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Il romanzo della nazione. Da Pirandello a Nievo: cinquant’anni di disincanto (Marsilio Editore)

COME LA NAZIONE ITALIANA HA PERDUTO LA SUA ANIMA DALL’OTTOCENTO AL NOVECENTO

Letteratura e storia
martedì 1 ottobre 2013 di Carlo Vallauri

Argomenti: Letteratura e filosofia
Argomenti: Storia
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Enza Del Tedesco


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Tra i libri più interessanti letti nell’estate trascorsa desidero richiamare l’attenzione sul volume di Enza Del Tedesco Il romanzo della nazione. Da Pirandello a Nievo: cinquant’anni di disincanto (Marsilio editore).

Dotata di penetrante sensibilità letteraria e storica, la studiosa presenta i grandi scrittori alla fine dell’Ottocento ed inizio Novecento che hanno rivisitato l’esperienza politica della nazione italiana, vista nel passaggio dal Risorgimento alla formazione dello Stato moderno. E’ la transizione di una società che sembra non ritrovare nella realtà politica, col sorgere delle nuove passioni (socialismo, fasci siciliani), gli spiriti ideali che avevano accompagnato l’epoca precedente. Forme spurie di parlamentarismo, ricerca del compromesso, corruzione diffusa sono i nuovi caratteri specifici della mentalità borghese che diviene prevalente tanto da deludere le spinte speranzose dei decenni precedenti.

Nievo, Pirandello, Fogazzaro, De Roberto tra i principali autori analizzati nel profondo delle rispettive opere, quando sotto i colpi della politica colonialista e repressiva di Crispi sembra cadere il “vecchio” patriottismo di tante anime nobili, non più protagoniste dell’ “età” degli eroi. Ecco il punto centrale delle osservazioni nei romanzi del tempo: sono giovani che non si riconoscono nelle nuove forme di comportamento sociale e politico mentre troppi scandali sembrano annullare ogni speranza di rigenerazione.

Perduti i tradizionali ma efficaci referenti culturali affiora una sorta di distanziazione rispetto all’uso permanente della mediazione, e del ricorso sistemico al negoziato – come ha scritto poi Lanaro – con la scomparsa della radicalità delle alternative, in nome delle quali era cresciuta la generazione risorgimentale.

Enzo Del Tedesco lega le vicende dei personaggi dei romanzi degli autori che vogliono rappresentare lo “stato “ della nazione: emergono segnali che portarono al disincanto con la fine degli entusiasmi della giovinezza. Sembra la nuova condizione dell’intera classe dirigente nazionale. Appariva impossibile – dice un personaggio di Pirandello – rompere “quella dura scorta secolare di stupidità e di diffidenza e di astuzie unite al compromesso” quale metodo prevalente nella vita sociale. Lo stesso concetto nascente di democrazia è messo in dubbio (perché “i molti governanti pensano solo a contentare se stessi”).

D’altronde, come in effetti ha rilevato lo storico Candeloro, “la rivoluzione borghese era stata liberale, ma ormai ne rimaneva ben poco di quei principi”. Le esperienze dei fasci siciliani e del diffuso malessere nei ceti popolari avevano dimostrato (B. Croce) che i governanti non avevano saputo lenire in qualche misura le concrete miserie e disparità. Gli stessi personaggi di Verga prendono atto delle miserie inevitabili (con i disastri nelle zolfare e nella pesca) nell’assenza della possibilità di autodifese popolari.

E la piccola nobiltà che aveva confidato nel possibile progresso non riesce a promuoversi quale “ceto”: Chabod ha scritto che “la borghesia pensava al ventre e non all’onore, simile in ciò alle plebi”. Enrico Morselli ha denunciato la degenerazione del sistema politico parlamentare, di cui sono impossessate le classi nuove, poco omogenee tra loro e incapaci di individuare linee di autentico progresso (basti pensare agli scandali bancari). E nella Roma borghese gli intellettuali velleitari partecipano al comune compromesso. De Roberto riprende da Leopardi il concetto che “la radice del male non è negli ordinamenti politici, ma nella nostra stessa natura”. Si compie ogni sorta di negozio mentre le fazioni politiche a Montecitorio si spartiscono il potere pubblico (si guardi al romanzo “Impero”). Opportunismo e trasformismo prendono il posto dell’idea del “riscatto morale”. Il relativismo morale annienta la differenza tra colpe e meriti, vizi e virtù.

Alla prospettiva idealistica della storia si sostituisce il principio della “necessità” che tutto giustifica e si attribuisce alla natura dell’uomo il trionfo dell’egoismo. Si retrocede dalla storia alla cronaca che tutto ingloba e giustifica, nella prevalenza dell’interesse individuale. Ed è ancora un personaggio di De Roberto a constatare lo scetticismo del piccolo provinciale, costretto ad accettare il cinismo dominante. Ed osserva che gli egoismi di classe non sono che la proiezione degli egoismi familiari e razziali. Le nuove “birbe” prevalgono sugli “ideali”. Ecco così che avanza e si diffonde una sorta di relativismo morale che tutto giustifica.

In proposito Del Tedesco richiama le osservazioni di Lukacs, secondo il quale nel movimento della società vi sono movimenti impercettibili, capillari della vita individuale nei quali si manifesta la direzione di una tendenza dell’evoluzione sociale riguardante l’insieme della popolazione. Il passaggio dai feudatari siciliani dei primi vagiti dal capitalismo industriale parte dall’affermazione evidente dell’egoismo individualistico. Prevale la persistenza dell’egemonia della proprietà fondiaria nella stessa società industriale post-feudale. Nelle “grandi” famiglie del nostro Mezzogiorno troviamo la “superbia razziale” dell’appartenenza familiare nell’egoistica smania di autoaffermazione.

I romanzi rappresentativi dello stato d’animo delle nuove generazioni segnalano che non è mutato il rapporto tra individuo e classe, come De Roberto non può non osservarne ne I Vicerè, e così l’adattamento ai tempi del tardo Ottocento non consentono un maggiore margine di realizzazione del singolo individuo, mentre sarà proprio l’infrazione delle consuetudini testamentarie a scatenare in seno alle famiglie le lotta tra i fratelli, padri e figli, zii e nipoti.

La messa in crisi delle gerarchie fondiarie mostra come il valore individuale del denaro sostituisca il prestigio del casato, come osserva il novelliere senese Tozzi, uno dei maggiori scrittori italiani dell’Ottocento, non apprezzato peraltro come meriterebbe. E sarà la piccola nobiltà ad essere scompaginata dal riacuirsi dei conflitti sociali nella brama della logica del potere.

In Sicilia, a tutti gli elementi accennati, s’aggiunge la responsabilità del fallimento di quella che avrebbe dovuto essere una “rivoluzione nazionale”. Lo sdegno della ribellione viene meno quando l’egoismo spinge la plebe al servilismo, tra demagogia e populismo.

Con l’unificazione s’impongono nuove regole di convivenza civile, dalla leva obbligatoria al peso crescente delle tasse. E accanto a Verga l’autrice cita Alberto Mario che non esita a denunciare forme di affiorante razzismo. E le voci delle classi emergenti si confondono in una anonima condotta psicologica dei ceti padronali. Il nuovo feudalesimo si caratterizza nell’accrescimento della ricchezza delle classi favorite dalle strutture di potere mentre il popolo ha guadagnato poco o niente dal rivolgimento politico, come d’altronde ha rilevato Chabod. E De Amicis svela che la nuova feudalità post-rivoluzionaria fa con il denaro ciò che prima si faceva con la spada mentre il piccolo tamburino sardo, la piccola vedetta lombarda volevano affrancare l’Italia dal servaggio. Nel racconto “Il primo maggio” accusa la borghesia di non aver fatto nulla per mitigare il predominio esclusivo di una classe al potere.

L’imperativo di Mameli (morto troppo giovane) si rivolgeva ad un sentimento di fratellanza di cui si è andato perdendo la traccia. Fogazzaro nel suo “Piccolo mondo antico” si richiama al patriottismo che aveva alimentato la sua stessa formazione, in via ormai di decadimento.

Tutte queste verità amare, che Del Tedesco riporta alla nostra attenzione, non sembrano esprimere una voce dell’anima che oggi (2013), avverte – pur nelle diverse circostanze – le stesse miserie, le stesse delusioni?

E resta così aperto il nodo cruciale delle generazioni del Novecento che hanno subìto, in forme diverse, analoghe delusioni, e conseguente deprivazione di valori nell’incapacità di riconoscersi in consapevoli richiami ideali. Aspetti antropologici ed esperienze realistiche si combinano in una sorta di grande ombra che appanna ogni idealismo. Se la presenza popolare nel volontariato risorgimentali dagli anni ’20 al ’40 aveva acceso gli animi e aperto le strade del rischio, le successive esperienze sino alle prove africane metteranno in evidenza difficoltà psicologiche e di reagire alla negatività della vita sociale mentre ascendono nuovi modi di comportarsi, nella refrattarietà ad affrontare i sacrifici e nell’accettazione dello sconforto: prevalgono fattori materiali che annullano la bellezza del sacrificio e ne sminuiscono il significato. La rivoluzione nazionale non ha trovato più anime volenterose: ma è la durezza dell’esistenza a guidare i fatti concreti con le sue asprezze specie quando le ingiustizie sembrano regolare la nuova classe al potere. Giudizio troppo amaro? Certamente una testimonianza che fa riflettere sull’andamento dei corsi storici e in particolare su fenomeni analoghi a quelli descritti anche nell’esperienza della generazione successiva alla nascita della Repubblica. Un libro, quindi, tutto da leggere e meditare.