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Bella Italia, amate sponde...

Il contestato compleanno 1861-2011
martedì 1 marzo 2011 di Anna Maria Casavola

Argomenti: Attualità
Argomenti: Storia


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I 55 anni più importanti della nostra storia tra passioni, guerre, rivoluzioni e infiniti sacrifici. La ineludibile unificazione che oggi da più parti si vorrebbe spezzare.

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Luci ed ombre del processo di unificazione in Italia
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Prima di trattare l’argomento che mi è stato richiesto, ritengo necessario fare una premessa : come dice lo storico Emilio Gentile in un suo recente libro: ”Nel mondo in cui viviamo la nazione è tuttora il principio supremo che legittima l’unione di una popolazione nel territorio di uno Stato indipendente e sovrano. Su questo principio è nato il 17 marzo 1861 lo Stato italiano e su questo principio è stato ricostituito nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale” ( E Gentile, Né Stato né nazione italiani senza meta, Laterza, Bari, 2010 p..VII ).

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Emilio Gentile
La copertina del libro

Questa unificazione oggi, in un clima di acceso revisionismo e sull’onda di rivendicazioni localistiche e regionalistiche, sostenute da un partito politico di governo, la Lega Nord, sembra si voglia mettere in discussione, se non addirittura spezzare. Non mancano infatti di tanto in tanto inviti alla secessione e dichiarazioni aperte di non italianità accompagnate da interpretazioni dissacranti del nostro Risorgimento.

Ora se l’occasione dei 150 anni ci fa fare un percorso a ritroso per prendere coscienza degli errori fatti, questo ha un senso e può essere utile a non ripeterli, ma se invece deve diventare l’occasione di un bilancio in perdita per essere autorizzati a disprezzare e spezzare l’unità cosi faticosamente raggiunta, io credo che sia un grande tragica sciocchezza.

Cosa importante perché un popolo si senta nazione è di avere il sentimento dei sacrifici compiuti e di quelli che si è ancora disposti a compiere insieme. La verità è che - osserva sempre Emilio Gentile - i cittadini dello Stato italiano non hanno mai avuto il sentimento comune dei sacrifici compiuti insieme.” E questo ci sembra essere il vero problema.

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La partenza dei Mille

Ora il Risorgimento, di cui la spedizione dei Mille è stato il momento culminante e vittorioso, é il capitolo più importante della nostra storia: la gestazione e la nascita del nostro paese si compiono in un arco di 55 anni tra il Congresso di Vienna chiuso nel 1815 e la breccia di Porta Pia nel1870, periodo densissimo di passioni, guerre, rivoluzioni e infiniti sacrifici.

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Metternich

L’ Italia divisa in tanti staterelli e sotto l’egemonia di potenze straniere, diventa Stato unitario indipendente con una sua precisa identità. In quel particolare momento nel secolo XIX era una necessità ineludibile, la storia d’Europa è stata ed è ancora, come abbiamo detto, una storia di nazioni, l’Italia come semplice espressione geografica – così fu definita dal Metternich - non avrebbe avuto alcun peso e ruolo e forse sarebbe stata cancellata come alla fine del 700 fu cancellata la Polonia dalla carta dell’Europa.

La spinta degli ideali romantici

La spinta unitaria venne essenzialmente da motivi ideali, cui poi si accompagnarono anche quelli economici e di progresso. Ma questo processo al di fuori del clima del Romanticismo europeo sarebbe stato inimmaginabile e a questo dobbiamo rifarci per comprenderlo.

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Alessandro Manzoni

La grande intuizione del romanticismo è stata il valore della nazione, della patria, alla quale si appartiene per nascita, lingua, cultura e tradizioni, tutti elementi in gran parte spirituali. La patria è come un organismo al quale ci si trova uniti e al quale si deve dare il proprio contributo perché esista e si affermi. Quando si prende coscienza della propria identità è giusta e ispirata da Dio la guerra o la rivoluzione fatta per liberarsi dallo Stato oppressore. Così in Alessandro Manzoni “Marzo 1821”

Per quanto riguarda l’Italia è giusto dire subito che l’idea di una nazione italiana con una sua precisa identità culturale era diffusa da secoli, quindi non è il Risorgimento che ha fatto l’Italia ma il contrario, è l’Italia che ha fatto il Risorgimento.

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Italia 1815

C’erano allora, infatti, nell’assetto politico dell’Europa Stati plurinazionali a regime assoluto, cioè Stati-mosaico di nazionalità diverse, i cui popoli erano tutti oggetto, non soggetto di Storia, privi come erano del diritto di sovranità. Il Congresso di Vienna nel sistemare l’Europa dopo il terremoto napoleonico aveva anteposto il principio di equilibrio a quello di nazionalità.

Essere cittadino per i romantici significa invece sentirsi, non un individuo slegato dagli altri, ma parte di un tutto, cui corrisponde una reciprocità di diritti e di doveri. Se sulla patria pesa un regime di tirannia, per i romantici non si cambia patria, ma si deve lottare perchè questa sia libera, sia redenta, sia indipendente e per la patria è giusto anche sacrificare la propria vita. Ecco quindi come patria e libertà diventano un binomio indissolubile.

E questa predicazione accende soprattutto i giovani. La libertà non è un privilegio di questo o di quell’individuo, di questo o di quel popolo ma è diritto di tutti gli uomini, di tutti i popoli.

I popoli tra loro sono fratelli per cui battersi per la libertà è un dovere sacro e la libertà si difende dovunque questa sia minacciata, anche se non si tratta del proprio paese.

E’ indubbio che in Italia, in Germania, in Polonia, in Grecia, se molti patrioti nell’800 congiurarono, combatterono, si sacrificarono per l’indipendenza dei rispettivi paesi, essi trovarono una giustificazione alle loro imprese, spesso temerarie ed apparentemente prive di qualunque possibilità di successo, nella concezione romantica della vita che abbiamo delineato, non certo quindi per interessi pratici o contingenti.

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La prigione nel castello Spielberg

Nel corso di un mio viaggio, qualche anno fa, in Moravia per visitare la famosa prigione austriaca dello Spielberg, mi ha colpito la lapide di fronte alla cella di Silvio Pellico che riporta i nomi di tutti i patrioti italiani che vi furono rinchiusi per motivi politici, arrestati nel periodo 1821-1830. Non avevo mai supposto fossero tanti, decine e decine e decine ma soprattutto appartenenti a tutte le classi sociali, di tutte le professioni, non solo intellettuali o nobili o professionisti ma artigiani, tipografi , orologiai, carpentieri ecc. ecc.

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Silvio Pellico

In nessuna altra epoca si è sentito così tanto l’attrazione dell’ideale, pur nella consapevolezza della sua irraggiungibilità come nel Romanticismo e, come si vede, siamo le mille miglia lontani dall’idea nazionalistica che invece si affermerà nel secolo scorso (il XX ) quello per intenderci del” sacro egoismo della patria”, per cui è giusto ciò che favorisce la mia patria anche se danneggia le altre, idea che sarà responsabile di ben due guerre mondiali.

Con il romanticismo ci troviamo invece su di un piano alto di ideali universalistici, umanitari, di altruismo, di assoluto disinteresse, di concezione della vita come missione

La vittoria dei moderati conservatori

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Cavour

E’ ovvio però che quando si trattò di calare questi ideali sul terreno concreto dell’azione politica, lo scarto fu enorme e si commisero molti errori e sopratutto si imbrigliarono le spinte di rinnovamento della società e una parte dell’Italia, quella meridionale, pagò all’unità un prezzo più alto, prezzo di cui probabilmente oggi si è persa la memoria tanto che spesso il meridione è visto come zavorra.

A prevalere fu l’Italia moderata del Cavour rappresentata dai ceti borghesi e dalla nobiltà latifondista non quella popolare e democratica di Mazzini e Garibaldi . Questi alla fine si sentiranno degli sconfitti quasi estranei alla nuova realtà politica che pure avevano contribuito a creare, come se fossero stati delle comparse e non dei protagonisti. Questa parte popolare non ebbe nessun riconoscimento a livello istituzionale.

Per fare un esempio la legge elettorale del nuovo Stato fu quella del Piemonte a base rigorosamente censitaria. Erano elettori i cittadini maschi di venticinque anni, che sapessero leggere e scrivere e pagassero almeno quaranta lire di imposte dirette l’anno Gli italiani con questi requisiti erano solo 418.696 su circa 26milioni di abitanti, alla fine andranno a votare per eleggere la prima Camera dei deputati del nuovo Stato solo il 57% degli aventi diritto, in sostanza un larghissimo astensionismo. Eppure contributo popolare ci fu, eccome, soprattutto alla spedizione dei Mille. Questo sta venendo ancora di più alla luce all’Archivio Storico di Torino, dove per i 150 anni, in una colossale opera di riemersione, si stanno aprendo i faldoni contenenti tutto il materiale documentario dell’esercito meridionale di Garibaldi .

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Torino - archivio di stato

Dai fogli di arruolamento a quelli di congedo riaffiorano nomi, cognomi volti, tutta un’armata di dimenticati, rimasti sepolti per tutto questo tempo e quindi mai studiati e che addirittura un ministro della guerra, Francesco Ricotti Magnani, nel 1872 aveva ordinato di distruggere (e che fu salvato dall’ostinazione di un archivista Clemente Deluse). Sta emergendo che questo esercito di Garibaldi era davvero rappresentativo di tutte le regioni d’Italia, di tutti i ceti sociali e c’erano anche diverse donne, donne del popolo, come risulta chiaramente dall’esame dei registri Ma grandissima era la partecipazione dei meridionali. C’erano dottori, avvocati, possidenti ma anche contadini, barbieri, facchini, garzoni, spaccapietre, macellai, falegnami, cuochi, operai, marinai e c’erano anche stranieri.

Ma sopratutto grandissima era la partecipazione dei meridionali( cfr, la Repubblica, Massimo Novelli, I terroni che fecero l’Italia, 20 giugno 2010) All’inizio i volontari erano1152, verso la fine erano arrivati a 35 - 40 mila. Carte mai studiate a fondo ma che smentiscono le tesi odierne dei revisionisti padani o neoborbonici perché attestano il consenso delle popolazioni che li vedevano non come invasori ma come liberatori.

La delusione di Garibaldi e dei democratici

Questi garibaldini, prima avversati, poi usati strumentalmente da Cavour, ai fini di Casa Savoia e del costituendo regno d’Italia, dopo aver consegnato un regno a Vittorio Emanuele II, vennero poi subito congedati con il regio decreto dell’11 novembre 1860, senza neppure un ringraziamento e Garibaldi prese la via di Caprera.

Negli anni post-unitari si fece del Risorgimento un mito intoccabile e si scrisse la storia in chiave unicamente agiografica sabaudista, gli storici ufficiali si autocensurarono o la censura fu loro imposta. Questo fu un gravissimo errore, perché la storia per essere maestra deve essere letta in tutte le sue pagine.

Si deve alla penna di un letterato, di uno scrittore come Verga, se l’opinione pubblica ebbe modo di conoscere la delusione del mezzogiorno d’Italia dopo la sfolgorante conquista garibaldina, che tante speranze aveva accese soprattutto tra le masse contadine. Ricordiamo la storia della famiglia Malavoglia nel romanzo omonimo e la morte tragica di Luca annegato nella battaglia navale di Lissa, nella terza guerra di indipendenza, senza che quello Stato, che si era preso i figli con la leva obbligatoria, sconosciuta sotto i Borboni, non si curi neppure di informarne la famiglia.

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Nino Bixio

Ma soprattutto la cocente delusione appare nella novella “ Libertà” in cui si rappresenta la rivolta contadina di Bronte, all’insegna della libertà, cioè finalmente del possesso della terra, che essi sentivano loro usurpata dai padroni, episodio della spedizione dei Mille, e la durissima indiscriminata repressione militare di Nino Bixio, come mentalità più vicino a quella classista degli ufficiali piemontesi ” E subito ne ordinò che ne fucilassero cinque o sei, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che capitarono …Il taglialegna, mentre lo facevano inginocchiare addosso al muro piangeva come un ragazzo per certe parole che aveva dette sua madre e pel grido che essa aveva cacciato quando glielo strapparono dalle braccia… Da lontano, nelle viuzze più remote del paesetto, dietro gli usci, si udivano quelle schioppettate in fila come i mortaletti della festa” ( G. Verga, Libertà in Tutte le novelle,Oscar Mondatori, Milano, 1979, p. 336 )

Ma c’è un altro libro, Il Gattopardo, un romanzo storico uscito un secolo più tardi, nel 1966, a rappresentare plasticamente come in effetti era stata imbrigliata la rivoluzione democratica di Garibaldi. Il personaggio chiave, il giovane Tancredi, rampollo di una famiglia nobiliare che corre subito ad arruolarsi tra i garibaldini, non appena Garibaldi sbarca in Sicilia e allo zio esterrefatto, il duca di Salina, espone il suo convincimento. Lo zio gli aveva detto:”Sei pazzo figlio mio ? andare a mettersi con quella gente, sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri deve essere con noi , per il re “. E il giovane con gli occhi sorridenti:”Per il re, certo, ma per quale re? Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato ?” E abbracciò lo zio un po’ commosso. Arrivederci a presto. Ritornerò con il tricolore”. Quando Garibaldi sbarca a Marsala, data la sua fama di mazziniano, il principe Salina dapprima si turba ma poi pensa: “Ma se il Galantuomo lo ha fatto venire quaggiù vuol dire che è sicuro di lui . Lo imbriglieranno” (G. Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, La nuova Italia., Milano1973, pp.26, 45).

Il sistema truccato dei plebisciti

E il sistema per imbrigliare sarà l’imposizione subito dei plebisciti che decisero l’annessione immediata di quei territori al regno di Vittorio Emanuele, senza permettere – come sostenevano i garibaldini più illuminati – che si eleggesse un’assemblea legislativa che avesse potuto discutere a nome del popolo. Ciò darà spunto agli storici di parte borbonica di parlare della conquista del Sud come dell’ultima invasione straniera .

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Famosa scena dal film "Il Gattopardo"

I risultati del plebiscito furono i seguenti: .in Sicilia 432.053 dissero sì, 667 furono i no; a Napoli i sì furono 1.302.064, i no 10.312. Questa stragrande maggioranza dei sì è la spia che quei plebisciti furono truccati. L’autore del Gattopardo dice che, appena nata, fu uccisa la buona fede, quella creatura che più si sarebbe dovuta curare perché rimanesse come fondamento e garanzia di un nuovo rapporto con lo Stato verso cittadini non più sudditi.L’altra classe in ascesa che si vede nel romanzo è quella rappresentata da don Calogero Sedara ex contadino divenuto ricco borghese e sindaco che s’imparenta con gli antichi nobili, il matrimonio tra Tancredi e Angelica Sedara suggella l’alleanza tra queste due classi sociali per reciproca convenienza.

E i contadini? Con l’unità la loro condizione i non migliora: tramonta ogni speranza di riforma agraria, la terra resta saldamente nelle mani dei latifondisti, che sono in gran parte la vecchia classe nobiliare assenteista. La proprietà nello Statuto albertino, che diventa quello del regno d’Italia, è considerata un diritto inviolabile, quindi intoccabile come quello alla vita, alla libertà ( art. 29: tutte le proprietà senza alcuna eccezione sono inviolabili). Siamo molto lontani dalla formulazione che troveremo nella nostra Costituzione del 1948 che all’art.42 garantisce sì la proprietà ma ne determina anche i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti

La condizione dei contadini del Sud non migliora.

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Coscritti

La confisca dei beni del clero e la successiva vendita ai sensi della legge Siccardi non forma una piccola proprietà contadina come era avvenuto in Francia nel corso della rivoluzione francese, perché le terre sono acquistate dai borghesi, i soli che dispongono di liquidità, ai contadini vanno in piccoli lotti le terre demaniali, appezzamenti troppo piccoli per essere produttivi, e così si perdono anche gli usi civici di origine feudale come il diritto di far legna, di portare il bestiame al pascolo ecc. che da tempo immemorabile avevano alleviato la loro povertà. Successivamente non potendo reggere alla pressione fiscale, sconosciuta sotto i Borboni, i contadini sono costretti a disfarsi di quel pezzo di terra che hanno ricevuto e che non possono riscattare, e ciò va a vantaggio ancora una volta della classe borghese Lo stesso Garibaldi ebbe a dire” Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate da popoli che mi ritengono complice della disprezzevole genia che, disgraziatamente, regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore, dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”(7 settembre 1868 lettera ad Adelaide Cairoli)

Nel 1861, subito dopo la morte di Cavour, scoppiò il fenomeno del brigantaggio, considerato dalla classe dirigente di allora non come un fenomeno di disperata protesta sociale, ma come un’esplosione di criminalità e delinquenza da stroncare con metodi esclusivamente repressivi e addirittura con l’impiego dell’esercito come forza di polizia e dei tribunali militari per i processi.

Fu quella contro i briganti la più cruenta delle guerre risorgimentali. Risultato: più di diecimila morti tra quelli caduti in combattimento e quelli condannati alla pena capitale.

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La strage di Pontelandolfo

Un esempio: il 14 agosto 1861 a Pontelandolfo (Benevento) per vendicare 40 bersaglieri trovati morti e i corpi appesi agli alberi, l’esercito regio, cui si ordinò di non mostrare misericordia, uccise 400 contadini compresi vecchi donne e bambini e ne incendiò il villaggio. Una strage come quella nazista alle Fosse Ardeatine (cfr.la Repubblica, Paolo Rumiz, Il massacro dimenticato, 27 agosto 2010).

Cesare Lombroso, medico piemontese, spedito al Sud nel 61 a seguire la guerra contro i briganti, ne ricaverà la sua teoria sull’inferiorità congenita dei meridionali, teoria sposata anche dai socialisti,. formidabile copertura per la politica fallimentare attuata dalla classe dirigente nel mezzogiorno d’Italia.

Alla luce di quanto abbiamo rievocato, e tornando alla premessa da cui sono partita, mi sembra di poter concludere che oggi, dopo 150 anni, siamo di nuovo di fronte ad un bivio: o vanificare tutto ciò che c’è stato di sofferenze, lutti, ideali e sacrifici condivisi, compiacendoci delle riscontrate negatività, o ravvivare finalmente tra gli italiani quella solidarietà che è l’essenza della nazione e il fondamento dello Stato.