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Chi manovra le brigate rosse? (Ponte alle Grazie, Milano, 2011)

L’inchiesta di De Prospo e Priore demistifica il ruolo dei terroristi nel groviglio internazionale

ANCORA SULLE BRIGATE ROSSE
giovedì 1 marzo 2012 di Carlo Vallauri

Argomenti: Politica
Argomenti: Recensioni Libri
Autore del Libro : Rosario Priore
Autore del Libro : Silvano De Prospo


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Silvano De Prospo e Rosario Priore in questo libro spiegano come dietro complicate vicende della “lotta armata” in Italia tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. apparve ad un certo punto una misteriosa scuola di lingua operante a Parigi “Hyperion”.

Così un giornalista esperto nella materia ed un magistrato, che ha svolto indagini accurate su quel nodo intricato di eventi tragici, cercano di fornire notizie sul ruolo esercitato dai singolari personaggi che guidavano o giravano attorno ad un apparente centro di preparazione e addestramento alla conoscenza della lingua “francese”. In effetti gli autori rivelano le trame che quel punto di riferimento copriva e alimentava con un costante lavoro di organizzazione clandestina quale primaria fonte di collegamento super-nazionale.

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Silvano De Prospo e Rosario Priore

Sin dai primi anni ’60 era emerso a Trento un gruppo di marx-leninisti che, in contrasto con la linea ritenuta troppo “accomodante” del PCI, miravano a formare un nuovo tipo di militante, tanto da imboccare presto la via più perigliosa della violenza terrorista.

E proprio sul finire di quel decennio si delineò la suggestiva possibilità di dar vita ad una sorta di coordinamento dei movimenti “rivoluzionari”, inglobante anche i gruppi più in vista degli extra parlamentari, come “potere operaio” e “Lotta continua”. Ma soltanto nella seconda metà degli anni ’70 Curcio, Simioni, Berio e Molinaris daranno effettivamente vita ad una istanza di coordinamento in grado di intrecciare i fili di uno stretto collegamento.

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Renato Curcio

Parecchi di quei giovani provenivano da esperienze comuniste, ma essi puntavano ad una linea di completo ribaltamento di quella che ne era stata la politica di Togliatti, considerata quasi di un tradimento rispetto alle finalità rivoluzionarie non portate avanti nella fase conclusiva della guerra di liberazione.

In quel periodo fiorivano nuove sigle operative, da Roma a Milano. E fu il collettivo politico metropolitano (oltre ai nomi citati, Mara Cagol) a promuovere nel novembre ’69 il convegno a Chiavari che rappresentò il momento di passaggio ad una più definita azione, capace di sommuovere una vera e proprio “guerriglia armata”.

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Mara Cagol

Contemporaneamente il giovane miliardario Feltrinelli promuoveva una iniziativa clandestina per trasformare la “lotta sociale” in impegno militare. Così in Emilia elementi provenienti alla FGC e a Genova estremisti di frazioni comuniste si andavano organizzando, sulla base di intensificati collegamenti internazionali. Dal “Super clan” di Simioni verrà ad esempio preparato un attentato all’ambasciata americana ad Atene.

Sin da quel periodo strani “allacci” collegarono appartenenti insospettabili servitori della Pubblica Amministrazione italiani (persino l’assistente del Segretario generale della Nato, ambasciatore Brosio) ai brigatisti, ormai attivi, determinati, decisi a compiere azioni sanguinose.

Mentre si sviluppavano simili progetti per “alzare il tiro”, un convinto rivoluzionario come Franceschini contestava Simioni perché questi era contrario a “firmare” i colpi mortali via via inferti ai “nemici” da eliminare.

Che cosa voleva nascondere, mantenendo l’anonimato? Si comprende tale atteggiamento con il carattere non ancora definito dell’impostazione internazionale da rivendicare, segno di una criticità esistente negli stessi apici operativi, conferma quindi di una indeterminatezza dei tempi e degli obiettivi reali da conseguire (elementi trascurati dagli studiosi dell’argomento).

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Morucci - Faranda

Quando ad esempio l’obiettivo da colpire diviene Junio Valerio Borghese (a cui è incendiato lo studio) non si può che rilevare il carattere estremamente ristretto della visione politica dei brigatisti, e ancor più dei loro ispiratori: ecco il maggior fattore di debolezza di tutto il fenomeno terrorista italiano, malgrado l’irruenza di ogni scritto e di ogni minaccia.

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Libero Mazza

Gli autori esaminano poi l’esperienza del “Superclan”, che voleva costituire un passo in avanti nelle operazioni di rapina, prima di giungere ad una organizzata più strutturata. Intanto il Prefetto di Milano, Libero Mazza, vede con più chiarezza di qualsiasi altro funzionario dello Stato e degli stessi politici la realtà dei gruppi in grado di attivare operazioni rivolte a intensificare la violenza.

La sostanza di quel documento viene travisata dalla stampa, specie di sinistra, senza rendersi conto che in esso era rivelato l’autentico pericolo sovrastante alla società politica italiana. In quell’elenco troviamo infatti tutti gli individui ed i gruppi pronti ad entrare nell’azione criminale.

A sua volta Feltrinelli pubblicizzava i suoi Gap, con una enfasi di rottura totale che copriva in effetti una mancanza assoluta di conoscenza della situazione concreta, e che si concluderà tragicamente.

Ormai il fattore “operaio” perdeva rilievo nel campo brigatista e ciò mostrava la fragilità sostanziale della prospettiva “rivoluzionaria” indicata come “risolutrice” per la società italiana. Potop confermava nel suo vano agitarsi il “dilettantismo” delle stesse aspirazioni di un folto gruppo dell’estremismo.

La “clandestinità” ne diviene strumento determinante, mentre contro quelle spinte alla rottura l’ex partigiano monarchico Sogno cercava di proporre una sua “resistenza democratica”. Altra figura singolare, quel Luigi Cavallo, ulteriore elemento di doppiezza politica allignante nel fronte estremista. Ma c’era dietro un “grande vecchio”? Un simbolo lanciato per confondere idee o proposito di rigore legale e costituzionale?

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Mario Sossi

L’attacco diretto al “cuore” dello Stato ha inizio con il rapimento a Genova del giudice Sossi, momento determinante nella storia del brigatismo, che svela nelle sue “Risoluzioni” diffuse ampiamente una visione ristretta, centrata sul mito del “sistema imperialistico delle multinazionali” di cui lo Stato (italiano) sarebbe stato espressione.

L’evasione di Curcio, organizzata da Mara, indica un livello di organizzazione efficiente, e la “strategia offensiva” ne è presto la prova, quando la “colonna romana” (con il brigatista Moretti) assume un rilievo determinante. Ormai però, come emerge nell’operato della coppia Morucci - Faranda, il “movimento” conferma di essere sempre più estraneo – anzi nettamente opposto – alle lotte sociali che all’inizio degli anni ’70 hanno conseguito i risultati maggiori.

Il rapimento Moro – con tutte le sue contraddizioni – rivisto anche oggi alla luce degli accertamenti di Gotor nel “Memoriale” – è nel complesso la riprova della debolezza sostanziale del “movimento”, che, al di là delle sue sorprendenti operazioni mal cela un sostanziale “vuoto” politico. L’area che avrebbe dovuto estendersi inizia invece il suo declino, con le divisioni interne.

Resta da chiedersi se a quel punto non sia venuto meno dall’esterno un “ruolo internazionale”. E proprio a ciò avrebbe dovuto provvedere Hyperion, ma anche a Parigi doppiezza e contraddizioni rivelano contiguità ambigue, ampiamente dimostrate nel libro. Gli elementi esterni, con proiezioni dal Medioriente, partecipano al “grande gioco”, ma attorno ad essi operano in proprio, a prescindere dalla intenzionalità e capacità, terroristi islamici che si preoccupano solo dei loro obiettivi.

Altrove potremmo raccontare particolari inediti sulla scuola parigina, nei caratteri e aspetti individuali di quello strano miscuglio, e dei “manovratori” che in quella sede erano più rappresentanti di gruppi esterni che agenti operanti in proprio. Ecco allora che gli interrogativi rimangono aperti, tanto più che la “protezione” dei servizi di informazione francese era evidente.

Quindi la “struttura internazionale” di cui il libro riesce ad approfondire momenti significativi conferma un potenziale ruolo operativo che alle brigate rosse era affidato da gruppi politici supernazionali capaci di strumentalizzare l’attività delle diverse “colonne” organizzate e delle contrastanti cellule politiche che si riversavano in quell’ambiente per conto di istituzioni ufficiali francesi o forse anche italiane.

Sono eventi archiviati negli anni ’80, con la fase calante del brigatismo, che si sfarina da sé quando non trova punti d’appoggio né a quel presunto livello popolare (mai raggiunto) né a livello di istanze internazionali che De Prospero e Priore sono riusciti a descrivere con maggiori indicazioni di quanto non abbiano fatto altri studiosi della stessa materia.

Ecco allora una motivazione per leggere questo libro, che offre l’affresco di una giungla di persone sacrificate in nome di assurde speranze, miranti a far crollare uno Stato che mostrerà invece di essere più robusto di quanto i suoi nemici pensassero. E proprio questo aspetto ha rappresentato d’altronde il vero fattore che ha condotto al sostanziale venir meno delle stesse ragioni che avevano spinto a compiere tante operazioni criminali, sostenute dalla viltà di troppi maldestri politicanti delle sinistre e di presuntuosi intellettuali confusi o militanti traditi nelle loro stesse illusioni.