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La vispa Teresa e Riccardino


sabato 15 settembre 2012 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi
Argomenti: Racconti, Romanzi


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Le cose che danno sapore alla nostra vita non consistono tanto negli eventi memorabili ma si nascondono nei piccoli gesti quotidiani solo apparentemente insignificanti

E’ un tardo pomeriggio di questa torrida estate, ho smaltito la pennichella e decido di uscire per andare a prendermi un caffè e a leggiucchiarmi in pace il giornale, rassegnato ad abbandonarmi alla malinconia che mi viene dalle dichiarazioni inamidate di Monti e le altrettanto scontate quotidiane attestazioni di stima (solo per lui, sia ben chiaro), della Merkel. Il mondo intero che mi circonda appare tiepido e immobile e non posso immaginare quel che mi aspetta dietro l’angolo di un noioso e solitario pomeriggio di vacanza a Brunico, qui nel Sudtirolo dove mi trovo in vacanza.

10000000000000FA000000BC8DEB16E6A passi felpati guadagno una delle due panchine che restano in ombra tutto il giorno in un punto strategico della piazza del municipio, completamente rifatta a nuovo e chiusa al traffico stradale. Di fronte a me ho il nuovissimo palazzo comunale, una esedra di vetro e cemento che ingloba una serie di uffici pubblici e privati, sormontata da un ristorante che ne occupa gran parte della terrazza. A pochi metri da me luccica la fontana luminosa, una specie di piscina rettangolare senza bordo, a livello del suolo, animata da luci colorate e da sei zampilli che scaturiscono dalla sua stessa superficie.

E’ bello il tutto? Non lo so, ci devo pensare. Sicuramente è originale, moderno, nuovissimo e fa la felicità di un gruppo di bimbi che schiamazza e scorrazza nei pressi, ai margini e talvolta persino zampettando all’interno della vasca che non sarà più profonda di venti centimetri.

1000000000000153000001585E4138EAIo vengo qui spesso, in teoria solo per starmene in pace, eppure il chiasso dei bimbi non lo trovo molesto ed anzi me ne giovo per darmi periodicamente uno scossone e riprender possesso delle mie facoltà cerebrali, intorpidite dalle scemenze rituali che vado leggendo: le solite dichiarazioni di Alfano, di Casini, di Gasparri, di quell’altro di cui il nome insignificante ora mi sfugge, sulla nuova legge elettorale di cui tutti parlano magnificandone l’urgenza ma che in realtà nessuno vuole perché quella norma ignobile che adesso è in vigore calza benissimo a coloro che hanno in mano il bandolo del potere.

Elì, Elì, mi viene da esclamare (e sono pure agnostico!), perché ci hai abbandonato?Quanta nostalgia mi assale, persino di Cossiga e di Cirino Pomicino, democristiani quanto si vuole ma persone di spirito, gente di cui riconoscevo l’ingegno, lo spessore intellettuale. Ma perché li disprezzavamo tanto i democristiani? Li ritenevamo fondamentalmente disonesti? E perché, questi che abbiamo adesso che vi hanno fatto?

10000000000000FA000000E35CBB0A54 Fortuna che le ciarle e i gridolini dei bimbi mi distolgono da queste amarissime considerazioni. A poca distanza dal mio naso volteggia e caracolla su una piccola bici bianca una bimba di una diecina d’anni che sembra indiavolata. Si diverte a passare a tutta velocità a un centimetro dall’orlo della vasca urlando a squarciagola. Guardo l’orologio. Quanto ci metterà a cascarci dentro? Lontano dalla patria mi è facile profetare, ma azzecco la previsione solo a metà: solo venti secondi, però non ci casca dentro ma disastrosamente fuori. La bimba ha fatto uno scarto improvviso di troppo, ha perso il controllo e rovina a terra con violenza.

10000000000000FA000000E92CF1F8FC Il pavimento della piazza, ora che lo osservo, è il peggiore che le potesse capitare: è fatto di quei ciottoli di selce, quadrati e leggermente convessi che a Roma chiamano sampietrini. Dopo il fracasso della caduta scende il silenzio, i bimbi si fermano costernati, io mi alzo e mi accosto e vedo accorrere anche il padre. Le siamo accanto ai due lati. La bimba non si muove, ha gli occhi chiusi e sembra un angioletto che dorma con la guancia appoggiata a un sampietrino, come su un cuscinetto. Il padre la chiama e lei non risponde. Ci guardiamo in viso e lo vedo cambiare di colore. Riprende a chiamarla sempre più affannosamente e sento che comincia a tremargli la voce. Un dubbio tremendo si fa strada nella mente di entrambi.

La chiama forse dieci volte eppure quel nome tante volte ripetuto non mi è entrato in mente. Non me lo ricordo proprio, perché sono andato anch’io nel pallone. A un primo istante nel quale cerco di ragionare e penso che dovremmo chiamare il 118 subentra una specie di paralisi. Ho una brutta sensazione, mi sembra che il cuore mi si stia fermando, perda i battiti. Già per problemi suoi ha frequenza bassa e difficilmente supera le cinquanta pulsazioni al minuto ma ora mi sembrano trenta sì e no, e sempre più deboli.

- Ohè Riccardino, non fare lo scemo, che ti prende adesso? (E’ così che lo chiamo confidenzialmente quando siamo soli. Perché Riccardo? O Dio, un cuor di leone non lo è mai stato, però al bisogno finora il suo dovere lo ha fatto). 10000000000000890000008B3612204E
- Come, che mi prende? Stai dando del codardo a me? Ma non vedi che a te tremano le mani, che vorresti prendere il telefono ma non riesci a muoverti né a spiccicare parola?

- Dai Riccardino, ti prego, non farmi questo! Non mollare proprio adesso, a ottocento chilometri da casa nostra. Ma ci pensi al casino che facciamo morendo adesso, il fastidio che diamo alla gente di qui, a quelli dell’albergo, a quelli di casa che debbono venirci a pigliare! E poi, perché? Non ti ricordi? Ne abbiamo viste tante in ottanta e più anni, questa è solo una in più! Fai il bravo, tirati su, ci facciamo un altro giro!

Non ricevo risposta ma ora mi sento ancora reattivo. Decido di ignorarlo e riaccendo l’audio. I richiami del padre ora sono struggenti. Mi sembrava una favola buonista la storia che l’anestetico migliore per i malanni nostri sia quello di occuparsi dei malanni degli altri, ma stavolta funziona. 10000000000000C8000000FDEF3BCA29

- Piccola mia, amore mio, ti sei fatto tanto male! Così l’uomo singhiozza.

Basta. E’ arrivato il momento di reagire. Gli tocco il braccio per scuoterlo dall’inerzia e dirgli che dobbiamo chiamare il 118 quando, come per miracolo, tutta la scena cambia radicalmente.

L’angioletto defunto resuscita, spalanca gli occhi, salta in piedi, fa una risatina e finalmente risponde:
- No, non tanto. Solo un po’.

10000000000000FA000000E4DE890B4ERialza la sua bicicletta e poi tutta felice di averci beffato la infame carognetta riprende a correre schiamazzando e svolazzando qua e là più di prima, come se niente fosse.
Io e suo padre ci guardiamo in faccia come due idioti.

I suoi occhi mi dicono “L’ammazzi tu o l’ammazzo io?-
La sua bocca invece mormora, ansimando: - Non mi dica niente, la prego. Non ora!

No, no. E del resto che vuoi dire. Che meglio di così non poteva finire! - e barcollando arranco verso la mia panchina e mi ci butto sopra boccheggiando.

Ho bisogno di riprendere fiato, poi ci vorrà davvero un buon caffè. Corretto, mi suggerisce Riccardino. D’accordo Riccardino, come vuoi tu. Corretto. Ci vuole proprio! -.