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CARAVAGGIO A ROMA. Una vita dal vero

Una mostra che vuole ricostruire la sua vita durante il soggiorno romano
domenica 13 febbraio 2011 di Nica Fiori

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Mostre, musei, arch.


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Archivio di Stato di Roma
Sala Alessandrina , Palazzo della Sapienza
Corso del Rinascimento, 40) _ 11 febbraio - 15 maggio , 2011
Orario: tutti i giorni dalle 9 alle 18,30 (visite guidate per un massimo di 30 persone ogni 30 minuti).

Le ricorrenze relative a un grande artista sono sempre occasione di nuove indagini sulla sua opera. Così il quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi da Caravaggio è stato ricordato con memorabili iniziative, l’ultima delle quali è la mostra realizzata nell’Archivio di Stato di Roma - Sant’Ivo alla Sapienza – dall’11 febbraio al 15 maggio 2011.
Questa punta non sulla spettacolarità dei suoi dipinti (come è stato nella mostra delle Scuderie del Quirinale), o sullo studio della tecnica pittorica (come nella mostra “La bottega del Genio”, che si tiene a Palazzo Venezia fino al 29 maggio 2011), ma sulla ricostruzione della sua vita durante il soggiorno romano (1595/96 - 1606), in un contesto decisamente istruttivo, da cui viene fuori il “vissuto” storico di un passato, la cui lezione non viene così dimenticata: un’epoca difficile per un artista, nella quale bisognava avere maestria e genialità per emergere, ma soprattutto l’appoggio dei potenti.
Non per niente Caravaggio con il suo carattere litigioso e poco propenso alla cortigianeria andrà incontro a diverse delusioni e ad eventi tragici, fino al suo definitivo allontanamento dalla città eterna.

Ideata e diretta da Eugenio Lo Sardo, l’esposizione “Caravaggio a Roma. Una vita dal vero”, a cura di Orietta Verdi e Michele Di Sivo, è basata su documenti originali, conservati presso lo stesso Archivio e restaurati per l’occasione. E se è vero che Caravaggio non ha lasciato lettere o altri scritti, abbondano le testimonianze e le deposizioni giudiziarie che lo riguardano. Grazie alle scoperte compiute da sette giovani storici dell’arte, archivisti e paleografi, si può “riscrivere” in parte la biografia di Caravaggio.

Documenti inediti attestano l’arrivo dell’artista a Roma alla fine del 1595 all’età di circa 25 anni (e non a vent’anni come finora creduto) e la sua sistemazione presso la bottega di un pittore siciliano, Lorenzo Carli, che viveva con la moglie e i figli in via della Scrofa. Anche la data di nascita viene anticipata dal 1573 al 1571.

Il percorso della mostra svela inoltre le relazioni più prosaiche della vita quotidiana, intrattenute dal pittore sia con altri artisti, come Prospero Orsi e Onorio Longhi, sia con alcuni artigiani che abitavano nella contrada. Numerosi sono stati i problemi del pittore con la giustizia, per possesso abusivo di armi, per ingiurie ai birri o per violenze, come nel caso di un garzone dell’Osteria del Moro, colpito al volto con un piatto di carciofi in seguito a un diverbio.

Caravaggio faceva parte di un gruppo di compagni di baldoria che si scontrava regolarmente con altri gruppi rivali. Una volta, ferito all’orecchio e alla gola in uno di questi scontri, dichiarò in un interrogatorio: “Io me so’ ferito da me con la mia spada che so’ cascato per queste strade et non so dove sia suto, né c’è stato nessuno”.

Oltre all’abitazione in via della Scrofa, si ricorda la permanenza a palazzo Madama presso il cardinal Del Monte e la casa presa in affitto nel maggio 1604 in vicolo di San Biagio, vicino al palazzo di Firenze. Il contratto di affitto di questa casa è estremamente interessante, perché contiene un’insolita clausola, quella di poter scoperchiare a metà il tetto della sala, allo scopo di potervi dipingere quadri di grandi dimensioni, e in effetti Caravaggio vi eseguì la grande tela raffigurante La morte della Vergine, della quale è esposto il contratto di commissione.

Essendo stato sfrattato dalla padrona di casa per non aver pagato l’affitto durante una sua assenza di qualche mese da Roma, egli si vendicò una notte con i suoi amici prendendo a sassate l’edificio. Oltre ai documenti archivistici, l’esposizione presenta una mappa dei luoghi caravaggeschi, che gravitavano per lo più attorno al rione Campo Marzio, e opere eseguite da pittori suoi contemporanei, con alcuni dei quali egli ebbe un rapporto di stima o di amicizia, ovvero Annibale Carracci, Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, Antonio Tempesta, il Cavalier d’Arpino, Orazio Gentileschi, Federico Zuccari, e da altri con i quali le relazioni furono invece contrassegnate da rivalità e competizione, come Tommaso Salini e Giovanni Baglione.

Quest’ultimo, del quale sono esposti l’Autoritratto e L’amor sacro e l’amor profano, querelò il Merisi per diffamazione nel 1603 e si arrivò a un processo, le cui carte importantissime contengono l’unica testimonianza resa da Caravaggio circa il suo modo di concepire l’arte e la sua opinione sugli artisti del suo tempo, suddivisi in “buoni” e “cattivi” pittori.

Di Caravaggio sono esposte solo due opere, delle quali una, David con la testa di Golia (Londra, collezione privata), è di attribuzione ancora incerta.
L’altra è il Ritratto di Paolo V Borghese, che colpisce per l’impostazione molto moderna. Appartenente alla collezione privata del Principe Borghese, è stata mostrata al pubblico solo una volta nel 1911.

Nell’ultima sezione espositiva, intitolata L’omicidio, la fuga, il perdono, sono esposti i registri con gli interrogatori dei testimoni presenti allo scontro in cui, nel 1606, Caravaggio uccise Ranuccio Tomassoni e fuggì quindi da Roma, dove non riuscì più a tornare. Una grande pianta acquerellata rappresenta la via Aurelia e il litorale laziale, sulle cui coste sbarcò il Merisi nell’estate del 1610, risalendo poi fino a Porto Ercole dove morì.

Per ironia della sorte Caravaggio ritrasse proprio Paolo V, il papa sotto il cui pontificato sarebbe avvenuta la sua condanna a morte in contumacia, ma, a ricordarci quell’epoca particolarmente difficile, la mostra si apre con il ritratto di un altro pontefice, Clemente VIII Aldobrandini, attribuito al Cavalier D’Arpino, sotto il quale vennero eseguite due condanne a morte “esemplari”, quelle di Beatrice Cenci (1599) e di Giordano Bruno (1600), dei quali vengono esposti i verbali relativi alle ultime ore di vita. Di Beatrice Cenci è pure presente il presunto ritratto eseguito da Guido Reni.