Rubrica: TERZA PAGINA

Racconti per l’estate 2009

domenica 14 giugno 2009

Argomenti: Opinioni, riflessioni

Jano.

Quando il vecchio Jano si mise in cammino il sole era quasi al tramonto. Chiuse la porta della baracca con tutte e tre le mandate del chiavistello e, più che altro per abitudine, avvolse ai due ganci dei battenti la grossa catena arrugginita alla quale affidava i suoi stracci e le sue carabattole. Per quel che me ne importa - mormorò - potrei pure lasciare aperto! - ma le mani si muovevano quasi indipendentemente dalla sua volontà per compiere in modo automatico i gesti consueti. Ancora un attimo indugiò con lo sguardo sul piazzale fangoso situato sulla golena del fiume, dove la sua tribù, ciò che ne restava, aveva trovato l’ultimo rifugio.

Una fila di carrozzoni disposti a semicerchio tra cui alcune roulotte scassate e, allineate da una parte, una decina di grosse automobili ammaccate e arrugginite, dalle targhe più disparate: questo era quanto restava della sua carovana. Da qualcuno dei comignoli delle baracche e dei carrozzoni usciva una voluta di fumo, che era l’unico segno di vita apprezzabile in quel mondezzaio. Volgendo le spalle a quel luogo Jano non sentiva rimpianti: in nessun altro luogo aveva avvertito, per sè e per i suoi, un senso così vivo d’esclusione e d’emarginazione totale come in quel terreno situato a mezza costa tra l’acqua giallastra del fiume e il livello del viale Marconi, dove scorre un altro fiume continuo di macchine che entrano ed escono dalla città scavalcando il grande ponte a cinque arcate, e vi diffondono a pioggia dall’alto, di notte e di giorno, un rombo incessante di motori.. Ogni mattina i rom nel loro primo impatto con la città ostile affrontano la scarpata fangosa che li immette sulla strada ove si disperdono per cercare in qualche modo di procurarsi il pane quotidiano: i bambini riuniti in piccole bande guidate da una ragazza più grande, le donne coi piccoli al collo in giro per la questua, gli uomini, come lupi solitari per il bosco, a caccia di denaro.

I rom non hanno storia. Vivono alla giornata e solo questo consente loro di affrontare la lotta per la sopravvivenza senza farsi rammollire dalle difficoltà: hanno imparato a dimenticare quelle di ieri per sopportare quelle di oggi. Cacciati da un luogo vi ritornano, cacciati ancora ne cercano un altro e così via, senza stancarsi mai. Jano sapeva bene che questa è la loro forza e il loro limite, ma ormai non ne poteva più di questa vita. Lo squallore presente gli rendeva ancora più dolorosi i ricordi lontani e più cercava di allontanarli e più quelli si affacciavano a tormentarlo. Da quando la sua carovana aveva lasciato per sempre le colline boscose della Macedonia la fortuna non gli era stata più amica e sentiva con certezza che mai più avrebbe rivisto la verde valletta dove era nato e cresciuto, come un uomo libero e non come un pezzente, aiutando suo padre nel lavoro e respirando nell’aria pulita delle colline gli odori familiari delle erbe del bosco, del fuoco di legna secca, dello stallatico che rispetto ai miasmi della metropoli è acqua di colonia. Jano pensava a tutto ciò che aveva perduto e al ricordo stringeva i denti. La sua famiglia, i suoi cavalli, le sue colline, tutto ciò che costituiva il suo mondo e che conferiva bellezza e dignità alla sua vita era scomparso. Dapprima l’aveva lasciato Serika, la sua donna, che non aveva resistito ai dolori e agli strapazzi di quel lungo, interminabile viaggio, poi entrambi i suoi figli. Il maggiore, inghiottito da quella guerra feroce che li aveva braccati lungo tutta la via della fuga, invisibile ma sempre presente e minacciosa come una belva nascosta, e da ultima anche la minore, Yelena, che aveva incontrato un uomo che l’aveva persuasa a cercare altrove, con lui, una sorte migliore. Jano non si era opposto, l’aveva abbracciata e con lei la gioia era uscita dalla sua vita.

Jano da giovane era stato un virtuoso nel suonare il violino. Suo padre, un ricco allevatore di cavalli, quando s’era accorto del talento naturale del ragazzo per la musica aveva acconsentito a fargli prendere lezioni da un maestro, a patto che non abbandonasse del tutto il mestiere di famiglia. Jano non aveva deluso le sue attese ed era divenuto un violinista popolare in tutta la vallata. Durante le feste del suo popolo lui si poneva al centro del prato e le ragazze, formato un cerchio attorno a lui, giravano danzando tenendosi per mano. Attorno a loro si disponevano i giovani, in cerchio più largo, e tutti ballavano mentre i vecchi battevano le mani al ritmo della musica. Una notte d’estate di tanti anni prima Jano aveva suonato, bene come mai aveva fatto prima, per ore, fino a sentirsi sfinito più per la tensione interna che per la fatica fisica. Si era buttato a sedere sul prato e aveva detto: - Ora basta, non ce la faccio più! - I giovani e le ragazze lo guardarono delusi; la notte tepida appariva magica sotto la luna piena e tutti loro avrebbero desiderato che non avesse mai fine. Fu Serika allora che gli s’accostò porgendogli un bicchiere di vino nel quale intinse appena le labbra, lo fissò negli occhi con un sorriso franco e per la prima volta gli rivolse la parola: - Suona ancora Jano ti prego, fallo per me!

Jano non parlò ma le rispose con gli occhi. Per una donna rom l’esporsi così, davanti a tutta la sua gente, ha il significato di un’offerta e di un impegno dal quale non intende più ritirarsi. Jano rialzatosi in piedi riprese il violino dalla custodia dove l’aveva riposto, se l’appoggiò alla spalla senza distogliere mai lo sguardo da quello di lei e riprese a suonare come un angelo, finché le prime luci dell’alba cominciarono a schiarire il fondo della vallata. Questo era stato il fidanzamento di Jano. Il violino ora giaceva nella custodia impolverata e Jano, quando di sera talvolta gli uomini accendevano il fuoco e vi s’attardavano intorno a fumare una sigaretta in attesa del sonno, o se ne stava appartato per suo conto o, se restava accanto agli altri, non si univa mai ai loro discorsi. Tutti lo consideravano un vecchio scontroso e lunatico e nessuno faceva più caso a lui. Si, è vero, la vita l’aveva inasprito, ma lui solo sapeva che non era questa l’unica ragione del suo isolamento: lo irritavano quei discorsi che avevano sempre un unico tema, il rimpianto del passato, di quel tempo in cui loro allevavano cavalli e li portavano alle fiere e guadagnavano denaro, e tutto questo li faceva sentire vivi, uomini tra gli uomini, i più liberi fra tutti gli uomini. Questo sentimento, certamente comune a tutti loro, era condiviso anche da lui ma quello che infastidiva Jano erano le conclusioni consuete di quelle nostalgicherie: - Forse ... chissà ... un giorno ... nessuna cosa è eterna ... anche questo tempo amaro avrà fine ... la ruota dello zingaro alla fine ritorna sempre sulla vecchia strada! Così via, senza fine! Jano non coltivava più quelle illusioni. La sua intelligenza gli mostrava lucidamente quale destino attendesse il suo popolo, come la sua cultura, la sua lingua, il patrimonio delle sue tradizioni, l’essenza sua stessa di nomade, tutto sia destinato a scomparire. L’unica prospettiva di sopravvivenza per i suoi che intravedeva consisteva in un lento, doloroso processo di integrazione nel mondo dei gaji, quel mondo che loro disprezzavano e che li disprezzava, una società che non si chiede chi tu sia e cosa valga, ma quanto denaro hai in tasca, quanto puoi comprare e quanto consumare.

Jano camminava lungo il sentiero che attraverso il canneto che ricopre per lungo tratto l’argine del fiume lo portava sempre più lontano dal suo campo. Cercava un luogo pulito e riparato da sguardi indiscreti dove un uomo potesse morire conservando la propria dignità, l’unica ricchezza da cui la vita non era riuscita a separarlo mai, neanche nei momenti peggiori. Camminava da circa un’ora, immerso nei suoi pensieri, stupito di provare un senso di vuoto nell’animo, di completa indifferenza per la sua sorte e per ciò che l’ attendeva dopo. Gli sembrò d’udire il pigolio di un uccello o forse era la voce di un piccolo animale selvatico. L’innato istinto di cacciatore rese leggero come un soffio il suo passo e smise di calpestare le canne cercando cautamente, con la punta del piede, l’erba e la sabbia. Ben presto comprese che non di animali si poteva trattare ma del pianto d’un bimbo che proveniva dal folto. Qualche passo ancora e lo vide, posato sull’erba ed avvolto in uno scialle colorato. Qualche metro più lontano vide la madre, una ragazza del suo campo, che stava facendo l’amore con un uomo di un’altra tribù. I rom disprezzano le adultere e la consuetudine del suo popolo suggeriva a lui, in qualità d’anziano della carovana, di cacciare l’uomo e riportare la donna al campo per svergognarla pubblicamente e riconsegnarla alla sua famiglia, ma Jano sentì che quella legge non lo riguardava più. Poteva riguardare i rom e lui non si sentiva più un rom, ma soltanto un uomo. Non toccava a lui giudicare una ragazza che la famiglia aveva consegnato a tredici anni a un bastardo che entrava ed usciva da galera, e se tutta la felicità che poteva avere quella povera figliola consisteva in un momento fugace d’amore rubato nel canneto, ciò poteva suscitargli nell’animo solo un sentimento di pietà, non certo di condanna.

Jano distese la mano e ricoprì col lembo dello scialle il bimbo che, agitando le braccia, s’era scoperto poi riprese furtivamente il cammino senza farsi vedere dai due, che erano troppo presi per accorgersi di lui. La luce del giorno s’era ormai quasi del tutto affievolita quando raggiunse una spiaggetta circondata da un folto di piante, del tutto isolata alla vista, dove i suoni della strada giungevano ovattati dalla distanza. Gli parve adatta e si fermò. Si sedette sull’erba respirando profondamente poi trasse dal taschino il suo orologio d’oro, regalo di nozze di Serika, lo guardò, lo portò devotamente alle labbra e lo scagliò nella corrente. Era stato un compagno fedele ed ora che il suo tempo era finito non avrebbe dovuto servire altri padroni dopo di lui. Si strinse il volto fra le mani premendosi gli occhi e poi tornò a fissare l’acqua scura. Estrasse di tasca il suo coltello, l’aprì e ne accarezzò la lama, pensieroso. Una luce lontana vi si riflesse traendone una scintilla luminosa. Dal profondo della memoria gli affiorò alla mente un ricordo che vi era seppellito da tanto tempo: quello di Danilo, l’uomo che aveva ucciso in duello la notte che l’aveva sorpreso a rubare i cavalli nel suo recinto. Era stato uno scontro leale, ad armi pari, e perciò la legge dei rom non l’aveva condannato ma l’uccisione di un uomo non può non lasciarti un segno nell’anima, perché l’uomo che ne uccide un altro stabilisce con lui un legame che nulla può sciogliere in questa vita. Gli sembrò che Danilo gli parlasse e che il suo aspetto non fosse corrucciato, ma sereno: - Ti aspettavo Jano. Vieni, ci faremo compagnia. Saremo di nuovo amici, vedrai. Qui c’è solo pace!

Jano sapeva bene che l’istinto di sopravvivenza non è facile da reprimere e che lui avrebbe resistito a lungo prima di cedere, prolungando inutilmente la sua sofferenza. Con un gesto rapido del polso immerse allora il coltello nella coscia, su, vicino all’inguine, a cercare l’arteria. Il getto che ne sprizzò nel buio della sera sembrava nero di seppia. Gettò poi il coltello nel fiume perché nessuno, trovandolo, pensasse ad un delitto; si raddrizzò e prese lentamente a camminare in avanti guardando in alto, al cielo stellato. Dapprima avvertì un senso di freddo alle gambe, poi l’acqua l’abbracciò ai fianchi. Allora si spinse in avanti a larghe bracciate verso il centro della corrente, chiuse gli occhi e sentì che la vita stava uscendo a fiotti dal suo corpo. -


La pecora nera.

- Io vado signora! - Ricordati che devi scendere alla fermata dell’università e torna a casa appena avrai finito. Qui c’è da fare! Lailah uscì in strada e l’aria umida del mattino l’avvolse dandole un piccolo brivido alla schiena. Seguendo le indicazioni s’avviò alla fermata del tram che l’avrebbe condotta a destinazione. Una piccola folla era già in attesa e salì in vettura assieme a lei, che istintivamente sollevò un braccio e lo tenne piegato innanzi al petto, a proteggerlo dagli urti.

Il capo le doleva perché non aveva chiuso occhio per tutta la notte. Una brutta notte, piena d’angoscia e di pensieri scuri. Si sentiva come intontita ma si riscosse all’improvviso quando s’accorse che la vettura si stava vuotando. Notò che s’accalcavano all’uscita tutti i giovani e le ragazze che la stipavano e comprese che quella doveva essere l’università, la sua fermata. Discese e attraversò la via. Trovò facilmente ciò che cercava e salì una breve scalinata. Si ritrovò in un androne pieno di gente. Una donna anziana vestita di bianco seduta a un tavolino sudicio vicino alla porta vedendola, ferma, guardarsi intorno senza sapere che cosa fare, rivolta a lei le disse sottovoce “Prenditi il numero”. Lailah, lì per lì, non comprese cosa volesse dire e rimase un attimo perplessa ma vide, in quel momento, che una ragazza entrata dietro di lei si era avvicinata a una macchinetta attaccata al muro, dall’altro lato della porta, e ne aveva staccato un pezzetto di carta. Anche Lailah allora staccò il suo numero e lesse: 93. Sarebbe stata un’attesa lunga, pensò.In effetti, fu molto lunga, tre ore. Ad un tratto sentì che la testa le girava e si ricordò di non aver nemmeno fatto colazione. Non avvertiva sensazione di fame, solo una gran debolezza. - Non voglio svenire - pensò con rabbia, devo mangiare qualcosa. Il chiasso e l’odore del caffè la guidarono fino al bar, che non era lontano dalla sala d’aspetto. Mise tre cucchiaini di zucchero nel cappuccino e inghiottì senza badare se scottava. Avvertì un senso di calore nel corpo e ne fu ristorata.

Quando finalmente la chiamarono quasi lei non rispondeva perché avevano storpiato il suo nome, come le accadeva spesso a Roma. Si ritrovò in una stanza assieme ad altre quattro donne, allineate in piedi a una parete e scoperte dalla vita in su. Senza bussare irruppe frettolosamente un uomo anziano dai capelli tutti bianchi, con gli occhiali cerchiati d’oro e una catena d’oro che usciva da un taschino sulla pancia, seguito da un gruppo di persone, altri quattro o cinque uomini e una donna, che indossavano un camice bianco aperto e ciondolante.Il vecchio dottore, che tutti ascoltavano con gran rispetto, palpò il seno a ciascuna di loro senza nemmeno guardarle in faccia, dopo un’occhiata rapida alla scheda che l’infermiera gli porgeva. Raramente rivolgeva una breve domanda alla paziente, e sembrava non ascoltare le risposte. Poi dettava brevemente qualcosa all’infermiera, che scriveva sul ricettario.

Ultimata la visita del gruppo, i medici uscirono di nuovo e mentre le donne si rivestivano in fretta l’infermiera faceva le annotazioni sulle schede, e a ciascuna delle pazienti prima che se ne andassero consegnò la sua ricetta con le prescrizioni del primario. A Lailah disse qualcosa, ma lei non capì nulla. Il suo viso era teso, congestionato per la rabbia. Non le era mai accaduto di trovarsi così, esposta agli occhi di tutti, come un oggetto. Poche volte le era capitato di mostrare il suo seno ad un ragazzo, e ricordava quelle occasioni come un momento di tenerezza che ancora le scaldava il cuore. Oggi invece su quei ricordi era piombato un senso di gelo e di squallore, come uno straccio sporco buttato sulla sua biancheria pulita e stirata.

Lentamente le riaffiorò alla coscienza l‘interrogativo che da qualche tempo l’attanagliava: Sono malata? Che ne sarà di me? La porta della medicheria s’aprì, e ne uscirono tre persone. Una di loro era un giovane un po’ scuro di pelle come lei il cui aspetto le parve familiare e Lailah seguì un impulso improvviso. Gli si avvicinò e l’afferrò per la manica. Quello volse il capo e la guardò, sorpreso. Lei lo fissò negli occhi e gli parlò in arabo: - Conosci la mia lingua? - Certo, sono egiziano. Che cosa vuoi? Senza parlare gli porse il foglio che le avevano dato. Egli lesse solo il nome e la guardò di nuovo in viso. - Che c’è Lailah?- Dimmi, che ha detto di me il dottore vecchio? Che cos’ha il mio seno?- Hai solo un adenoma. - E cos’è? - Una glandola malata.- Significa che devo morire? L’uomo sorrise: - Quando Allah lo vorrà, certamente morirai, ma non credo proprio per l’adenoma. - Non scherzare sulla mia vita! s’accigliò Lailah. - Che devo fare adesso? - Devi prendere per tre mesi queste medicine, -indicandole la carta - si chiamano ormoni. Poi tornerai da noi e allora si vedrà. Qualche volta il male guarisce così, con le medicine. - E se non dovesse guarire? - Allora bisognerà farti un’operazione. Mio Dio. Mi toglieranno una ’piz’? - Ma no, così facevano una volta. Ora tolgono soltanto la parte malata. -Allora resterò ugualmente sfregiata, per sempre! - si disperò Lailah. - Ma che dici! E’ un adenoma piccolo, ti resterà solo la cicatrice, una specie di cordone, e dopo un paio d’anni, vedrai, anche quella si spianerà e finirà con lo scomparire. Stai tranquilla Lailah! Non è grave. Adesso va, e prendi le tue medicine.Con gli occhi pieni di lagrime e un nodo in gola Lailah poté ringraziarlo solo con un cenno del capo, e si diresse verso l’uscita.Senza vedere nulla scese dal marciapiede e attraversò la strada per raggiungere la fermata del tram. Il tassinaro diede un colpo secco di freni e riuscì a bloccare la macchina a meno di un metro da lei. Le giunsero nitide all’orecchio la bestemmia e l’invettiva dell’autista: - Cristo. ‘ste negre so’ come le pecore! Lailah non reagì e, mentre il lungo tram articolato le sfilava davanti per arrestarsi dolcemente alla fermata, le venne in mente solo che era già la seconda volta in quel giorno che la trattavano da bestia. Lentamente, a capo chino, s’inserì nel branco che stava salendo in vettura, lasciando che due lagrime le colassero sulle guance.-


Giù il cappello.

Passeggiando per il ghetto mi imbatto in via di S. Elena nel rabbino Toaff che ogni giorno a quest’ora se ne torna a casa dopo aver sostato un’oretta per l’aperitivo ai tavoli del bar di largo Argentina. Mi viene incontro lentamente sostenendosi al braccio di un giovane che suppongo essere un nipote o un collaboratore. Quando siamo di fronte cedo a un impulso improvviso e inconsueto e mi levo il cappello, ossia la coppola con la quale mi proteggo d’inverno il cranio ormai ahimè molto spelacchiato. E’ raro che mi succeda, è un gesto ornai quasi desueto per tutti e ancor più lo è per me che non eccedo mai nei complimenti ma oggi non mi sento lezioso perché per questa persona avverto un profondo sentimento di rispetto e di stima. E’ un rabbino molto dotto ma non è la sua cultura che mi può affascinare quanto il suo essere un uomo libero e giusto, ossia di grande onestà intellettuale.

Questo gli ha suscitato anche qualche critica ma gli ha consentito di guidare la sua comunità ponendosi come vero uomo di pace in un tempo che di pace ne ha avuto ben poca e di andarsene a testa alta quando non ha più condiviso talune scelte. E’ stato, fra i suoi, l’unica voce fuori del coro a definire Sharon che calpestava il piazzale delle moschee un provocatore irresponsabile, quando tutti lo salutavano novello Giosuè.Non ha, come suol dirsi, il professore la puzza sotto al naso e mi risponde con un gran sorriso, e il suo buongiorno mi arriva franco e cordiale. Ora che è solo un vecchio in pensione come lo sono anch’io e non riveste più alcun ruolo ufficiale nella comunità israelitica romana (l’autorità morale è indiscussa e non gliela può togliere nessuno) si rende possibile una espressione reciproca di rispetto e di simpatia scevra da ogni diffidenza e da ogni sospetto di piaggeria o di secondi fini.

E’ questo uno dei pochi, pochissimi vantaggi che ti dà la vecchiaia come pure quello di percepire a grande distanza l’odore di una fregatura che ti stanno per dare, o l’altro di poter coltivare senza ombre l’amicizia con una donna senza che la poverina resti in perpetuo tesa e diffidente ad aspettarsi da un momento all’altro il pizzicotto se non la propostaccia, e senza che tua moglie si innervosisca. Sia ben chiaro che stabilendo un occasionale collegamento tra la mia modesta persona e quella di un Toaff non ho minimamente inteso far dei paragoni. Ho solo voluto rimarcare, avendole percorse anch’io, quanto apprezzi la capacità che pochi hanno di camminare per le strade di questo mondo senza permettere che il fango li imbratti al di sopra delle scarpe.

Mi piacerebbe avere adesso un amico saggio come lui per parlarci e chiedergli di tante cose. Della vita e della morte. Se ha ancora delle speranze, se ha mai avuto delle certezze. Sono queste le esperidi di un vecchio, le certezze, le mele d’oro per cui faresti con gioia la fatica di chinarti in terra a raccoglierle, se ne intravedessi qualcuna luccicare. Delle speranze non fai più conto.-



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