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MADIBA E LA SUA STRENUA LOTTA CONTRO L’APARTHEID

Razzismo ieri e oggi
sabato 1 marzo 2014 di Giovanna D’Arbitrio

Argomenti: Storia
Argomenti: Personaggi famosi/storici


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Non importa quanto stretto il varco
O piena di punizioni la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il padrone della mia anima.
(“Invictus” di W. E. Henley)

Sono passati solo alcuni mesi dalla morte di Nelson Mandela, avvenuta il 5 dicembre 2013, eppure sentiamo ancora vivo in noi il ricordo di quei giorni in cui tutto il mondo si è fermato per commemorare un grande uomo, forse l’ultimo “grande” esponente di un’epoca centrata su nobili ideali per la crescita spirituale dell’Umanità.

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“Invincibile”(Invictus) ci appare davvero l’indomito personaggio di Nelson Mandela, eletto presidente del Sud Africa nel ’94, impegnato nella difficile opera di integrazione tra bianchi e neri in un clima ancora dominato dai laceranti effetti dell’Apartheid.

I versi di Henley più ripetuti più volte in “Invictus”, il bel film di Clint Eastwood tratto dal libro di J. Carlin “Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that made a Nation”, furono recitati spesso da Mandela durante i lunghi anni di prigionia, quasi come una preghiera, per trovar in se stesso, nella sua anima, la forza necessaria per combattere. E quando finalmente fu libero, iniziò la sua coraggiosa lotta per l’integrazione e si servì del rugby, il gioco “che costruì una nazione” con la squadra degli Springboks, composta da un solo nero e da bianchi Afrikaner guidati da François Pienaar, prezioso collaboratore di Mandela nell’ opera di conciliazione tra due popoli.

Ci sembra quindi opportuno riassumere brevemente alcuni dati sulle politiche razziste introdotte dal National Party nel 1948. “Aparheid”, termine afrikaans (lingua ricca di parole olandesi), derivante dal francese “ à part” con l’aggiunta del suffisso olandese “heid”, serviva in effetti a definire la segregazione dei neri nei ghetti, sfruttati e trattati come schiavi privi di diritti umani e civili.

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Nato nel 1918 dalla nobile tribù Thembu nel piccolo villaggio di Mvezo, Nelson Rolihlahla Mandela diventò un simbolo di libertà e di riscatto per un intero continente, benché affermasse umilmente di sentirsi un “uomo comune” al quale solo circostanze straordinarie avevano offerto un ruolo storico.

Nella presentazione della sua autobiografia (edito dalla Feltrinelli) “ Il Lungo Cammino verso la Libertà” si legge: “Dall’infanzia nelle campagne del Transkei alle township di Johannesburg, dalla prima militanza nell’ ANC, attraverso ventisette anni di carcere, al Premio Nobel per la pace e alla presidenza del suo paese, il lungo cammino verso la libertà di Nelson Mandela è un cammino verso la conquista di un valore irriducibile: la dignità dell’essere umano”.

Nel 1944 era già in prima linea tra i fondatori l del African National Congress e, benché fosse un ammiratore di Gandhi, fu costretto ad ammettere la necessità di alternare strategie “non- violente” all’uso di armi per combattere contro il feroce strapotere di una minoranza bianca che imponeva con crudeltà e determinazione le sue violente strategie politiche. Pur se costretto alla guerriglia, combatté non solo con le armi, ma anche con la “forza del diritto”, concetto appreso in C ollege cristiani dove concluse i suoi studi con una laurea in giurisprudenza.

Nell 1960, infatti, dopo il massacro di Shaperville nel quale vennero uccisi 69 militanti dell’ANC, Mandela fuggì e organizzò una corrente militarista, denominata “Umkhonto we sizwe” (la lancia della nazione). Arrestato nel 1963, venne condannato all’ergastolo, ma in prigione il suo carisma di leader non venne assolutamente sminuito, anzi nel corso degli anni crebbe sempre più anche a livello internazionale.

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Nel 1985, conscio di tutto ciò, il presidente sudafricano Botha gli offrì la libertà purché rinnegasse la guerriglia, in un estremo tentativo di gettare discredito su Mandela con l’accenno all’uso delle armi, ma egli rifiutò l’offerta decidendo di restare in carcere. Fu solo nel 1990 che Madiba venne finalmente liberato per merito di pressioni internazionali. Nel 1993 ottenne il premio Nobel per la pace e l’anno dopo con le prime elezioni libere del paese estese anche ai neri, venne eletto presidente della Repubblica del Sudafrica, restando in carica fino al 1998.

Un altro fattore importante che fece di Mandela un grande leader politico fu la sua strategia dell’ INCLUSIONE, con una mano sempre tesa verso i suoi avversari. Nella cella di Robben Island un giorno aveva detto: “Io non ho nemici, ho soltanto avversari”. Non cedette mai alla tentazione della vendetta, tentazione irresistibile per molti vincitori: conclusosi un devastante periodo storico, secondo lui bisognava dar spazio ad un tempo nuovo in cui la conciliazione dei due popoli diventasse obiettivo primario per superare diffidenze, rancori, odi.

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Il dovere del perdono e della conciliazione, sostenuto anche dal vescovo nero Desmond Tutu, diede alla strategia politica di Madiba la forza dello spirito cristiano. Gli ostacoli furono tanti e il cammino fu lungo e difficile, ma alla fine, arrivò una partita di rugby ai mondiali del 1995 e Mandela pensò che ospitarli in Sudafrica fosse una grande occasione per trovare un elemento comune di unità per la nazione.

Nel giugno del 1994, in effetti Mandela aveva incontrato il capitano della nazionale di rugby (sport un tempo solo per bianchi) François Pienaar, illustrandogli i suoi progetti di unificazione con l’aiuto dello sport. I giocatori impararono a memoria Nkosi Sikelele, l’inno nazionale per la popolazione nera in lingua Xhosa, una delle 11 riconosciute dallo Stato, parlata da circa l’80 per cento degli abitanti e fu così che una vittoria sportiva davanti a uno stadio pazzo di felicità sancì simbolicamente la fine della separazione e la speranza di un futuro di unità e pace.

Nascerà ancora sulla terra un uomo come lui? Speriamo di sì. Oggi ce ne vorrebbero tanti come Madiba, poiché la lotta contro il razzismo non è affatto finita, basti pensare ai numerosi movimenti xenofobi che infestano il mondo e agli strazianti racconti degli africani che riescono a sfuggire alla violenza degli uomini e del mare, approdando affranti sulle nostre coste.

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Spesso in recenti film, come” Lincoln”, “The Butler”, “12 anni Schiavo” (tratto dal libro omonimo di S. Northup), abbiamo visto senz’altro una descrizione di inauditi soprusi e sofferenze , ma anche una sorta di esaltazione di vittorie conseguite contro il razzismo, come se tali battaglie appartenessero al passato: purtroppo la realtà è ben diversa.

La lotta continua e deve continuare, da un lato creando vivibilità in tutti i paesi sottosviluppati con l’abbandono di distruttive strategie colonialistiche ancora presenti sotto il nome di globalizzazione, dall’altro educando i popoli al rispetto, alla solidarietà, all’accoglienza fraterna nei paesi più ricchi, concetti di recente sottolineati anche da Papa Francesco a Lampedusa.