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Ricordi d’infanzia e...

Ancora su Roccaraso

... del libro di don Renato D’Amico
mercoledì 29 marzo 2006 di Arturo Capasso



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Quando ero alle medie e al liceo , nel mese di giugno andavo dagli zii a Roccaraso e ci rimanevo fino ai primi di settembre. Mi ricaricavo moltissimo,facendo lunghe passeggiate,escursioni in montagna e gite in bicicletta.

Spesso accompagnavo - sempre a piedi - don Edmondo de Pamphilis che era il parroco del paese. Attivo,simpatico, don Edmondo fu il vero artefice della ripresa di Roccaraso. Andavamo almeno un paio di volte a settimana a fare un sopralluogo alla strada in costruzione verso l’Aremogna, che avrebbe poi determinato un grande sviluppo per gli appassionati di sci.

Controllava attentamente se gli aiuti della Poa - pontificia opera d’assistenza -erano utilizzati in modo appropriato. Ricordo gli enormi gamelloni dove bollivano le patate. Aveva opportune conoscenze e si faceva sentire, sempre e solo per i suoi parrocchiani. I quali, per la verità, non accorrevano numerosi in chiesa, se non per le solite tradizionali feste. Ma lui non se la prendeva. Diceva - riferendo un pensiero del curato d’Ars - che un’anima è una diocesi abbastanza grande nella quale si può predicare.

Le gite in bicicletta si svolgevano nei paraggi: si andava verso piano di cinque miglia con ripida salita del Passo di Portella, oppure si preferivano Rivisondoli e Pescocostanzo, a un tiro di schioppo. Le lunghe gite prevedevano la discesa a Castel di Sangro con relativa salita in autobus. A volte si arrivava a Palena, ma la durata era maggiore. Un paio di volte a stagione si faceva una puntata a Pietransieri o a Roccacinquemiglia, che vedevo da casa mia e che emanava un fascino suo particolare.

E proprio da quel paese m’è giunto un gradito omaggio: il libro Tracce della nostra terra di don Renato D’Amico Il sottotitolo ti dice subito quelle che sono le intenzioni dell’autore: Le fatiche dei miei genitori.

E’ un racconto semplice, sul filo della memoria, che riporta a un mondo passato - sempre più inesorabilmente passato - e ormai andato.

Due passi mi hanno colpito particolarmente. Il primo riguarda la casa e la sua organizzazione, il secondo è la storia di un cittadino del paese, andato emigrante negli Stati Uniti. È, tutto sommato,un “come eravamo” nel bene e nel male. Ma, prima, desidero riprendere qualche altro breve passaggio, che riesce ad inquadrare molto efficacemente l’autore e il suo paese:

“Per me è un vanto essere figlio di contadini e sono orgoglioso di avere umili origini... il contadino lavora sempre. Per lui, normalmente, non esistono ferie o giorni liberi, orari di lavoro o giorni di festa. La giornata... iniziava prima dell’alba e terminava a notte fonda, e alla stalla... era necessario andarci anche il giorno di Natale , di Pasqua o di San Rocco.”

“...a piano terra c’era la stalla per il bestiame, al centro il fienile e, in alto, l’abitazione... In ogni casa c’era il camino, che serviva innanzitutto per scaldarsi... ma anche per cucinare... Agganciato ad una catena con tanti anelli per regolare l’altezza, si appendeva sul fuoco il caldaio di rame o di alluminio”

I tempi della vita quotidiana erano scanditi su ritmi ed esigenze diversi. Si portavano al fiume i panni da lavare, si andava a prendere l’acqua per cucinare. Don Renato scrive: ”Nelle case non c’era acqua corrente, per cui tutte le donne si recavano a farne provvista alla fontana pubblica, che era nella piazza principale del paese. .. portavano con sé recipienti di vario genere, ma soprattutto secchi e la tradizionale conca di rame, abilmente portata sul capo e sostenuta con la spara, un pezzo di stoffa arrotolata a forma di ciambella, posata sulla testa e sotto la conca”

La vita era difficile, il lavoro scarso, l’unica via da percorrere era quella del mare: andare negli Stati Uniti, come già tanti avevano fatto, e cercare un lavoro dignitoso, che desse la possibilità di non sottovivere.

Cleto Cantucci - questo è il suo nome -per decenni lavorò in una miniera di carbone a Johnstown e tornò per ben quarantasei volte nel suo paese. Il che dimostra due cose: guadagnava abbastanza per fare un lungo e costoso viaggio, il legame con la propria terra era fortissimo. Quante volte, in aeroporto, ho assistito agli abbracci continui, ai volti rigati di lacrime e spesso rassegnati per l’ineluttabilità della vita, quante volte, dicevo, ho assistito ai saluti che vecchi emigranti si scambiavano con parenti che restavano e che chissà se avrebbero più rivisti.

Seguiamo don Renato nel suo racconto, che mi sembra oltremodo istruttivo per noi che ogni tanto ci poniamo il problema di uomini che bussano alla nostra porta e cercano, implorano solo un lavoro, per non morire di fame e per mandare a casa pochi sudati risparmi ai familiari che aspettano disperati. “ed eccolo il nostro giovanissimo emigrante: un vestito di lana pesante che una paesana di nome Mariuccia gli aveva mandato dagli USA; una valigia di cartone pressato (piena di salami avvolti in una stoffa con il nome dei paesani ai quali dovevano essere portati e che egli non conosceva, neppure uno); una mutanda ruvida e pesante fatta dal sarto del paese Santucci Armando con la stoffa di uno di quei sacchi di grano che l’UNRRA distribuiva ai cittadini..; per mantenere la mutanda, al posto della molla, uno spago stretto intorno alla vita”

Dopo venti giorni arriva nella terra promessa.

“..restò lui solo. Sulle spalle una federa da cuscino che aveva riempito di arance ricevute a bordo, nelle tasche della giacca mezza stecca di sigarette che aveva comprato con mezzo dollaro... la famosa valigia. . adesso era vuota perché all’Ufficio della Dogana fu svuotata di tutti i salami che conteneva...” E così il nostro eroe, un eroe d’altri tempi ma per molti, troppi uomini un eroe di oggi, si trova in America “senza destinazione, senza tetto, senza un soldo in tasca, senza “job”, senza conoscere una parola di inglese, senza famiglia”

Come abbiamo visto, il nostro emigrante se la cavò. Ma sarebbe (stato) interessante chiedergli: “che cosa ti spingeva a tener duro,a non arrenderti? A cosa pensavi, quando attraversavi momenti difficili? E gli altri, gli altri uomini, come devono essere accolti?”