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Storie di emigrati nostrani

Il ritorno di Irene


venerdì 1 luglio 2011 di Michele Penza

Argomenti: Racconti, Romanzi


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Teresa la vide passare di lato al banco su cui era inginocchiata e poi accodarsi al gruppetto di donne e di vecchi che s’andavano accostando all’altare per la comunione. Teneva chino il capo parzialmente coperto dal velo nero ma per lei era come se un faro lo illuminasse quel viso che portava inciso in memoria come su un medaglione. Trenta anni mutano l’aspetto di una persona e possono renderla irriconoscibile a chiunque, ma non a chi ogni giorno che passa un solo pensiero rode e tormenta l’animo, a chi il tempo che trascorre non lenisce il dolore e non reca oblio ma custodisce e alimenta il desiderio di vendetta.

Di recente c’era stato qualcuno tra i conoscenti del vicolo che con quel solito fare ammiccante tra il maligno e il confidenziale le aveva riferito la diceria che presto Irene sarebbe tornata in paese. Lei non aveva fatto parola per non prestare il fianco alle beffe dei pettegoli, frenando pure il respiro per mascherare i sentimenti e sopratutto far cessare quei colpi alle tempie che il cuore le andava martellando. Dopo tanto tempo ancora la gente crudelmente si divertiva a stuzzicarla con battute del genere, alle quali opponeva un viso di pietra per non dar loro soddisfazione e tuttavia, pur facendo ogni sforzo per non darlo a vedere, ne aveva ancora l’animo turbato. Troppo grande era stata la delusione che quella donna le aveva inflitto soffiandole il fidanzato, un uomo che lei aveva amato con passione e fiducia illimitate e assieme al quale avevano progettato di emigrare in Germania, nel desiderio di potervi costruire una vita serena che nella miseria di quegli anni non riuscivano a trovare in Sardegna.

10000000000001AF00000118AEE810F4Teresa era così presa dalla partenza imminente e i preparativi per le nozze che non si era accorta, o forse accorgersi non aveva voluto, del mutamento di Antonio. Attribuiva alla tensione per le tante cose da fare con quei pochi soldi ed alla preoccupazione per l’incerto avvenire, più che comprensibili, sia la sua freddezza che taluni suoi atteggiamenti di insofferenza. E’ un momento difficile per tutti e due, così si imponeva di credere, devo mostrarmi comprensiva e non assillante se voglio essere una buona compagna per lui. Le donne del paese la guardavano in quel modo strano parlottando fra loro, e lei si sforzava di mantenersi forte e serena. Sarà l’invidia, ripeteva a sé stessa, le capisco, io me ne vado e loro restano qua. Ma si sbagliava, non aveva capito!

Come un fulmine, giusto una settimana prima del giorno fissato per le nozze, la colpì la notizia della fuga di Antonio con Irene. Quelli che corsero a informarla la videro sbiancare e crollare in terra nel tinello della sua casa. Stava stirando con gran cura quella poca biancheria che aveva scelto di portare con sé, e il ferro caldo che rotolò sul pavimento le finì sul polso e le lasciò in ricordo un segno di bruciatura. Anche se per assurdo un sol giorno della sua vita fosse stata dimentica d’Irene, nel giungere le mani per lavorare o per lavarsele la cicatrice che le marcava la pelle le avrebbe ricordato quella sull’anima.

Teresa a quel tempo viveva con la madre, anziana, e due fratelli più giovani, dei quali il maggiore lavorava quella poca terra di proprietà che era unica fonte di reddito della famiglia mentre il minore andava ancora a scuola. Quando la piena del dolore fu passata, e lei fu di nuovo in grado di connettere, Teresa li chiamò e disse loro: - A voi non posso nascondere di sentirmi ferita, tradita vilmente e ingiustamente da chi mi era più caro. Non vi chiedo però di vendicarmi, anzi, non vi riconosco alcun diritto d’intervenire nelle mie cose. Non consentirò a quei due, che hanno distrutto la mia vita, di rovinare anche la vostra. E’ andata così, forse non era quello il mio destino. Vi chiedo solo di sostenermi col vostro affetto perché io solo a voi d’ora in avanti mi dedicherò. Cosi avvenne. Poco tempo dopo la madre morì e Teresa ne assunse, di fatto, il ruolo di capo di casa. Quando il fratello più grande si unì a una ragazza di un paese vicino e se la portò in casa Teresa volle restarvi per fare da mamma a tutti, determinata a tenere unita la famiglia e non perdere d’occhio il fratello più piccolo che terminato il servizio militare aveva trovato lavoro a Sassari, facendo sì che ogni fine settimana anche lui avesse una casa e una famiglia da ritrovare.

Gli anni trascorsero e Teresa visse la sua esistenza silente e operosa, una vita cui aveva dato uno scopo dedicando le sue energie alle persone che amava. Non se ne lamentava né riteneva d’averla sprecata. Se non dalla felicità, la sentiva colmata dalla consapevolezza di un agire retto di cui non si pentiva né si rammaricava. Qualche notizia dei due fuggitivi giungeva ogni tanto in paese attraverso persone, pure loro emigrate, che vi tornavano per le festività. Erano stati visti qua e là, nelle varie località in cui avevano trovato lavoro; si sapeva che convivevano ancora ma non risultava che avessero avuto figli. Nemmeno Antonio s’era più fatto vivo con i suoi, forse per non coinvolgerli nelle conseguenze del suo operato. Si seppe poi che aveva avuto problemi di salute e qualcuno disse che era stato a lungo in ospedale, finché un dì il segretario comunale, che teneva in quel piccolo comune anche il registro anagrafico, annunciò a quelli che oziavano nel caffè di Baingiu che era pervenuta comunicazione dal consolato italiano di Colonia del decesso di Antonio. 1000000000000140000000EBF75D9A20Ognuno pensò a Teresa ma nessuno, neppure dei familiari, ebbe il coraggio di fare commenti in sua presenza e meno ancora di chiederne a lei. Di fronte alla morte passa anche ai maligni la voglia di scherzare. Ci fu solo don Pietro, il vecchio parroco, che conoscendoli tutti dall’infanzia non aveva soggezione di alcuno dei suoi parrocchiani, che uscendo di sacrestia per andare a sedersi al confessionale al cenno frettoloso di rispetto che lei fece, reclinando appena il capo fasciato dal velo nero, le si parò innanzi sbarrandole il passo e fissandola dritto negli occhi le chiese: - Dimmi figlia, li hai perdonati? - No, don Pietro. Mai! Di nuovo il viso era torvo e la voce dura, come si parlasse di fatti del giorno prima. Si calò il velo avanti al viso diretta all’uscita con passo fermo, seguita dallo sguardo dolente del vecchio a quella conferma di ciò che lui in fondo immaginava, poiché non gli era stato difficile leggerle nel cuore in tutti quegli anni. Sotto lo strato di cenere con cui la donna tentava di mascherare i sentimenti le braci erano rimaste calde senza consumarsi, e sarebbe bastato un soffio per farle divampare. Quel ruminare ininterrotto, senza mai uno sfogo, una confidenza di madre, di sorella, aveva fatto sì che quel dolore amaro si conservasse intatto come la serpe nella teca dell’alcool che stava sul bancone della farmacia.

Dunque quelle voci che ne annunciavano il ritorno in Sardegna dicevano il vero ed ora Irene stava innanzi a lei, la vedeva, inginocchiata all’altare e pronta a comunicarsi con Dio. E che aveva da spartire con Dio, quella femmina? E Lui, a sua volta, non aveva proprio nulla da dirle? Aveva dimenticato ciò che Irene aveva fatto a lei? E le aveva anche perdonato, magari? Bene, lei no! E non avrebbe mancato di dirle quel che si meritava. Un tumulto di sentimenti pervadeva la mente di Teresa, mille pensieri le si affollavano ma fra tutti la pungeva una domanda. Ma perché era tornata quella carogna? Come osava? Non temeva la sua vendetta, la disprezzava al punto da credere di poterla calpestare in quel modo, distruggere la sua vita e poi ricomparirle avanti come nulla fosse, col suo solito sorriso beffardo e noncurante? Bene. Significava che su quella loro storia c’era ancora una pagina bianca da scrivere. Le sue mani conserte si contrassero con impulso involontario e scivolandole sul ventre andarono a stringere il contenuto delle tasche della veste: una corona di rosario la sinistra, la impugnatura di una resorza, il coltello del pastore, la destra. Fazzoletti da asciugare lagrime aveva smesso da un pezzo di portarne.

Distribuita la comunione il prete se ne tornò all’altare a concludere il rito. La fila dei fedeli che rientravano ai loro posti si disfece rapidamente e Irene, che veniva per ultima, stavolta procedeva incontro a lei e si sarebbero guardate in faccia. Teresa era tesa come un arco e i suoi occhi squadravano la nemica, freddi e duri come le canne di una doppietta. Notò che il tempo aveva segnato il viso d’Irene che dimostrava più dei suoi cinquanta anni, malgrado il trucco e la tinta dei capelli. I miei sono imbiancati e il mio corpo è appesantito, ma sento ancora tutto il mio vigore, pensò Teresa. Te n’accorgerai! 100000000000012C000001341F389F79Quando furono faccia a faccia Irene sollevò lo sguardo a fissarla e col moto impercettibile del capo accennò alla porta, e passò oltre. - Ci avevo già pensato da me, non temere. Non mi sfuggirai stavolta. Si spense di colpo il mormorio di preghiere. Ci fu un cupo silenzio in cui i loro passi leggeri risuonarono nella navata come martellate, una dietro l’altra, seguite dallo sguardo accigliato di don Pietro le due donne si avviarono alla porta, si segnarono frettolosamente e uscirono di chiesa incamminandosi per la stradicciola che si inoltra nella campagna. Irene procedeva lentamente, senza volgersi indietro. Troppo lentamente, parve a Teresa, che notò come il passo della rivale apparisse alquanto insicuro. Vai, vai, che non ho fretta. Minuto più, minuto meno...

Si chiedeva dove Irene volesse fermarsi e quando, giunta che fu al bivio, la vide svoltare per il boschetto di gelsi capì che la meta era lo spiazzo della fontana, il posto dove si recavano nelle sere d’estate da bambine a giocare e poi, più grandicelle, con la scusa della brocca dell’acqua fresca. Era il posto degli appuntamenti coi ragazzi del paese, testimone dei primi baci e delle prime esperienze d’amore. Presso la fonte una grossa lastra di pietra lisciata dal tempo fungeva da sedile. Seduta a quella pietra una sera fatata, lontana ormai mille anni, un’altra Teresa, fanciulla tremante d’emozione aveva sentito per la prima volta la mano di Antonio insinuarsi sotto la veste e carezzarle la pelle fra le gambe. Un brivido che ancora vibrava nella sua anima, il ricordo più dolce e vivo della sua adolescenza. Irene giunta alla fonte andò ad accoccolarsi lì, su quella pietra, sollevò le ginocchia allacciandole con le braccia ed attese assorta che Teresa la raggiungesse e si sedersse accanto. - M’hai aspettato per tutto questo tempo, non è vero? - chiese Irene senza nemmeno guardarla in viso, fissando lontano con occhi persi. - Si. Lo sapevo che t’avrei ritrovata. - Ma che, non mi hai mica ritrovata tu. Sono io che ho voluto tornare. - E’ vero. Perché, credevi di farla franca? - No. Ti conosco bene. - E allora? Spiegati. - Sono tornata perché ho un favore da chiederti, un favore che solo tu mi puoi fare. - Io un favore a te? Senti, lascia perdere. Basta e avanza la rabbia che ho in corpo. - Appunto. Quello è il favore che mi farai. Su quella conto! - Non che me ne importi se sei impazzita, ma se ti spieghi ci risolviamo prima. - Guardami. E con un gesto lento delle braccia Irene sollevò la maglietta, scoprendo il petto nudo. Prima di distoglierne lo sguardo con un senso di schifo Teresa ebbe modo di vedere che quel torace, segnato da profonde cicatrici, era piatto come quello di un uomo. Irene non portava reggiseno perché non serviva. - No, devi guardare. Non parlo del seno ma di questa riga. Più in basso del seno che non c’era più, tra l’ombelico e il pube, una linea di tatuaggio delimitava un’area trapezoidale.

10000000000000FA0000012078568873- Cos’è? Non poté trattenersi dal chiedere Teresa, che ancora non capiva. - Ti marcano l’area che deve essere irradiata ma per me è tutto inutile, ormai sono invasa. - E allora? Che vuoi da me, Irene? - Dovrei soffrire ancora Dio sa quanto, e del resto tu l’hai sempre desiderato. Dì la verità, avresti pagato qualunque prezzo per prenderti questa soddisfazione. - Adesso ho capito. Ma perché non ti sei ammazzata da te, lì dove stavi? - Mi è mancato il coraggio. E poi, morire sola come un cane, in un posto qualunque dove sei solo un numero o una cartella d’ospedale! Qui, almeno, qualcuno che venga a buttarti un fiore o a sputarti sulla tomba ci sarà! In un modo o nell’altro qualcosa di te rimane, ma laggiù sparisci nel buio! No, è qui, su questa pietra che ho desiderato tante volte di morire in questi anni schifosi. - Sì, è vero, l’ho desiderato tanto, me lo sognavo di notte di dartela io la morte, e tu te la sei portata addosso fin qui da lontano! No, cara mia, no! Così non è più una vendetta, e nemmeno giustizia, è un atto di misericordia. Cercati un altro, tu hai finito di servirti di me! - Perché non vuoi mai capire? Tu hai fatto sempre così, chiusa in te stessa e amara come una noce guasta! E’ passato tutto ormai, anche la nostra vita, e non si cambia nulla di ciò che è stato. Ti ho fatto del male, lo so, ma ora te la sto offrendo la soddisfazione che volevi. Chiudiamolo in pari questo conto, che senso ha seguitare a marcire nell’odio? Dì che mi perdoni quello che io ti ho fatto, e io ti perdono fin d’adesso quello che tu mi farai.

- Cos’è che ti pesa sulla coscienza, Irene? L’avermi rubato il marito? La felicità? Un’esistenza diversa? Sì, certo, tu questo me lo hai fatto ma ciò è accaduto anche per la mia stupidità. Conoscendoti avrei dovuto difendermi meglio, e forse a quest’ora queste cose me le avrebbe tolte la vita stessa. Ciò che è esclusiva opera tua è l’avermi tolto la gioia, spenta, incattivita. E adesso raccogli i frutti delle tue azioni! Devi morire? Prima o poi ci tocca. Soffrirai tanto? Non dirò che la cosa mi diverta, no, ma nemmeno mi strapperò i capelli per te, sappilo. Sono così adesso, e tu hai fatto tanto perché così diventassi! - No, non è vero. A me non la racconti. Mai tu sei stata generosa con me. Cattiva lo eri anche da prima, ma solo con me, con gli altri eri un angelo. Non era colpa mia se ero più bella di te, ma tu non me l’hai mai perdonato. Io ho agito male ma tu non sei migliore, e lo stai dimostrando ancora adesso. - Sì. Più bella lo sei stata, hai detto bene, perché ti assicuro che ora non lo sei più! - E’ vero, lo so. Ed è questo che mi duole adesso, il sapere che ora che potremmo finalmente vivere in pace senza scannarci non c’è più tempo per me.

Le ultime parole furono coperte da un rombo di motore. Dalla svolta del sentiero uscì la jeep dei carabinieri che s’accostò velocemente alla fontana e l’autista scorgendo le donne frenò di colpo alzando una nuvola di polvere bianca. Ne scese il maresciallo, un giovane abbronzato che s’accostò salutando cortesemente: - Buona giornata, signore. Tutto a posto? State pigliando un po’ d’aria? Brave, qui si sta bene,.e questa acqua è di una freschezza deliziosa! - E si piegò a bere alla cannella. - Me l’ha raccomandata anche don Pietro, dieci minuti fa. Respirò profondamente con malcelato sollievo, scrutandole con attenzione mentre s’asciugava il viso col fazzoletto.

- Grazie maresciallo. Ci siamo fatte due chiacchiere, abbiamo preso un po’ d’aria buona e ora, piano piano, ce ne torniamo. Buona giornata a voi! Irene aveva risposto per entrambe poi si alzò in piedi, un po’ a fatica, appoggiandosi al braccio dell’altra e fianco a fianco le due sorelle si avviarono cupe e silenziose verso casa.