nel suo complesso la cattiva scuola, quella attuale così come ci appare, arroccata e pelandrona, che stringe i denti e non vuole cambiare nulla, e preferisce lamentarsi sempre rotolandosi nello stesso brago, più o meno come fa del resto buona parte di un paese cialtrone, corrotto e decadente del quale il microcosmo della scuola è immagine speculare.

Purtroppo per cambiare rotta è proprio da lei che occorre cominciare. Certo che sarà dura, lo sappiamo bene!-

 



  • La cattiva scuola
    3 luglio 2015, di Michele Penza

    Gentile sig.ra D’Arbitrio,

    la ringrazio dell’attenzione che mi ha dedicato ma vorrei chiarire subito che non ho scritto questo testo per polemizzare con quello suo precedente sul medesimo argomento. Quanto di negativo ho scritto sulla scuola di oggi non riguarda certamente Lei di cui conosco, tramite i suoi scritti, la preparazione e la serietà.

    Resta il fatto che taluni miei rilievi sulla scuola di oggi che neppure Lei nel suo puntualissimo commento ha ritenuto di smentire, non siano tanto opinioni quanto constatazioni di fatti reali.

    Ritengo che le nostre due posizioni sull’argomento non siano ideologicamente contrapposte: siamo entrambi preoccupati al capezzale di un malato, la scuola, che sembra temere, e quindi voler combattere, più il chirurgo che la malattia. E’ un fenomeno frequente ma pericoloso, che può anche condurre il malato ed esiti infausti.

    Avrà compreso che la mia tesi non è quella che la scuola sia divenuto un luogo di malaffare ma piuttosto che una maggiore apertura alle novità, una più leale collaborazione, un atteggiamento scevro da pregiudizi nei confronti di chi propone un programma di riforme che non è quello che qualcuno vuol far credere, migliorerebbe di molto la situazione.

    Il semplice fatto che la scuola venga proposta quale problema di prioritaria importanza in un programma di governo in un paese che l’ha sempre considerata istrumentum regni non le sembra una piacevole novità?

    • La cattiva scuola
      5 luglio 2015, di GiovannaDA

      Gentile Sig. Penza,
      la ringrazio per la stima evidenziata nei miei riguardi e sono convinta che lei non volesse polemizzare in riferimento al mio articolo, bensì semplicemente esprimere le sue idee in un dialogo democratico.
      La scuola statale è agonizzante e le cure propinate finora non hanno curato malanni divenuti ormai endemici. La "scuola azienda" di L. Berlinguer non ha prodotto buoni risultati... per non parlare delle riforme dei partiti di destra che hanno infierito con vistosi tagli su istruzione e cultura!
      Comunque continuo a sperare, anche se ora sono in attesa di "fatti", non delle solite chiacchiere.
      Giovanna D’Arbitrio

  • La cattiva scuola
    1 luglio 2015, di GiovannaDA

    ITER DELLA SCUOLA STATALE NEGLI ANNI ’60 e ’70 - Nel mio articolo “La Buona Scuola” mi sono soffermata soprattutto sulle riforme scolastiche apportate dalla fine anni ’90 ad oggi. Sarebbe utile riepilogare l’iter della scuola statale tra gli anni ’60-‘70: 1)Nel 1962 la legge N.1859 istituisce la Scuola Media Unica Obbligatoria e gratuita dagli 11 ai 14 anni, abolendo la Scuola Media di Avviamento professionale(durata 3 anni, risalente alla Riforma Gentile del 1923) che non consentiva il prosieguo degli studi. 2)Nel 1964 la legge N. 719 stabilisce fornitura gratuita di libri di testo per elementari. 3)Nel 1968 con la legge N.444 viene istituita La Scuola Materna Statale di durata triennale.

    La Scuola Media Unica evidenziò gravi problemi per notevole aumento degli iscritti. Mentre Don Lorenzo Milani sottolineava l’inutilità di bocciature ripetute più volte per carenti strategie di recupero, emarginazione culturale e sociale, da diverse parti della società arrivava la denuncia di incapacità ad offrire istruzione, formazione, educazione per problemi legati a classi sovraffollate, doppi e tripli turni giornalieri per mancanza di edifici scolastici, programmi vecchi e inadeguati a un numero crescente di alunni con accentuato divario culturale nelle platee scolastiche per la presenza di diverse classi sociali. Il tentativo di recuperare un corretto rapporto tra scuola e società si concretizzò alla fine con la legge 30 luglio 1973 n. 477, la cosiddetta "Legge delega".

    Il quadro complessivo del rinnovamento passò attraverso 5 D.P.R. ("Decreti Delegati"), ciascuno destinato a stabilire le nuove norme su un diverso settore: 1) decreto del presidente della Repubblica 31 maggio 1974 n. 416 su "istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola materna, elementare, secondaria e artistica"; 2)decreto del presidente della Repubblica 31 maggio 1974 n. 417 su "norme sullo stato giuridico del personale docente, direttivo ed ispettivo della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato"; 3) decreto del presidente della Repubblica 31 maggio 1974 n. 418 su "corresponsione di un compenso per lavoro straordinario al personale ispettivo e direttivo della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica"; 4)decreto del presidente della Repubblica 31 maggio 1974 n. 419 su "sperimentazione e ricerca educativa, aggiornamento culturale e professionale e istituzione dei relativi istituti"; 5)decreto del presidente della Repubblica 31 maggio 1974 n. 420 su "norme sullo stato giuridico del personale non insegnante statale della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato".

    Il DPR 416 istituiva una serie di organi collegiali, attraverso tre tipi di organismi: 1) quelli di base, dai consigli di classe e di interclasse al collegio docenti, al comitato per la valutazione del servizio degli insegnanti, ai consigli di disciplina degli studenti medi; 2)quelli a livello di singola scuola, come consiglio di circolo per le elementari e consiglio di istituto per le secondarie;3)quelli territoriali, come consiglio scolastico distrettuale, consiglio scolastico provinciale, consiglio nazionale della pubblica istruzione. Gli organi collegiali erano, ad eccezione del collegio dei docenti e dei consigli di classe, almeno in parte elettivi, con la presenza di rappresentanti di genitori nei consigli di classe e di interclasse, nei consigli di circolo e di istituto, nei consigli scolastici distrettuali e provinciali, rappresentanti del mondo del lavoro, dell’associazionismo culturale e degli enti locali. Per la prima volta, negli istituti superiori compaiono anche gli studenti.

    Il DPR 417 affermava che ai docenti era garantita la libertà d’insegnamento, intesa come dialogo e confronto aperto tra posizioni culturali per promuovere la piena formazione della personalità degli alunni, nel rispetto della coscienza morale e civile degli alunni stessi. L’ultimo capoverso rispecchia soprattutto le preoccupazioni dei genitori di area cattolica. La novità fondamentale del DPR 41 consisteva nel nuovo profilo del docente che oltre al dialogo educativo con l’alunno, doveva svolgere il suo ruolo anche in un contesto sociale: partecipazione agli incontri con i genitori, riunioni degli organi collegiali, collaborazione a iniziative educative della scuola che implicavano un continuo aggiornamento culturale e professionale.

    Il DPR 419 poneva le basi di un rinnovamento didattico e strutturale della scuola ancora in gran parte legata alla riforma Gentile (1923), soprattutto per quanto riguarda gli istituti superiori. I suoi obbiettivi erano nuovi criteri per sperimentazione e aggiornamento culturale e professionale. Si prevedevano due livelli di sperimentazione: 1) l’art.2 regolava la sperimentazione didattica, che poteva essere autorizzata dal collegio dei docenti; 2)l’art. 3 riguardava gli aspetti della sperimentazione a livello di ordinamenti e strutture. Essa poteva essere attuata da programmi nazionali, ma anche nascere "dal basso", dalle proposte dei collegi dei docenti o da altri organi collegiail ed essere approvate poi dal Ministero della Pubblica Istruzione. Dal DPR 419 scaturirono leggi successive come la 517/77 che regolava l’inserimento degli alunni portatori di handicap e nel 1979 i nuovi programmi della scuola media con forte accento sul carattere formativo e orientativo. L’altro aspetto normativo nel DPR 419 è l’aggiornamento culturale e professionale. Fondamentale è l’affermazione dell’aggiornamento come diritto-dovere (art. 7), inteso non solo come risposta a iniziative promosse dall’alto, ma anche come autoaggiornamento. Per supportare la scuola nel rinnovamento si istituirono pertanto gli Istituti Regionali di Ricerca, Sperimentazione e Aggiornamento Educativi (gli IRRSAE, oggi IRRE). I loro compiti erano di promuovere la sperimentazione e l’aggiornamento, di condurre ricerche in campo educativo, di raccogliere, elaborare e diffondere la documentazione pedagogico-didattica e di offrire consulenza tecnica.

    Al di là delle valutazioni negative che furono date sui limiti presenti nel Decreti Delegati da parte di chi voleva mettere in evidenza l’esiguità dei risultati rispetto alle aspettative di un vasto movimento che puntava al rinnovamento della società, si può senz’altro riconoscere che essi coinvolsero e misero in movimento forze consistenti intorno al tema di una nuova scuola, con iniziative degli organi collegiali che produssero anche risultati insperati (ad esempio alle battaglie culturali sui libri di testo e sulle biblioteche di classe). Con il continuo mutare del quadro socio-politico generale, si indebolì l’entusiasmo che inizialmente aveva fatto superare tante difficoltà e anche gli organi collegiali assunsero sempre più un carattere burocratico. I Decreti Delegati subirono nel corso degli anni alcune modifiche legislative e con il Decreto Legislativo n. 297 del 16.04.1994 furono assorbiti nel nuovo Testo Unico della legislazione scolastica.

    Queste in breve le riforme dei "famigerati" anni ’60 e ’70: non furono certo cattive riforme, almeno nelle intenzioni, ma poi cosa ne abbiamo fatto negli anni successivi? Sono state costruite forse scuole moderne e sicure? La selezione degli insegnanti da inserire nelle graduatorie è stata fatta sempre scrupolosamente in base a titoli e punteggi acquisiti con impegno e serietà? Sono stati forse allontanati dalla scuola tutti gli assenteisti cronici, gli incompetenti, i furbi (non solo insegnanti, ma anche presidi e personale ATA), i demotivati sbarcati nella scuola per “ripiego” in mancanza di lavori più soddisfacenti, gli avvocati, gli architetti e gli ingegneri con studi privati e lauti guadagni, pronti a rubare il posto ad altri e una pensione sicura (magari una baby – pensione) con profusione di scarso impegno? Altro che parlar di merito: si è fatta di “ogni erba un fascio”, svalutando il duro lavoro di docenti sensibili e seri e infangando l’immagine stessa del “bravo insegnante”, favorendo un sistema clientelare e lassista che ha contribuito allo sfascio della scuola statale. E che dire dell’instabilità politica italiana con il suo susseguirsi di governi pronti a fare riforme senza mai intervenire sui problemi diventati ormai endemici. E ora c’è poco da stare allegri, basta dare uno sguardo ai dati ISTAT e OCSE: analfabetismo ancora non debellato, dispersione scolastica in aumento, decrescente numero diplomati e laureati, insegnanti con gli stipendi più bassi d’Europa, scuole che crollano addosso agli alunni, cervelli in fuga dall’Italia.

    Per quanto riguarda la sottoscritta, insegnante d’inglese nella Scuola Media Statale dal 1964 al 2008, dopo ben 43 anni spesi a combattere per i giovani, preferendo rimanere nella scuola dell’obbligo (pur essendo abilitata all’insegnamento in tutti gli istituti di qualsiasi ordine e grado, con frequenza di numerosi corsi di aggiornamento, master pagato a sue spese in “orientamento scolastico”), ella pensa che i gravi problemi della Scuola Statale li possano comprendere solo coloro che li hanno sperimentati sulla propria pelle. Spesso la cattiva informazione fa molti danni e allontana tante persone “per bene” da una corretta comprensione di ciò che accade. Ella, inoltre, non si ritiene un’ex sessantottina, ma solo una convinta democratica che ha sempre lottato per libertà, cultura e diritto allo studio. Ormai del ’68 nessuno si ricorda più nella scuola se non i libri di storia. Non sono contraria alle scuole private e rispetto la libertà dei genitori che vogliono iscrivervi i figli (io stessa le ho frequentate per alcuni anni per volere di mio padre), ma non capisco perché ad esse in momenti di crisi si debbano fare elargizioni, mentre si operano tagli sulla scuola statale. Del ’68 non ho amato gli estremismi dai quali mi sono tenuta sempre lontana, ma ho comunque ammirato gli alti ideali che guidarono personaggi come Nelson Mandela, M.L. King, Papa Giovanni XXIII, J. Kennedy e tanti altri (in quei tempi presenti anche in Italia), disposti a morire per le proprie idee. Giovanna D’Arbitrio