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Più di 100 reperti antichi illustrano i mitici mostri del passato

Mostri in mostra a Palazzo Massimo
mercoledì 1 gennaio 2014 di Nica Fiori

Argomenti: Mostre, musei, arch.
Argomenti: Architettura, Archeologia


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I mostri, sia marini sia terrestri, sono esistiti nel mito, e talvolta nei fatti, dalla notte dei tempi. Pensiamo, per esempio, al viaggio di Ulisse nel Mediterraneo, nel corso del quale l’eroe incontra terrificanti creature, come Scilla, che Omero descrive come una donna dalle cui gambe spuntano serpenti con teste di cane, o le ammalianti, ma non meno pericolose, Sirene (dal corpo di uccello e viso di donna). Virgilio, da parte sua, nell’Eneide descrive le Arpie, il cui nome significa rapitrici, con le parole: “virginei volti di esseri alati, schifosissimo flusso dal ventre, artigli adunchi e sempre emaciate le facce per la fame”.

I mostri degli antichi racconti si sono trasmessi in parte nelle favole, e ancora di più nel mondo del cinema, ma le immagini più affascinanti rimangono quelle raffigurate dagli artisti greci, etruschi e romani, che ora si aggirano in un inquietante labirinto nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo (presso piazza dei Cinquecento). La mostra “Mostri. Creature fantastiche della paura e del mito”, a cura di Rita Paris, Elisabetta Setari e Nunzio Giustozzi, propone fino al 1° giugno 2014 una sorprendente visione di creature fantastiche del mondo antico, attraverso più di 100 reperti provenienti da musei di tutto il mondo.

Come ha precisato la Soprintendente per i Beni archeologici di Roma Mariarosaria Barbera, per la prima volta si è voluta usare l’antichità classica in un aspetto non apollineo, mostrando al contrario la “mostritudine”, ovvero tutte quelle figure mostruose, cariche di una valenza simbolica, che ci fanno riflettere sul concetto sempre attuale di “monstrum” inteso in antico come essere prodigioso e diverso, e non di rado sacrale.

Il primo incontro è con il Minotauro (toro di Minosse) Asterio, nato dall’unione di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, con un toro inviato dal dio del mare. Per nascondere l’essere ibrido Minosse ordina a Dedalo di costruire uno spazio dal quale sia impossibile uscire, il famoso Labirinto. Solo Teseo riuscirà a uscire dal labirinto dopo aver ucciso il mostro, ponendo così fine al crudele tributo di sette giovinetti e altrettante giovinette, da dare in pasto al Minotauro, che Atene doveva cedere annualmente a Minosse.

Una splendida scultura in marmo (fine I secolo d.C.), proveniente dallo Stadio di Domiziano e conservata proprio a Palazzo Massimo, raffigura il corpo atletico di Asterio nel momento di massima tensione, quando sta per essere sopraffatto da Teseo: dall’inclinazione della testa taurina si intuisce, come scrive la Paris nel catalogo, “tutta la tragedia di una vita negata per colpe non proprie”. Tra le altre raffigurazioni ricordiamo quelle su lastre in terracotta provenienti dalla Regia di Roma e da quella di Gabii, entrambe del VI secolo a.C., né manca il riferimento all’attualità grazie a un dipinto di Alberto Savinio.

I Grifi, animali favolosi dal becco d’aquila, grandi orecchie e corpo leonino, ci accolgono successivamente, raffigurati in una serie di protomi su grandi calderoni in bronzo e ceramica. Racconta Erodoto che un popolo eurasiatico, quello degli Arimaspi, era sempre in lotta con i Grifi, custodi dell’oro delle miniere delle regioni desertiche della Scizia. Un affresco dalla Villa dei Misteri di Pompei mostra proprio una scena di lotta tra un Grifo e un Arimaspe.

I volti delle terribili Gorgoni (Steno, Euriale e Medusa) ci accolgono col loro sguardo pietrificante e i capelli serpentiformi riprodotte in innumerevoli antefisse provenienti dalla Magna Grecia (VI- IV secolo a.C.) e dall’Etruria, dove erano collocate sui templi con funzione apotropaica. Solo una di esse, Medusa, era mortale e venne decapitata da Perseo, che evitò di fissarla grazie al riflesso dell’immagine su uno scudo lucente. La sua testa recisa venne posta da Atena sul suo scudo (egida) per incutere terrore ai nemici.

La Chimera è una creatura ibrida con corpo e testa di leone, una seconda testa di capra sul dorso e coda terminante con testa di serpente. Appartiene alla progenie di Echidna e Tifone, pure presente in mostra, insieme ad altri esemplari della stessa “famiglia”, quali l’Idra di Lerna, Cerbero, il Leone Nemeo e soprattutto la Sfinge, che nell’arte greca è una leonessa alata con volto femminile, mentre nel mondo egizio è un leone dalla testa umana, simbolo del faraone. Notevole la sfinge con il faraone Amasi, trasferita a Roma dall’Egitto, e quella in granito rosa proveniente da Cagliari.

Un terrore panico potrebbe colpirci se incontriamo i Satiri o i Sileni in un ambiente campestre, ma questi esseri, umani e animaleschi allo stesso tempo (hanno per lo più zampe e orecchie di capra), possono anche suscitare tristezza o, al contrario, ilarità, soprattutto se raffigurati ubriachi nei cortei dionisiaci. Nell’antica Atene il loro nome è associato alla nascita della Tragedia (letteralmente “pianto per il capro”), mentre in ambito italico troviamo i volti dei Sileni raffigurati su antefisse, come quelle in mostra provenienti da Taranto, da Veio, da Civita Castellana, dalla Sardegna.

Le Sirene, figlie di Acheloo, vengono accostate alle Arpie (figlie di Tifone), raffigurate a tutto tondo su elementi architettonici in terracotta provenienti da Gabii. Acheloo, padre anche delle ninfe di alcune sorgenti, è la più importante delle divinità fluviali greche. L’aspetto prevalente è di toro con volto umano, ma cornuto, come si può vedere sulla brocca (oinochoe) di produzione corinzia da Siracusa. Il suo volto è raffigurato nel gocciolatoio di età repubblicana rinvenuto qualche anno fa nella “Villa dell’Auditorium” a Roma e in una maschera di terracotta di età imperiale.

Gli uomini cavalli, ovvero i Centauri , pur dotati di qualità positive, sono ricordati per i loro scontri violenti e raffigurati nelle Centauromachie, mentre il cavallo alato, Pegaso, nato dal sangue di Medusa, quando la Gorgone fu decapitata da Perseo, è legato all’eroe Bellerofonte, che, cavalcando Pegaso, uccide la Chimera e sconfigge le Amazzoni.

Innumerevoli sono anche le raffigurazioni degli esseri marini, tra cui Scilla, Tritoni, Nereidi e Ketoi (mostri cavalcati dalle Nereidi, caratterizzati da testa vagamente canina e crestata e corpo anguiforme), che rappresentano metaforicamente i pericoli della navigazione. Proprio per la paura dell’ignoto oceano, generatore di mostri, i Greci avevano fissato i confini del mare navigabile alle Colonne d’Ercole. I Ketoi compaiono sulle lastre di età ellenistica da Bolsena e nella raffigurazione di un grande mosaico dalla Calabria, ma anche Scilla e le Nereidi sono esposti in mostra a documentare la loro fortuna in tutta l’epoca romana.

P.S.

“Mostri. Creature fantastiche della paura e del mito”. Roma, Museo Nazionale Romano Palazzo Massimo, Largo di Villa Peretti, 1.

Orario: dalle 9 alle 19,45