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Il prezzo della diseguaglianza (Einaudi, 2013)

L’ANALISI DI STIGLITZ SULLA GRANDE RECESSIONE DALL’AMERICA ALL’EUROPA


lunedì 2 dicembre 2013 di Carlo Vallauri

Argomenti: Economia e Finanza
Argomenti: Politica
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Stiglitz Joseph E.


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Stiglitz affronta sin dalle prime pagine del suo libro Il prezzo della diseguaglianza (Einaudi, 2013) i temi fondamentali del fallimento del mercato come del sistema politico, cause determinanti dell’aumento delle diseguaglianze. La crisi finanziaria mondiale ha dimostrato l’incapacità, nei rispettivi ambiti, di assicurare l’efficienza del sistema. La povertà è tornata come una disgrazia diffusa consistente nella disoccupazione, e parimenti l’economia di mercato e i funzionamenti della democrazia sono paurosamente crollati. E proprio l’esperienza degli Stati Uniti ha dimostrato, con il crollo della classe media, il debole piedistallo sul quale reggevano il sistema finanziario insieme a quello politico. La lotta di classe è riemersa come il capitalismo si è rivelato ancora una volta una trappola generata dalle forze economiche. La distanza tra le varie componenti della società sfocia nella diseguaglianza generalizzata e nella instabilità che dall’economia si ripercuote all’intera struttura sociale. La speranza nella globalizzazione (ricordate il precedente volume dello stesso premio Nobel che poneva proprio l’interrogativo sugli effetti del fenomeno) ha finito per disperdersi nell’evidenza di un fallimento che ha messo a rischio la possibilità di avere un lavoro donde è derivata l’esplosione del malcontento senza che siano state predisposte limitazioni nei confronti delle corporations dominanti. In luogo della uguaglianza tra i cittadini è divampato l’inferno della disoccupazione.

La crisi del 2007-8 con la grande recessione ha colpito mortalmente una intera generazione. I ricchi sono riusciti in parte a salvare i loro beni, ma la grande maggioranza della popolazione è piombata nella nuova povertà. Le dimensioni sempre più gravi della disuguaglianza hanno colpito con l’America il mercato mondiale. Così la vita è diventata più dura per chi già aveva la vita dura.

Richiamato il suo precedente libro Globalizzazione e i suoi oppositori (ci permettiamo richiamare il nostro libro L’arco della pace, 2011, dove tale aspetto è ampiamente esaminato), Stiglitz si sofferma su compiti e comportamenti del Fondo monetario internazionale, osservando come l’impegno esercitato sui paesi europei in crisi non sia stato sufficiente a ristabilire un equilibrio. L’America in quel periodo ha rincorso – a suo avviso – “obiettivi sbagliati” per rendere meno influenti le disuguaglianze Ad esempio nei settori della salute, dell’istruzione e dell’ambiente non ha tenuto sufficiente conto delle condizioni reali della popolazione. A questo riguardo va tenuto presente che i ricchi hanno comunque strumenti, risorse e mezzi per “plasmare le credenze a vantaggio dei loro interessi”. Ecco così torna il peso della “classe”. Intanto la diseguaglianza sta erodendo, a livello mondiale, lo stato dell’economia reale mentre il potere politico prevale sulla legge: di conseguenza prevalgono i comportamenti predatori. L’esplosione della bolla immobiliare ha mostrato i pericoli della sconsideratezza creditizia da parte delle banche.

Tra i tanti aspetti analizzati in questo poderoso studio viene sottolineata la necessità di stimolare in tempo di deficit la base dell’ordine finanziario. Ed è significativo che Stiglitz riconosca che la crisi europea non è stata provocata da eccesso di indebitamento a lungo termine né dai deficit né dello “stato sociale” bensì da una “eccessiva austerity” (i tagli alle spese hanno provocato la recessione del 2012) e dal sovrastante accordo monetario che ha portato all’euro. Le preoccupazioni degli scettici non furono prese in considerazione. L’euro ha eliminato i meccanismi d’aggiustamento senza sostituirli con altro. L’errore fu nel perseguire un progetto fondamentalmente politico, ritenendo che condividendo una moneta i paesi europei si sarebbero avvicinati ma non vi era una coesione sufficiente ad assicurare un buon funzionamento del nuovo sistema.

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Stiglitz Joseph E.

Gli interessi dell’uno per cento della popolazione americana prevarica quelli del 99 per cento: questo è il risultato dell’economia capitalistica. La globalizzazione ha contribuito a peggiorare le condizioni. Ma se la democrazia non vuole perire dovrebbe contribuire a rendere aperti i modi di gestire la globalizzazione. Ecco il nodo da sciogliere, cioè come utilizzare gli strumenti economici e politici per impedire un peggioramento della situazione. Ed un ulteriore approfondimento Stiglitz compie richiamando le percezioni errate che possono provocare fraintendimenti, come si avverte nei comportamenti delle forze economiche e di coloro che guidano i processi decisionali. E sono appunto – secondo il premio Nobel – gli interessi particolari che hanno contribuito all’aumento delle diseguaglianze sul piano dei redditi dei cittadini e all’indebolimento del ruolo del governo influisce sul livello di disoccupazione. Lo Stato è troppo “legato” alle posizioni di dominio esistenti per fornire i beni pubblici in grado di rivitalizzare l’economia con investimenti nelle infrastrutture, troppo deboli per impegnarsi a realizzare una redistribuzione necessaria per creare una condizione di minore malessere.

La tesi principale dell’autore è quindi rivolta all’esigenza di “plasmare” le “percezioni” dalle quali possono derivare politiche economiche più efficaci. Il quadro complessivo presenta uno squilibrio tra potenzialità sufficienti ad assicurare un’uscita dalla Grande recessione e pertanto vengono indicate le rivisitazioni delle “percezioni” alterate specie in materia di imposte di successione, di capitalizzazione delle banche e di ristrutturazione dei mutui ipotecari. Il fallimento del mercato viene confrontato e rapportato al fallimento dei governi. E così rientra in campo il problema delle privatizzazioni che hanno aumentato la corruzione, facendo confluire rendite elevate nelle mani di chi usava la propria influenza politica per rafforzare le proprie posizioni mentre spetta al governo garantire una rete di protezione per la “tutela sociale”, del tutto sacrificata nella crisi del 2008.

Gli Stati sono riusciti a mettersi d’accorso per stringere ulteriormente la cinghia, il che ha spinto l’Europa verso una ricaduta recessiva: questo è il chiaro punto di vista dell’economista sull’origine dei nostri mali recenti. Egli mette in evidenza come la macro-economa moderna e le scelte politiche sopra indicate abbiano colpito il 99% della popolazione a vantaggio dell’1%, tesi centrale della sua opera. Quali suggerimenti per il futuro? Innanzitutto prevedere una banca centrale più democratica, e nella diversità delle prospettive mantenere fiducia nella democrazia. E la crisi dell’euro viene indicata come conferma delle proprie idee, e in specie viene richiamato il ruolo “ambiguo” della BCE. Sarebbe stato necessario ricercare modelli macroeconomici e monetari alternativi che tenessero conto delle disuguaglianze e che provvedessero a sostituire a tempo i modelli difettosi antiquati. “Non possiamo avere un sistema monetario gestito da gente il cui modo di pensare venga guidato dai banchieri e condotto di fatto al beneficio di chi sta in cima alla scala sociale”. La strada da percorrere è allora per Stiglitz “non soccombere al feticismo del Pil”. Indispensabile investire quindi di più in istruzione, tecnologia e infrastrutture allo scopo di avviare una economia più efficace ai fini della sicurezza collettiva, in grado di offrire maggiori opportunità ad un segmento più ampio della popolazione.

Occorre – conclude l’autore – uscire dal circolo vizioso all’interno del quale la predominanza politica di chi sta in alto porta alla diffusione di credenze e di politiche che rafforzano la diseguaglianza economica, giustificando ulteriormente quel predominio.

Dopo aver assistito alla erosione del loro tenore di vita gli americani devono impegnarsi per regolare “in modo diverso” la sfera d’azione dei poteri finanziari. L’agenda delle riforme economiche programmate prevede la limitazione della funzione della rendita, il contenimento del settore finanziario, uno sforzo per rendere più trasparenti e competitive le banche, rispettose delle regole sulla concorrenza, limitando i poteri di governo che oggi sono in grado di dirottare a proprio vantaggio tanta parte delle risorse delle imprese, allargare i prestiti e porre fini ai regali del governo per la distribuzione del patrimonio pubblico, non aiutare più le grandi compagnie, democratizzare l’accesso al potere e limitare la corsa agli armamenti, creare infine un sistema fiscale più efficiente per l’economia, a cominciare dall’imposta di successione onde impedire la creazione di una nuova oligarchia. Come si vede, un programma di azione sociale in grado di temperare gli effetti della globalizzazione.

A noi europei non resta che meditare su questa cruda analisi e potenziare le politiche attive per il mercato del lavoro e la protezione sociale. Chi potrebbe non essere d’accordo? Milioni di posti di lavoro vanificati hanno provocato un crescente senso di insicurezza economica. La povertà persistente è riapparsa come negli anni Trenta: declinate le opportunità, è venuta meno la fiducia con progrediente caduta della produttività. Il livello di diseguaglianza negli Stati Uniti è divenuto leggermente superiore a quello di Iran, Turchia e molto superiore a qualsiasi paese europeo. L’aumento delle diseguaglianze ha condotto ad un livello di dissipazione sociale che mette a rischio la stessa vita democratica.

E Stiglitz spiega da maestro come questi fenomeni si siano prodotti: quindi non una disuguaglianza prodotta dal caso bensì dalle forze dominanti nel mercato. E il sistema politico ha incrementato la disuguaglianza dei risultati, riducendo l’eguaglianza delle opportunità. La mano invisibile del mercato si è dimostrata impotente. Chi era in cima alla scala sociale ha incrementato le proprie fortune. Le rendite di monopolio hanno determinato una ulteriore maggiore forza da parte dei gruppi finanziari dominanti. I banchieri hanno operato per favorire l’incremento dei profitti delle corporations. La ricerca della rendita ha toccato picchi crescenti di vantaggi specifici sì da determinare una società sempre più diseguale. L’espansione del mercato azionario e la bolla immobiliare, sulla scia della liberalizzazione finanziaria, accompagnato dal rafforzamento del potere culturale delle corporations e dalla distruzione dei posti di lavoro ha dissolto la “coesione sociale” con ulteriore indebolimento dei più deboli sul piano personale, e determinando inoltre la discesa della produttività del lavoro mentre la politica ha contribuito a generare crescenti livelli di diseguaglianza. Il sistema delle imposte non è più in grado di contenere le rispettive aspettative delle parti sociali.

L’economista rileva infine come il governo americano non abbia saputo rispondere alla domanda indebolita dalle diseguaglianze e portatrice di ulteriori diseguaglianze. La deregolamentazione ha creato infatti un instabilità che, diffusa nei diversi settori, ha elevato appunto i livelli di parità. Inoltre la riduzione degli investimenti pubblici ha aggravato in molti paesi (in particolare – osserviamo – proprio in Italia) le condizioni di sviluppo, provocando ulteriori distruzioni sull’intero assetto sociale. Un insegnamento quindi altrettanto valido per l’Europa.