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L’ora del riscatto. 25 luglio 1943 (Editrice Castelvecchi)

PER IL RISCATTO D’ITALIA IL SACRIFICIO DI GIAIME PINTOR

Storia nazionale: 1943
venerdì 1 novembre 2013 di Carlo Vallauri

Argomenti: Guerre, militari, partigiani
Argomenti: Storia
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Giaime Pintor


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L’editrice Castelvecchi, tra le varie collane della sua produzione recente, ha fatto conoscere un significativo testo di Giaime Pintor, scritto quando alla fine del 1943 si accingeva a traversare il fronte tra Napoli e Roma per unirsi ai partigiani del Lazio. Figura rappresentativa della generazione “perduta” che visse la sua personale tragedia quando il giovane, cresciuto nell’Italia fascista, seppe respingere allettamenti e legami insidiosi, per scegliere invece le ragioni di una rinnovata Italia verso la quale guardare con speranza mentre attorno tutto crollava. E non a caso egli, nella lettera inviata al fratello e che ora è diventato il “piccolo” libro L’ora del riscatto. 25 luglio 1943, scriveva di confidare nella circostanza che “oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento, aggiungendo “nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso”. E nell’avventurosa sua iniziativa c’era proprio tutta quella volontà, sino allora frustrata, di poter agire per un fine più alto, secondo l’idea espressamente sottolineata che “un uomo vivo trova sempre ragioni sufficienti di gioia negli altri uomini vivi”.

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Giaime Pintor

Come reca il titolo, il breve e simbolico scritto – che rappresenta una sorta di testamento spirituale – rileva che il giorno della caduta di Mussolini contiene il segno di possibilità aperte per il riscatto del paese, e in particolare di quella gioventù che era stata gettata in una guerra ingiusta in forme di avvilimento e impreparazione che egli pienamente aveva esperimentato. Si sofferma così a riflettere sulla situazione creata dal colpo di stato messo in atto dal re d’Italia, attraverso gerarchie militari incapaci di assumere responsabilità per sottrarre il paese al legame con l’impresa militare a fianco della Germania nazista per realizzare invece una più consapevole scelta in favore dei paesi “democratici”: egli contesta soprattutto l’assoluta genericità e inconcludenza del governo Badoglio.

Parole amare ma chiare per spiegare il tragico disfacimento della compagine intera della nazione, avvenuta l’8 settembre, allorché tutte le strade d’Italia si erano coperte di sbandati che portavano da un capo all’altro della penisola l’immagine vivente della umiliazione e della sconfitta, a causa della viltà ed inettitudine del sovrano e dei capi militari, i cui comportamenti “sono costati all’Italia quasi quanto i delitti dei fascisti”. Tra gli artefici della caduta del regime e le nuove espressioni politiche non si riusciva a trovare un punto di riferimento capace di far uscire dalla condizione terribile di quell’estate 1943. Rileva tra l’altro che “Roma”, per esempio, si poteva “tenere” ed evitare quel senso di “catastrofe” che aveva condotto allo sbandamento generale consentendo così ai tedeschi di impadronirsi di gran parte della penisola.

Oltre a questi evidenti rilievi critici c’è nel giovane Pintor il richiamo a valori più alti, nei quali egli stesso di famiglia sarda (e con non pochi riferimenti, peraltro non riferiti in questi documenti, di tradizioni emblematiche del senso dei dovere proprio di ogni cittadino nei confronti dello Stato) vedeva drammaticamente sacrificati, secondo una linea d’impegno morale che non

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Giaime Pintor ricordato su francobollo
1945/46 - Emissione detta "Vittime Politiche" (A beneificio del Comitato Nazionale pro Vittime Politiche)

poteva non collegarsi a momenti significativi della sua giovane esistenza, come a tanti altri della sua stessa generazione. Colpisce la minuzia delle sue indicazioni sugli errori commessi, tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, da coloro ai quali erano affidati compiti primari nella vita dell’Italia. Errori che riguardavano ad esempio l’aver mantenuto a posti di grande responsabilità i militari ed altri personaggi, notoriamente servitori di Mussolini, rinunciando così a mostrare che il rigetto della dittatura implicava comportamenti e percorsi ben diversi, più chiari e dignitosi. Invece si operava moltiplicando gli equivoci e producendo un disorientamento totale. E le ambigue manovre diplomatiche per la rottura con la Germania nazista e la ricerca di strade “nuove” condussero a mantenere ai livelli di potere profittatori e complici del fascismo, suscitando nel giovane Pintor un senso di ribellione e rifiuto, come emerge con forte evidenza e timbro di sensibilità nella lettera al fratello.

È quindi una testimonianza alla quale guardare con rispetto perché egli preferì affrontare personalmente una difficile missione proprio per rompere quella diffusa omertà. Nelle sue parole semplici ed amare traspare il senso di una volontà rinnovatrice che gli eventi di quei mesi avevano come liberato da un passato di assuefazione: egli avvertiva l’urgenza di cambiamenti rivolti effettivamente a superare quelle esperienze tanto dure, ed il suo cosciente sacrificio è il simbolo di convinzioni profonde, maturate nel disagio di un cambiamento profondo che ancora non si traduceva in atti concreti, e proprio per rompere quel passato Giaime ha preferito offrire la sua stessa vita.