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La danza del ventre tra tradizione ed attualità

La più grande passione per gli Egiziani
venerdì 1 maggio 2015 di Marina Della Ragione

Argomenti: Danza


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Il termine arabo per definire la danza orientale è raqs sharki. La dizione ’danza del ventre’ non e’ quella originale in arabo, bensì è la denominazione data dai viaggiatori occidentali che si recavano per la prima volta nei paesi mediorientali, e che rimasero affascinati dai movimenti ondulatori tipici delle danze tradizionali arabe. I nomi che vengono usati per designare questo tipo di danza sono svariati. I francesi, che secondo alcune fonti, furono i primi a ’scoprire’ questa danza, coniarono il termine ’danse du ventre’; i greci chiamano la danza del ventre ’cifte telli’, anche nome dell’omonimo ritmo turco.

La tradizione ha radici antichissime, precedenti alla Bibbia, da cui nasce il mito di Salomè e della danza dei sette veli. Alcune fonti fanno risalire la danza del ventre ai riti propiziatori della fertilità, legati al culto della madre Terra, eseguiti migliaia di anni fa. Infatti nonostante la danza orientale sia stata scoperta solo tra il ’700 e ’800, essa ha origini antichissime, che risalgono fin dalla costituzione delle prime civiltà del mondo mediorientale. Infatti i movimenti rotatori e sinuosi della danza orientale riprendono gli antichi significati della fertilità, legati al culto dell’antica dea madre. Gli uomini erano consapevoli che tutto ciò che muoveva la vita dell’universo e quindi dell’essere umano, era un soffio energetico legato alla riproduzione, alla nascita, al ciclo delle stagioni, alla natura. Il tutto era collegato alla funzione riproduttiva della donna, e il culto relativo che ne nacque fu proprio quello della ’Dea madre’, che venne rappresentata da ogni civiltà diversamente e con diversi nomi: Mylitta, Isis, Ashtoreth, Astarte, Ishtar, Aphrodite, Venus, Bhagvati, Parvati e Ceres.

Nell’antica Babilonia era diffuso il culto della dea Ishtar, la grande dea Madre, la dea della luna, le cui sacerdotesse praticavano il loro rito religioso attraverso delle danze sacre ondulatorie e sinuose, molto simili all’attuale danza orientale. La dea madre corrispondente per gli antichi egizi fu Iaset. Iaset, come Ishtar, è la dea della luna e si esprimeva in tutta la sua bellezza. La donna egiziana era il riflesso di questa dea misteriosa e affascinante e danzava in suo onore, durante i riti sacri, perché Iaset esprimesse tutto il suo potere, per concederle la fecondità, la femminilità e la bellezza.

Numerosi documenti figurativi riportano a noi la testimonianza di una costante presenza della danza nell’Antico Egitto. Le danzatrici sono raffigurate aggraziate e scattanti, vestite con indumenti succinti, coperte di gioielli e accompagnate da musicisti, ma anche raffigurate con movimenti acrobatici. Le danze sacre erano centrali al culto di Iside nell’antico Egitto: le sacerdotesse raggiungevano uno stato di estasi attraverso il ballo.

Nella corte di Cheope si sviluppò la presenza di musicisti e danzatrici e nel Nuovo Regno anche i privati benestanti ospitarono nelle loro dimore musici e danzatrici.

Ma la danza nell’Antico Egitto non perse mai il suo valore religioso spirituale. E infatti nei ’Testi delle Piramidi’ (raccolta di testi religioso-funerari incisi sulle pareti sotterranee di alcune piramidi di Saqqara (V-VI Dinastia), si riferiscono alla danza come una forma di omaggio a dei e morti divinizzati.

Col tempo la danza ha perso la sua principale connotazione sacrale, diventando parte dell’ambiente culturale dei popoli che hanno avuto modo di esserle a contatto. La danza orientale, legata oggigiorno principalmente al mondo arabo, dal nord Africa al Medio Oriente, è praticata come un elemento soprattutto ricreativo, legato a momenti di feste e di giubilo. L’elemento più affascinante è che nella cultura araba, a differenza dell’Occidente, la danza tradizionale non ha mai smesso di esistere ed è simbolo di grande orgoglio per le genti rallegrarsi con la musica e la danza del proprio paese.

Il termine danza del ventre fu introdotto nell’Ottocento dai viaggiatori europei, tra cui Flaubert che fece di una ballerina la protagonista dei suoi racconti ambientati in Oriente.

Nei primi del ’900, con la massiccia colonizzazione europea si ha un cambiamento radicale nella vita sociale degli Egiziani e il Cairo comincia ad assumere l’aspetto di una grande metropoli. Prima del 1930 esistevano danzatrici professioniste che si esibivano in case private o nei caffè’, ma l’apertura del primo nightclub al Cairo, fondato da Badia Mansabny una ballerina libanese che viveva in Egitto, segnò la svolta radicale per il raqs sharki. Il nightclub di Badia ospitò le due più grandi danzatrici della storia dell’Egitto, Tahia Carioca e Samia Gamal.

Nacquero i primi cabaret, realizzati con stampo tipicamente occidentale, e all’interno dello spettacolo prende piede lo spettacolo della danzatrice orientale professionista, solista. La danza orientale, per la prima volta viene lanciata con un carattere europeo, solca i gradini dello show hollywoodiano, e muta totalmente significato e modo di esprimersi.

La rakkasa comincia a studiare coreografie, nuove tecniche di spettacolo, unisce canto, danza e recitazione e diventa una star. Artisti e istruttori europei accorrono per formare le nuove artiste e gettano le basi della danza orientale moderna. La danzatrice orientale diventa così una tradizione in Egitto, divulgatasi poi in tutto il mondo arabo, attraverso la folta produzione musicale e di film che vedevano attrici protagoniste proprio quelle danzatrici che fino a poco tempo prima si potevano vedere ballare sui palchi dei cabaret egiziani. La danzatrici quindi recitavano e insieme ballavano in musical, in commedie, film drammatici distribuiti nelle sale cinematografiche di tutti i paesi arabi. Ancora oggi gli egiziani sono soliti chiamare delle danzatrici del ventre per esibirsi nei matrimoni, per augurare felicità e prosperità agli sposi. E’ usanza che gli sposi si facciano una fotografia con le loro mani poste sul grembo della ballerina in simbolo di fecondità, per una numerosa prole!

La Danza orientale e’ oggi oggetto di studi approfonditi da parte di maestri e professionisti, è una delle discipline più diffuse tra le donne di tutto il mondo e soprattutto in occidente lo spettacolo di danza orientale è giunto a livelli molto alti. Tuttavia, questioni politico-religiose hanno fatto si che essa venga messa in secondo piano dai regimi dei paesi arabi e a volte che venga perseguitata.

Una crisi economica devastante, l’inflazione alle stelle, attentati terroristici a ripetizione: questo è l’attuale situazione dell’Egitto, eppure gli Egiziani su YouTube guardano videoclip di danza del ventre. Un video della danzatrice armeno egiziana Safinaz è stato cliccato 4 milioni di volte in un mese, mentre quello della libanese Haifa Webbe da oltre 10 milioni. Si direbbe che la visione della danza offra sollievo nei momenti difficili.

Benefici psichici accertati anche per il gentil sesso, infatti le donne che praticano la danza orientale riescono a concentrarsi su se stesse e sui propri movimenti, tanto da dimenticare tutto ciò che le circonda. Benché sotto sforzo, si trovano in uno stato di perfetta felicità. Le donne che danzano hanno maggiore consapevolezza del proprio corpo e acquisiscono quindi una maggiore fiducia in se stesse, poiché imparano ad accettarsi e riescono a ritrovarsi sempre belle: la danza conferisce loro femminilità e portamento al corpo della donna. La danza dona un maggiore senso di tranquillità, scrollando tutte le negatività accumulate durante la vita di tutti i giorni E’ importante dire inoltre che non necessariamente chi si addentra nel fascino della danza orientale debba diventare per forza una grande ballerina, né solamente una grande ballerina può permettersi di ballare questa danza in piena libertà.

La danza del ventre ha origini storiche che si perdono nel tempo ed è altrettanto vero che la forma attuale di quest’arte misteriosa e sensuale fa parte a pieno titolo delle tradizioni popolari dell’Islàm. Oggi molti tendono a esemplificare l’idea di un Islam nella visione di un mondo cupo e bigotto, moralista fino all’estremo e nemico non solo della libertà delle donne, ma anche di tutte le forme di espressione ’profane’ – come le arti figurative, la poesia, il canto e la danza – e della gioia di vivere generale.

Nulla è in realtà più falso e antistorico di questa visione fanatica e deprimente della civiltà islamica. Nell’Arabia preislamica il canto, la danza e la poesia ebbero enorme diffusione e profonda importanza culturale. Il profeta Maometto nacque, si formò e visse l’intera sua vita in un ambiente cittadino vivamente influenzato da queste arti, e nello stesso ritmo dei versetti coranici è facile cogliere la musicalità ’incantatoria’ dell’antica poesia araba preislamica. Le tradizioni lo descrivono come un uomo di temperamento appassionato ma allegro, gioviale, incline al riso e allo scherzo e nemico di ogni forma di eccesso e di estremismo. Una volta affermò: «Tre sono le cose che amo al di sopra di tutto: le donne, i profumi e la preghiera». Un versetto del Corano dice: «Che cos’è questa vita mortale se non scherzo e gioco?». E un altro: «Combattete sul sentiero di Allah coloro che vi combattono, ma non eccedete, perché Allah non ama gli eccessivi». Nell’epoca d’oro della grande civiltà islamica – cioè tra il VII e l’XI secolo dell’era cristiana – i popoli musulmani proposero al mondo un modello di società aperta e tollerante, in cui i fedeli delle tre religioni monoteiste convivevano pacificamente e cooperavano allo sviluppo della cultura e del progresso civile.

Dalla Spagna islamica (Andalusia) si diffusero in Europa gli elementi di base della civiltà moderna, e con essi anche la musica e la danza. La letteratura araba medievale, del resto, trasmette l’immagine di un mondo progredito, raffinato e perfino gaudente: il mondo delle ’Mille e una notte’, della Baghdad del califfo Harùn ar Rashìd, dove la vita era addolcita dai piaceri del hammàm (il bagno pubblico), della poesia, del canto, della danza e di una cucina ricca e golosa. Sempre nel rispetto del Corano che dice infatti: «Noi apparteniamo ad Allah, e a Lui ritorneremo».

C’è dunque un profondo senso spirituale nelle gioie della vita che il buon musulmano dovrebbe accettare sempre come un dono di Dio. Lo stesso senso spirituale che in realtà aleggia e si nasconde tra i veli che le danzatrici del ventre fanno così sensualmente ondeggiare.