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Siciliani (Flaccovio, Palermo 2012)

UNA STORIA TROPPO LUNGA DI DELITTI IMPUNITI

Sindacalisti contro la mafia RICORDO DI PIO LA TORRE E PLACIDO RIZZOTTO
sabato 23 giugno 2012 di Carlo Vallauri

Argomenti: Politica
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Vito Lo Monaco e Vincenzo Vasile


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In questi mesi di ricordi tragici legati alle “imprese” della mafia siciliana può essere indicativo il richiamo ad una personalità come Pio La Torre, così come viene rievocato nel bel libro Sicilianidi Vito Lo Monaco e Vincenzo Vasile (Flaccovio, Palermo 2012). Contro il quieto vivere, il compagno ucciso nel 1982 rappresentava il simbolo della resistenza opposta da uomini “forti e tenaci”, come ebbe allora a definirli Enrico Berlinguer nella sua orazione funebre.

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Pio La Torre

Tutta la sua vita era stata dedicata all’impegno personale a favore dei lavoratori e il libro rievoca quella esperienza esemplare. Dapprima per far applicare i decreti Gullo, per assicurare quei riconoscimenti ai contadini che le classi dirigenti, del fascismo prima e del post-fascismo conservatore, avevano negato. La Torre partecipò a quelle lotte come espressione di una volontà di cambiamento che permeava l’Italia uscita dalla Resistenza. Ed egli stesso ebbe modo di descrivere nel libro “Comunisti e movimento contadino” il suo operoso attivismo nella “seconda Resistenza”, come l’ha definita lo storico più accurato sulle vicende della Sicilia di quei tempi, Francesco Renda.

Si trattava di porre le fondamenta dell’Italia democratica, con una svolta nel settore del lavoro agricolo e la valorizzazione della mano d’opera, poi con le altre iniziative, dalla Costituente della terra alla difesa dalla controffensiva padronale.

I contadini poveri troveranno in La Torre una delle personalità con maggiore consapevolezza e conoscenza dei problemi. Seppe guidare i giovani contadini nelle lotte agrarie, pagando di persona, con l’arresto e la prigione il suo sforzo rivolto all’emancipazione dei ceti poveri sacrificati. Gli ostacoli burocratici frapposti alle leggi di riforma furono denunciati con rigorosa critica.

Egli fornì tra l’altro alla Commissione parlamentare antimafia una serie di documenti di prima mano, per spiegare “perché” i governi repubblicani del dopoguerra non riuscivano a debellare il sistema di potere mafioso. Gli autori del libro citano tra l’altro il caso di Peppino Impastato, ucciso nel ’78 dalla mafia per la coraggiosa azione svolta isolatamente in un ambiente pertinacemente ostile.

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PLACIDO RIZZOTTO

Ma quelli di La Torre furono anni nei quali il problema delle lotte sociali si incrociava con i motivi della lotta per la pace e contro l’installazione nell’isola di missili pericolosi e apportatori, oltre tutto, di ulteriore corruzione. Il centro siciliano di iniziativa pacifista ebbe allora un esemplare rafforzamento nella chiarezza e contro ogni forma di provocazione.

L’assassinio segnò uno dei momenti più alti della criminalità mafiosa, e il libro ricostruisce quegli eventi con molta precisione. Quale insegnamento ricavarne? Certamente rimane il problema delle “verità giudiziarie” rispetto alla “verità storica”. Proprio la legge La Torre introdusse nel 1986 l’ “associazione mafiosa” nel codice penale (art. 416 bis), e l’autore pagò con la reclusione la sua intrusione nella lotta antimafia, prima di pagare con la vita. Il libro contiene al riguardo importanti testimonianze personale e giudiziarie.

Al nome di Pio La Torre vogliamo unire quello di un altro valido militante delle forze del lavoro organizzate, Placido Rizzotto, ucciso nel 1948 e solo adesso (maggio 2012) finalmente onorato con una cerimonia funebre, giacché soltanto recentemente il suo corpo straziato dalla mafia siciliana è stato ritrovato. Segno di quelle tante zone d’ombra della nostra storia: delitti impuniti per effetto di quel diffuso senso di delinquenza che ha caratterizzato la nostra repubblica, dalla uccisione di tanti sindacalisti alle successive stragi.

Questa è la realtà di un paese che troppo spesso ha preferito tacere e subire, senza che le stesse istituzioni fossero in grado di ristabilire un minimo, non diciamo di giustizia, ma di attenzione e capacità di approfondire il perché di dolorosi colpi alle ragioni del bene comune e della giustizia sociale. Tragedie che hanno insanguinato l’Italia e lasciato senza risposta la richiesta di necessarie e corrette indagini, nonché l’assunzione di un minimo di cura per salvaguardare i diritti dei cittadini e colpire i malfattori.

Sino a quando? Una domanda che molte volte gli italiani si sono posti senza trovare nelle pubbliche responsabilità adeguata azione. E proprio il movimento contadino – tanto vivo nell’immediato dopoguerra – è stato tra i più colpiti dalla violenza del malaffare e conseguente copertura dei delitti. Una riflessione che suggerisce valutazioni gravi sull’intero corso delle nostre vicende politiche.