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Rubrica: CULTURA


"Viva le donne"!


mercoledì 8 marzo 2006 di Arturo Capasso

Argomenti: Celebrazioni/Anniversari
Argomenti: Musica, Concerto, Balletto


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Nell’occasione del 8 marzo abbiamo il piacere di ospitare un articolo sulle donne di Arturo Capasso, che speriamo possa continuare la collaborazione con noi nel prossimo futuro.

La redazione

Al sorgere dell’industrialismo la presenza della donna nei primi fumosi complessi era un fatto comune; così pure i ragazzi, anche se di poca età. I loro salari erano molto al di sotto della media. Inutile aggiungere che il lavoro superava abbondantemente le dodici ore, con scarsi intervalli, scarse misure protettive, scarse comprensione imprenditoriale.

Abbiamo parlato anche di ragazzi: ormai nei Paesi altamente industrializzati essi non sono più inseriti nel ciclo produttivo: c’è un impegno preciso della comunità a tenerli sui banchi di scuola, per una valida qualificazione

E le donne?

Il problema è generale, anche se con interpretazioni sociologiche differenti. Mi spiego. Nei Paesi che erano socialisti, ad esempio, era detto che uomo e donna sono uguali.

Ci sarebbe molto da obiettare.

Nella carriera di Partito non si vedevano molte donne; e così pure nei più alti gradi della burocrazia. Si dice poi che la donna deve avere una certa facilitazione dalla comunità; perché - se va a lavorare - non può, una volta tornata a casa, fare altro lavoro.

E così sono sorti i giardini d’infanzia, le mense aziendali, i dopo scuola.

Non mi pare si vada oltre. Iniziative analoghe sono state prese da Paesi occidentali, soprattutto nel nord Europa. Ma la donna in genere è stata chiamata a lavorare in periodi bellici, quando scarseggiava la mano d’opera. Allora era retribuita piuttosto bene. Poi le cose cambiavano. In periodi di recessione, infatti, diventava un concorrente da tenere a bada.

Col trascorrere degli anni s’è venuto affermando il criterio di uguaglianza di diritti e di paghe, di trattamento paritario.

Ma siamo ancora lontani da un effettivo atto di giustizia. Intendiamoci: qui si parla della donna nell’industria; il discorso va ovviamente allargato a quante lavorano nel commercio, negli uffici, nelle scuole, insomma a quante non restano a casa.

Viene da chiedersi: la donna che lavora e che magari è riuscita ad avere uguali diritti sul posto di lavoro, quando torna a casa rimane sempre uguale? Mi pare proprio di no. Vediamo perché.

Prima di ritirarsi, deve correre al supermercato o al mercatino rionale e agguantare qualcosa da mettere sul desco. E poi a casa: cucinare, badare ai figli, pulizia, compiti, giochi.

E badare al marito, che arriva stanco e non vuole ovviamente fare la massaia. Ecco la Nostra moltiplicarsi, farsi in quattro, accontentare tutti nel migliore dei modi, con tanto sacrificio.

A chiusura di giornata, eccola ripulire, mettere tutti a letto, trasformarsi da donna che lavora, da madre, da donna di casa in amante.

Scusate non è un’eroina? Altro che uguaglianza di diritti! Tale stato di cose è ormai diffuso a livello mondiale, sotto tutte le bandiere ideologiche. Forse aveva ragione chi riteneva che la donna dovrebbe stare a casa: madre e sposa felice. Ovviamente per questo dovrebbe bastare la zuppa che porta l’uomo. Ma per molti sarebbe un lusso. O meglio, la zuppa sarebbe troppo magra.

E questa è la realtà.

Negli anni passati, quando era molto acceso il discorso delle femministe, io assumevo un tono provocatorio e citavo due “tradizioni” che facevano sistematicamente arrabbiare le mie interlocutrici e per molti giorni non mi rivolgevano la parola.

Prima citazione: da Sumner, Costumi di gruppo, Comunità 1962 (pag. 377) “Fra le tribù dell’Africa occidentale il cannibalismo sacrificale e cerimoniale nei riti feticistici è quasi universale. Serpa Pinto cita una festa che si svolge di frequente tra i capi del Bihe, per la quale si richiedono un uomo e quattro donne... i cadaveri vengono lavati e bolliti insieme alla carne di un bue”.

La seconda citazione è meno violenta, ma incisiva. Appare su una tavoletta comprata in un mercatino della California e fa parte della filosofia indiana Cherokee. Traduco: quando l’uomo bianco scoprì questo paese, gli indiani lo correvano in lungo e in largo. Non c’erano tasse o debiti. LE DONNE FACEVANO TUTTO IL LAVORO. L’uomo bianco pensò che poteva migliorare un sistema come questo!

Un saluto affettuoso, pieno di gratitudine, a tutte le donne di tutte le parti del mondo.

Arturo Capasso