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I ragazzi del ’99 e quelli nostri.

“Quale potrà essere in conclusione il destino di questi altri ragazzi nostri che oggi nessuno chiama, che nessuno vuole, di cui nessuno ha bisogno?…”
venerdì 6 luglio 2012 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Politica
Argomenti: Storia


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Correva l’anno di grazia (si fa per dire, perché in realtà fu un anno terribile) 1917, quando apparvero su tutte le cantonate delle città e dei paesi italiani manifesti dal contenuto terrificante. Poche frasi, secche e formali che intimavano ai cittadini maschi italiani nati nel 1899 di presentarsi immediatamente al distretto militare di competenza per essere arruolati nell’esercito. Quale poteva essere il senso di un tale messaggio rivolto a ragazzi di diciotto anni, se non il seguente?:

Sveglia ragazzo, la tua infanzia è finita. Sappi che la vita non è un sogno ma una dura lotta per la sopravvivenza. Siamo in guerra e al fronte c’è bisogno di te, devi partecipare anche tu. Ne ha bisogno il tuo paese ma devi farlo sopratutto per te stesso, se vuoi avere un avvenire. Tutti uniti ci possiamo salvare, diversamente siamo tutti perduti. Questo comporta essere una nazione, l’appartenere a una comunità; tutto il resto oggi non conta nulla. 100000000000020C000001C7BC509C91

Nell’animo di chi aveva firmato quel manifesto, e immagino quanto sia pesata quella penna, nulla a che spartire con lo spirito prostrato di Abramo che accetta di offrire al suo Dio incomprensibile e crudele la vittima sacrificale che quello gli chiede, bensì la decisione lucida e autonoma di dar fondo a tutte le risorse su cui si sa di poter contare. E, più tardi, la soddisfazione di constatare che l’operazione è riuscita e il sacrificio è stato ripagato.

10000000000001040000012C192F2136Perché è risultata una mossa vincente? Non hanno fatto miracoli quei ragazzi. Non lo credo io e non lo ha neppure mai affermato nessuno. La guerra non è un gioco. Con un addestramento sommario e una totale inesperienza non avrebbero mai potuto farne. Hanno fatto però certamente ciò che ci si attendeva da loro, il loro dovere, ossia affermato un concetto che allora era popolare e adesso obsoleto e alieno. Hanno colmato quei vuoti che vicende sfortunate avevano creato nei ranghi e quindi dato una mano anche loro, facendo la loro parte. Quel che serviva, né più e né meno.

Di più. Hanno finito di coinvolgere direttamente anche quelle poche famiglie che ancora non avevano qualcuno sotto le armi, e quella comunanza favorì il miracolo vero, ossia il fatto che quella volta, forse l’unica nella storia d’Italia, le genti di questo paese, sardi, veneti o calabresi, messe sotto schiaffo hanno reagito non come pecore sparpagliate ma, vivaddio, come lupi dello stesso branco.

Quei ragazzi divennero il campione rappresentativo della gioventù italiana e rimase loro attaccato per sempre quell’appellativo di “ragazzi del ‘99” di cui si sono fregiati con orgoglio e che li ha accompagnati tutti fino alla morte per vecchiaia.

Io non sto dicendo dunque che siano stati i ragazzi del ‘99 a vincere quella guerra, perché non sarebbe la verità, ma che ritengo sicuramente fosse quello lo spirito giusto per affrontarla. E’ così che va fatto, è così che ci si batte quando si è in difficoltà, quando ognuno ha la consapevolezza di appartenere a una comunità, quando si ha spirito di squadra e non presunzione elitaria di autosufficienza. Così deve fare chi vuole costruire qualcosa, ognuno caricandosi la sua parte di lavoro e di sofferenza. 100000000000012C0000013DC1EF0704

Ribadisco questo concetto, che è cosa talmente ovvia che sembrerebbe persino inutile ricordarla, solo perché mi sembra che vada esattamente nella direzione opposta a quanto ci viene proposto oggi. Dovunque mi volga non sento parlare che di tagli, di dismissioni, di riduzioni di personale, di prepensionamenti, di chiusure di impianti produttivi o di eliminazione di servizi. Non ci stanno dicendo di rimboccarci le maniche ma di metterci a sedere.

Sono paragonabili le due situazioni storiche? Beh, oggi non si sparano cannonate ma pur sempre di un conflitto di dimensioni mondiali si tratta. E’ in corso una guerra economica che rappresenta un punto di svolta nella vita delle nazioni europee e non solo. Una guerra subdola anche perché non è così facile capire chi è alleato di chi. La stiamo affrontando nel modo giusto, ognuno facendo la sua parte con un obiettivo comune? Direi proprio di no.

10000000000002580000010ED46346DBC’è aria di smobilitazione. Vedo in giro tanti soggetti febbrilmente impegnati a distruggere i risultati del lavoro di varie generazioni, nel tentativo illusorio di preservare la loro posizione individuale anche se questo significhi buttare a mare un stato sociale di cui loro non hanno bisogno trovandosi in posizione di privilegio.

Si ripropone sempre più pressante il solito problema delle due Italie, quella dei privilegiati, dei dritti, dei figli di qualcuno, degli esenti da tutti i guai e quell’altra dei fessi, degli sfigati, di coloro che pagano per sé e per gli altri. Quale potrà essere il punto d’arrivo di questa frenetica corsa verso l’autodistruzione? Se volete averne una rappresentazione corretta basta osservare quanto si stia verificando nei grandi ospedali di Roma.

100000000000012C00000152BA35DBF0 Parlo con un amico che si è recentemente accorto di avere cellule cancerose in circolo, e mi dice che le sue cure ritardano perché sono state ridotte le camere operatorie del S. Camillo. Le strutture ospedaliere, che la logica vorrebbe fossero utilizzate ad h. 24, lo sono solo per alcune ore del giorno a causa dei tagli allo straordinario del personale. Tutto questo è semplicemente idiota. I risparmi sui costi di gestione potrebbero realizzarsi solo con la utilizzazione ottimale degli impianti e non con la loro progressiva soppressione. Ai fini dell’economia una sola eventualità mi sembra non venga mai presa in considerazione dagli addetti ai lavori: quella di smettere di rubare sulle forniture, che sarebbe l’unica sicuramente efficace.

100000000000012C000000E9CAB8FEB0 Piangevano al commiato le madri di quei ragazzi del ‘99 che, pur sgomenti, partirono da tutte le campagne e i borghi d’Italia per portare il loro contributo a una causa che sentivano comune, ed avevano buone ragioni di piangere perché sapevano che ovviamente non tutti i loro figli sarebbero tornati a casa indenni, e tuttavia, a pensarci bene, quella è stata una bella storia, una delle poche nostre a lieto fine. Temo, ahimè, che questa storiaccia che stiamo vivendo oggi possa concludersi molto peggio.

I ragazzi del ‘99 dovettero affrontare un brutto momento ma ebbero l’occasione di rendersi artefici del loro destino. Quelli che ce l’hanno fatta a tornare sono stati gratificati dalla considerazione e dall’amore del loro popolo e non si sono fermati più, hanno continuato a operare per costruire quelle industrie, quelle attività, quegli ospedali che erano la nostra ricchezza e che la casta politica che oggi imperversa si sta affannando a cancellare, chiamando buon governo questa falcidia.

Ciechi più di Abramo stiamo calando la lama sulla gola di una intera generazione, quella di questi altri ragazzi nostri che oggi nessuno chiama, che nessuno vuole, di cui nessuno ha bisogno, cui viene proposto solo di comprare cellulari e schede telefoniche, ai quali, se c’è buona sorte e se papà ha l’amico giusto, sarà concesso al più un trimestre di lavoro presso un call-center a seicento euro al mese. Ma per quanto ancora deve pesare su di loro, e in definitiva su tutti noi, il tragico errore di una società che non considera i suoi figli come una risorsa fondamentale su cui puntare, ma un problema rognoso da risolvere, un bilancio da far quadrare, una palla al piede per una classe dirigente miope come una talpa, costruttiva quanto una invasione di cavallette, la peggiore in assoluto nella storia d’Italia? - 100000000000012C000000F427473E15