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A Mosca solo andata. La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia (Mondadori 2013)

La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia

RIVOLUZIONE RUSSA E REVISIONISMO
mercoledì 1 gennaio 2014 di Andrea Comincini

Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Antonio Petacco


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“A Mosca solo andata. La tragica avventura dei comunisti italiani in Russia”, è il titolo dell’ultimo lavoro del giornalista e scrittore Antonio Petacco, già autore di numerosi studi in cui la storia italiana ed internazionale viene attraversata da uno sguardo critico particolarmente attento ad aspetti poco conosciuti o trascurati dalla storiografia ufficiale.

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L’autore racconta l’epopea dei comunisti italiani fuggiti durante il fascismo in Unione Sovietica, per trovare salvezza dalla dittatura mussoliniana. Questo “esodo” tuttavia non ha un lieto fine; nella ricostruzione degli eventi e delle biografie lo studioso sostiene l’irrespirabilità di un clima fatto di denunce e sospetti tali da limitare la libertà dei nostri connazionali fino addirittura a produrne spesso l’arresto e la deportazione.

Petacco, con uno stile romanzesco ed accattivante che caratterizza molte sue opere, descrive le difficoltà estreme, spesso disumane, subite dagli italiani e porta numerosi esempi certamente inquietanti, come il caso di Andrea Bertazzoni, specialista caseario di Brescia. Bertazzoni ebbe l’idea, nel 1925, di importare il gorgonzola in Russia. Sorpreso ad iniettare muffa nella pasta, fu accusato di sabotaggio ed avvelenamento: solo l’intervento di Maksim Litvinov, commissario degli esteri che fortunatamente era stato a Genova per una conferenza – dove poté apprezzare il formaggio nostrano – gli salvò la vita.

Alle vicende del compagno Paolo Robotti, (il quale scrisse un libro per riabilitare i compagni censurato dai dirigenti italiani, nonostante eseguì sempre i loro ordini), si intrecciano le storie intorno all’hotel Lux a Mosca, dove risiedevano i dirigenti italiani scappati. Si narrano inoltre le vicissitudini di altre figure, per esempio Luigi Calligaris, descritto da Leo Valiani quale “accanito antifascista”, disperso senza traccia, o l’inquietante Vittorio Vidali, definito da Petacco una delle personalità più controverse della repressione di quei tempi. Senza volere sottovalutare la tragicità di tali eventi, (gli italiani uccisi da Stalin e dalle purghe, secondo Petacco, furono all’incirca 200-300), l’implicita denuncia dell’intera esperienza sovietica nei termini di un enorme esperimento criminale destinato inevitabilmente a fallire non convince affatto, per alcuni motivi di ordine metodologico e storiografico che emergono proprio dalla ricerca dello scrittore.

L’obiettivo di Petacco di screditare la rivoluzione sovietica si iscrive innanzitutto in una corrente revisionista dove la contestualizzazione dei conflitti sociali e le implicite conseguenze vengono negate, seppur oggettive, e di conseguenza trasforma gli eventi più tragici in incomprensibili atti di sadismo. L’operazione facilita quindi l’asserzione per cui il comunismo è una deviazione dal “naturale” evolversi delle vicende storiche, ed i comunisti persone psichicamente disturbate. Già E. Burke, nella sua crociata reazionaria nei confronti del socialismo e contro le classi sottomesse, parla di “selvaggio fanatismo”, fino ad arrivare a Bismark per il quale socialismo vuol dire “invidia e odio nei confronti di tutto ciò che è superiore e felice”.

Come dimostra acutamente il filosofo Domenico Losurdo in molti suoi scritti, questa tendenza antimoderna non vuole altro che cancellare i conflitti di classe e la contestualizzazione dei fatti storici, trasformando le istanze sociali in richieste insensate e quindi necessariamente di persone malate. Il ciclo rivoluzionario che va dal 1789 fino al 1917 viene liquidato alla guisa di un atto isterico, una deviazione dall’evoluzione (liberale) della storia. Arrigo Petacco sembra seguire questa impostazione perché trascura in maniera alquanto incomprensibile due fattori fondamentali nella definizione delle vicende sovietiche, così da renderle frutto di menti malate di potere o disturbate. Prima di tutto, benché più volte affermi che in Italia c’era il fascismo ed in Europa il Nazismo alle porte, racconta di una Unione Sovietica decontestualizzata dove guerra e minacce esterne non sembrano dettare in modo alcuno la politica interna ed estera, lo stato d’emergenza dell’economia ecc., avvalorando così l’idea che i dirigenti comunisti agissero in uno stato di pace totale, e quindi sottoponessero il paese ad inutili crudeltà per futili motivi o paranoia personale.

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La realtà, evidentemente, può essere definita solamente inserendo la Russia in un quadro internazionale la cui cornice è definita da un conflitto “mondiale”, e quindi compresa esclusivamente nei suddetti termini. La risposta più efficace a questi interrogativi la fornisce Gramsci quando afferma: “Neanche noi avremmo potuto fare meglio se nel ’21 avessimo conquistato il potere. Loro però il potere lo hanno conquistato e noi dobbiamo aiutarli a costruire lo stato Socialista.” Le speranze e le attese per una svolta epocale non sembrano condizionare l’analisi dello storico, e così facendo limitano notevolmente la possibilità di comprendere il clima politico di quegli anni.

Il secondo fattore che non convince nella ricerca di Petacco è la “stalinizzazione” dell’intera esperienza rivoluzionaria del comunismo, tale da rendere più o meno indistinto leninismo da cruscevismo, comunismo orientale ed occidentale. La liquidazione dell’esperienza bolscevica, in definitiva socialista, sembra fondarsi sulla negazione dello stato d’assedio in cui l’Unione sovietica si trovava ad essere in quel periodo. Basti pensare al caso di Sergeji Kirov, uno dei massimi esponenti e fedelissimo di Stalin trovato ucciso in circostanze misteriose, il 1 dicembre 1934. Per Petacco questo avvenimento è stato il volano per l’ondata di purghe e persecuzioni. Se l’evento in sé è innegabile, bisogna tuttavia valutare se la reazione sia comprensibile o totalmente sconsiderata. La storia contemporanea ci racconta di numerosi tentativi di avvelenamento di dirigenti o capi di stato, a partire dai più di trecento contro Fidel Castro, fino al recentissimo caso di probabile avvelenamento da polonio di Yasser Arafat.

Non si vuole naturalmente in questa sede giustificare l’azione politica di Stalin né tantomeno riassumerla in poche righe; è opportuno però ricordare che a definire “genio politico” Stalin fu Alcide de Gasperi. Nel suo testo dedicato allo statista russo, Losurdo afferma che “C’è stato un tempo in cui statisti illustri - quali Churchill e De Gasperi - e intellettuali di primissimo piano - quali Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann, Kojève, Laski - hanno guardato con rispetto, simpatia e persino con ammirazione a Stalin e al paese da lui guidato. Con lo scoppio della Guerra fredda prima e soprattutto col Rapporto Cruscev poi, Stalin diviene invece un ’mostro’, paragonabile forse solo a Hitler. Darebbe prova di sprovvedutezza chi volesse individuare in questa svolta il momento della rivelazione definitiva e ultima dell’identità del leader sovietico, sorvolando disinvoltamente sui conflitti e gli interessi alle origini della svolta.”

Ciò che si tenta di compiere è comprendere in tutte le sue sfaccettature un evento epocale quale la rivoluzione sovietica, e contestualizzare i suoi protagonisti nell’ambito che gli appartiene. Arrigo Petacco propone un libro efficace, e certamente piacevole nella lettura quanto inquietante nella denuncia dei crimini operati a danno degli italiani e di altri popoli; nel suo fervore tuttavia non sembra raggiungere il fine preposto, ma addirittura e paradossalmente fornire argomenti validi ed attuali a coloro che criticano il revisionismo storico neoliberista attraverso gli strumenti di una storiografia seria e ragionata.